Vitalogy
Realizzato in un periodo in cui la tensione tra i componenti della band era alle stelle, Vitalogy, nel suo raggiungere certi limiti dell’espressione sonora e portarli all’estremo, nell’intensità e insieme violenza delle emozioni che vuole e suscita, nella denuncia totale ma anche personale e privata dei suoi testi, è tutto e contemporaneamente il suo esatto opposto, Vitalogy è il capolavoro assoluto dei Pearl Jam e, per me, l’essenza della comunicazione.
Comunicazione di sentimenti, idee, paure: morte, vita, fato, follia, incubi si incrociano tra di loro su ritmiche che passano dal convulso, frenetico andare di Spin the Black Circle, Last Exit, Whipping, all’avvolgente benché drammatico trascinarsi di Immortality, o Better Man, lanciando accuse e insieme richieste di pace per se stessi e per gli altri.
“P.R.I.V.A.C.Y. is priceless to me” biascica e poi grida Vedder, prima che attacchi Corduroy, dove scarica tutta la sua rabbia contro la stampa invadente e pettegola, colpevole di intrufolarsi nella sua vita per nutrirsi delle sue vicende private, mentre Not For You critica la ribellione dei giovani oramai mercificata: “All that sacred, comes from youth/dedication, naive and true/ with no power, nothing to do/ I still remember, why don’t you?”.
L’onirica Bugs; la stralunata Aye Davanita; Nothingman, che ti si appiccica addosso con la tenacia e la sofferenza causata da una medusa, narrando della delusione derivata dalla rottura di un rapporto; Immortality, non definibile come una semplice ballata, bensì come The Ballad, che angosciante e rassegnata ti porta verso la fine del cd, ricordando che “Some die just to live”; sfumature, totalità di intenti e sentimenti, ma molto e molto altro, contribuiscono a fare di Vitalogy uno dei migliori album degli anni novanta, raggiungendo vette e limiti tali da costringere i suoi creatori a reinventarsi nell’album successivo, rompendo, con No Code appunto, linee e stili seguiti fino ad allora, e che erano riusciti a portare ad un margine di rottura, ma anche di perfezione e, quindi, in qualche modo, a un completo e appagato esaurimento. |
george
2010-02-22 18:42:27
bestropicalia
Il miglior lavoro in studio di Vedder e compagnia..quello più sperimentale e l'unico che dall'inizio alla fine si mantenga sempre a un ottimo livello. La frase “Some die just to live” è dedicata ovviamente a Cobain, scomparso proprio pochi mesi prima.
2009-12-03 18:19:47
dario1983
2009-01-30 02:21:53
s.m.a.c.
2008-10-25 10:57:06
fabio codias
2008-07-09 14:22:36
PierPaolo
...di cui preferisco i risvolti più melodici (che qui non mancano, ma sono più in secondo piano del solito). Un album che non ho ancora ascoltato abbastanza. Complimenti per la rece Cathy...credo che se appartenessi al tuo sesso troverei massimamente sexy la voce di Vedder.
2007-12-18 10:38:17
Vikk
2007-05-29 01:10:04
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