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Massimo Volume - Report Live

31-12-2008 – Circolo degli Artisti- Roma

Massimo Volume, sold out due volte a Roma nel giro di pochi mesi, una di quelle cose inspiegabili come il premio Tenco a “Le luci della centrale elettrica”.
Qualche flash temporale: il primo avvistamento del gruppo a metà anni ’90, una rivista non musicale, se ne parlava bene, ancora non usciva il primo disco, la formazione era ancora in stato embrionale e qualcuno era già uscito per fondare il Santo Niente (o viceversa, qua la memoria mi tradisce). Il primo disco, “Stanze”, comprato appena uscito in un negozietto di dischi sulla Nomentana, “La banda Bonnot”, nome mutuato da una banda anarchica in azione a cavallo tra fine ‘800 e inizio ‘900. Ha avuto vita breve, credo, anche se la crisi del disco era ancora lontana. Per noi “addicted to noise” che cercavamo sempre qualcosa di diverso, questo disco era veramente qualcosa di diverso, e il meglio doveva ancora venire. Però la formula musica distorta + recitato che diventerà il loro marchio di fabbrica dopo poco mi stancò e non seguii più il percorso della band, nonostante la tentazione, qualche tempo dopo, di comprare “Lungo i bordi” a Porta Portese per la clamorosa cifra di LIRE 5.000. Poi non lo feci perché non mi piaceva la copertina. Rincontrai il gruppo per caso durante l’ultima tournée prima dello scioglimento in una serata al Black Out: era venerdì, dopo si ballava, il locale era semivuoto, il gruppo scazzato e l’acustica penosa. Fine dei flash.


Urbino, 10 agosto 2008. Il ritorno di Frequenze Disturbate coincide con la “seconda” dei Massimo Volume. La reunion. Mentre riposo nella mia stanza nel pomeriggio mi arriva l’eco del soundcheck del gruppo. Come in trance scendo dal letto e mi dirigo verso la zona-concerti: suonano svariate volte una canzone, che in seguito scoprirò chiamata Stagioni, e una domanda mi sorge spontanea: “ma questi da dove escono fuori ?” così… dieci anni dopo e alla faccia della loro vita precedente!


Strano come certi momenti riescano a far cambiare prospettiva alle cose.


E ora rieccoli, le aspettative sono molte e questa volta sono riuscito ad entrare, per un pelo ma sono riuscito ad entrare. La riuscita di un concerto, i possibili fattori in gioco. In ordine non sparso: la disposizione d’animo dei musicisti – fanculo la tecnica, l’importante è l’anima di chi suona - la scaletta, l’audio, l’interattività, la partecipazione del pubblico. E la tua posizione rispetto al palco? Sotto il metro e settanta è fondamentale! E la partecipazione dei tuoi vicini? Magari si agitano troppo e tu passi tutto il tempo a consumarti dal desiderio di ridurli all’impotenza. La tua disposizione d’animo? Le aspettative. Quello che sai del gruppo. Chi sono i tuoi accompagnatori, qual’è il tuo tasso alcolemico, il prezzo del biglietto, la temperatura della sala. Il giorno della settimana, la situazione del traffico sul GRA, la posizione del minimo barometrico, la congiuntura astrale… viceversa, quando un concerto non è ben riuscito si sa spiegare benissimo il perché.

Insomma, "dopo lo strepitoso concerto del 3 Dicembre scorso, i Massimo Volume ed il Circolo degli Artisti concedono il bis […] per poter accontentare tutti coloro che non sono riusciti sulla prima tappa a godere di questo connubio di altissimo livello" (www.savethedate.it)... e il concerto dura un’ora, vi pare? “Scusate, Vittoria ha la febbre. Quasi 39, non ce la fa più.” Nessuna obiezione - per carità la vita! - però, cari Massimo Volume, potevate dircelo subito, no?
A ritroso. Prima del bis ci concedono Stagioni, preceduta da un dieci-dodici pezzi di cui la metà è tratta da Lungo i bordi, 1995, l’anno dopo Catartica e In quiete e prima di Linea gotica e Il Vile, tanto per capire. Capire che i Massimo Volume vengono dagli anni che furono mirabili per il rock italiano.

La luce violacea e livida, come dev’essere, c’è (migliore, per loro, c’è solo quella del frigorifero aperto di notte); le chitarre, piene e profonde, come devono essere, ci sono; il basso che sento dalla bocca dello stomaco, direi che c’è; altrettanto non potrei dire della batteria perché non me la ricordo (39 di febbre, la sola presenza è lodevole). Emidio Clementi e il suo recitato ci sono, però stentano: lui scandisce poco, il fonico (anzi l’acustica del Circolo) non lo aiuta, ma chi conosce i testi se ne accorge davvero solo dopo aver sentito gli altri lamentarsi.

Per tutto l'inverno dell'85 ho passato i miei pomeriggi di fronte allo stereo in camera di mio fratello: “Inverno ’85” è salutata da un sommesso coro d’approvazione, “Pizza express” dal silenzio prosaico che evoca, “Altri nomi” fa pensare a quanto siano vicini gli Offlaga Discopax, ma io sono nel 1995 e sono felice. Loro, mi sembra, pure. Cioè, non so se sono felici, ma sono sicuramente nel 1995, e passano all’incasso, con gli interessi, nel 2009.





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