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Indie rock dal lo-fi al sadcore


Se c’è un termine che ricorre per tutti gli anni’90 a definire le uscite indie ed il loro suono quello è lo-fi (letteralmente bassa fedeltà), ad indicare prima di tutto un sound povero e scalcinato a livello di produzione, ma finendo spesso con l’essere associato anche una certa attitudine, slacker e cervellotica. Sarebbe un’assurdità attribuire agli anni ’90 la nascita del suono lo-fi: quel suono, per cause di forza maggiore, segna in pratica tutte le registrazioni pre-sixties e continua a serpeggiare nei dischi garage- rock e in molti dischi punk dei tardi ’70, divenendo semplicemente un sinonimo di registrazione povera e fai-da-te; e proprio la mentalità del do-it-yourself nata col punk e l’esplosione del college rock americano favoriscono la comparsa sulla scena di una schiera sempre più nutrita di indie rockers che registrano il proprio materiale su 4-tracce analogici: emblematico è il caso dei Guided By Voices, che per tutti gli anni ottanta accumulano valanghe di materiale casalingo che nessuno, fino ai primi anni’90, ha interesse a pubblicare, per poi raggiungere il successo nel 1995 con “Bee Thousand”.

L’ascesa dell’estetica lo-fi ( intesa come scelta più che come necessità), ma anche di una certa vena compositiva equamente divisa tra spirito naif ed amore per la dissonanza, è lenta ma costante: i prodromi di quel pop stralunato ed obliquo possono essere intravisti già in un disco del 1980 come “Colossal Youth” degli Young Marble Giants e nelle prime uscite ufficiali (arrivate dopo una lunga serie di introvabili EP), di gruppi come i neozelandesi Chills e Clean, rispettivamente “Brave Words” (1989) e “Vehicle” (1990) che ne rivelano la bizzarra miscela musicale di filastrocche pop e rumore, psichedelia e folk, accostamenti improbabili che fanno tornare alla mente quelli sperimentati nei ’60 dai Velvet Underground.

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