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La paura fa '90 - Klaxons e riciclaggio musicale

Che si andrà a parare lì, negli ormai remoti anni ’90, è ormai nell’aria da un po’ e con l’exploit del cosidetto Nu Rave, fittizio o meno, sembra che ancora una volta si dovrà fare i conti con il solito, inevitabile, recupero ciclico di sonorità di 20 anni prima: la legge dei vent’anni per quanto approssimativa e grossolana, sta già entrando in azione ed è probabile che, lentamente dovremo imparare a conviverci definitivamente. E la prima cosa da fare è smontare e ridimensionare tale regola non scritta.

Perché, per la verità, aldilà delle facili generalizzazioni questo fenomeno riguarda prevalentemente la sfera dell’indie rock e, in parte, l’elettronica leftfield: basta guardare l’esperienza del brit pop e il (non più così) recente recupero delle sonorità anni ’80 per rendersi conto di come si tratti di dinamiche che coinvolgono solo i compartimenti della musica più indipentemente di massa, se mi si passa il controsenso apparente.

Una parte consistente, è vero, ma per sempre una piccola percentuale: la produzione indie folk più o meno recente è andata a ripescare sì nel passato, ma molto più indietro negli anni, dalle parti della del folk ancestrale appalachiano e di quello inglese progressive dei tardi ’60; hardcore e metal più illuminati hanno incominciato a manifestare dinamiche e sviluppi di stampo progressive; e solo una piccola percentuale dei vari filoni della musica elettronica, e non necessariamente i più interessanti, hanno incentrato la propria produzione sul recupero delle sonorità electro (prima) e electro punk funk (ed electro disco) poi: altre hanno seguito una strada originale e inedita, plasmando al proprio volere le evoluzioni delle tecniche e dei mezzi di produzione per elaborare sonorità inedite: si pensi alla microhouse o al glitch, fenomeni basati in gran parte sulle possibilità di frammentazione e di editing infinitesimale dei campioni offerte dai vari programmi di editing e sequencing.

Lo stesso dicasi per gran parte dell’indie più o meno d’avanguardia, primo fra tutti il post rock, che ha visto virare molte figure di spessore verso forme di glitch e di cut’n’paste meticcio. E si potrebbe andare avanti così per ore, procedendo a zig zag e passando per l’hip hop iper astratto di Prefuse 73 o quello meticcio di scuola Anticon, per l’indietronica o per le degenerazioni dub di Grime e Dubstep.

Questo per chiarire che, per quanto comodo, sarebbe stupido cadere nel solito tranello delle generalizzazioni per cui la musica è un serpente che si morde la coda in eterno e cedere al solito adagio del “si stava meglio quando si stava peggio”: persino il recupero degli anni ’80 è stato ed è un fenomeno multiforme e variegato che ha seguito una sua evoluzione partendo dall’electro, inglobando il punk funk e la new wave tutta, e spingendosi poi fino allo shoegaze e al dream pop, quasi come se anche il revival in questione fosse in qualche modo appeso alle lancette di un orologio parallelo e ripercorresse le tappe del decennio ‘80s in ordine cronologico.


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