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Dalla deep alla microhouse


Se per molti versi, trovandosi alle prese con l'evoluzione subita dalla house dai primi '90 in poi ci si trova alle prese con dinamiche e problemi simili a quelli incontrati con la techno ( una miriade di stili e sottostili, città ed etichette chiave) è anche vero che, se possibile, in questo caso la soluzione del puzzle si rivela ancora più problematica: un gioco di sponde e di reciproche influenze fittissimo tra i due lati dell’Atlantico ( complicato dal subentrare sulla scena di nuovi poli musicali come Germania, Italia e Francia), controversie e confusioni sulle definizioni dei vari generi, contaminazioni infinite e continue, complicano la faccenda.

Per un trovare un primo bandolo nell'intricata matassa bisogna tornare agli ultimi anni ‘80: la deep house, suono definito fin dal 1987 da seminali pezzi come "Let The Music ( Use You)" dei Nightwriters e “You Used To Hold Me” di Ralphie Rosario, caratterizzato da lussuriosi layer di archi sintetici e da un bpm relativamente rilassato, diventa uno dei suoni caratteristici di Chicago, fruttando allo stesso tempo al genere i suoi primi due LP, “Another Side” di Fingers Inc. e “Can't Get Enough” di Liz Torres e divenendo poi nei '90 un sinonimo per la house più raffinata e meno “pompata”, con produttori chiave come Deep Dish, Kevin Yost e Faze Action ed etichette come Nuphonic e Classic a portare avanti quei suoni e rivelarne allo stesso tempo anche il lato più sperimentale e meticcio.

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