Time to Die
Ed ecco che gli influssi dei Fleet Foxes e dei Grizzly Bear non tardano a farsi sentire, segno che, almeno loro, hanno fatto un ottimo lavoro.
Si perché, ognuna a modo suo, queste due band hanno saputo far convergere la recente tradizione indie-folk in soluzioni inedite (ammettiamolo, la cosa vale soprattutto per i Grizzly Bear) e dotate di una vitalità capace di destare la curiosità e l'attenzione di molti gruppi indie (basti pensare all'ultimo album dei Vetiver).
E così i The Dodos, molto apprezzati per quel Visiter che l'anno scorso sembrò riservare grandi promesse grazie a strutture disarticolate, virtuosismi scarni ma intricati, melodie folk schizzate e creatività da vendere, se ne escono in questo 2009 facendo più di un passo indietro, distaccandosi da quello che poteva sembrare il loro personale percorso e dedicandosi all'imitazione delle gonfie melodie vocali e delle sbarazzine strutture folk dei gruppi sopra citati (il semplice fatto che l'album sia prodotto da Phil Ek, grande nome dell'indie avendo alle spalle Built To Spill, The Shins e, per l'appunto, Fleet Foxes, la dice lunga).
E così eccoci di fronte ad un lavoro impeccabile dal punto di vista formale, senza una stonatura, perfettamente levigato e studiato, scorrevole e piacevole e poco incline alle esagerazioni, talvolta ardite, dell'album precedente.
Non direi quindi un disco piatto, bensì prevedibile e, alla lunga, ripetitivo.
Ciò che permette di non naufragare a brani come Small Deaths, Fables, The Strums, This Is A Business, con il loro frequente ammiccare a sonorità catchy, attraenti e morbide, è l'indubbia capacità strumentale del duo Logan Kroeber (alla batteria) e Meric Long (voce e chitarra), l'uno a dar vita a frenetiche, instancabili e imprevedibili ritmiche e l'altro a sfoderare vigorose pennate acustiche e impreziosire il tutto con apprezzabili interventi elettrici ed ottimi arpeggi virtuosistici (si senta a questo proposito il finale di Longform). Meno presente invece il terzo elemento, Joe Haener, che col suo xilofono è lasciato a riempire alcuni vuoti qua e là.
Decisamente più lodevoli sono quei pezzi che tentano di riprendere il carattere sregolato dello scorso album, quali ad esempio l'interessante Two Medicines, capace di mischiare le sperimentazioni vocali di Panda Bear con quel freschissimo senso della melodia che caratterizza l'indie-folk del nuovo millennio. Brani rotondi e compatti, levigati e slanciati, tutti d'un pezzo. Così anche Troll Nacht è capace di svincolarsi dal vicolo cieco in cui spesso incappano i brani iniziali, riuscendo ad assumere forme più complesse e personali, più studiate e divertenti.
Ma in questo compito le tracce che riescono meglio nel connotarsi di originalità e attrattiva sono le ultime due, Acorn Factory e A Time To Die, l'una col dipanarsi degli aggraziatissimi riccioli degli arpeggi di Long, per un folk cristallino e leggero, l'altra coll'acquisire pian piano maggiore profondità ed elettricità grazie ad un piacevolissimo crescendo dove sono le chitarre elettriche a prendere il sopravvento graffiando amabilmente lo srotolarsi percussionistico del pezzo.
Qualcuno dirà di averlo detto, io dirò che aveva ragione: i Dodos si sono momentaneamente presi una pausa, assestando il loro sound su un livello in grado di assicurare pochi rischi e respiri più profondi. Chissà che dopo questa pausa però i nostri non ci sorprendano con un bello scatto.
Sito ufficiale: http://dodosmusic.net/
MySpace: http://www.myspace.com/thedodos |
otherdaysothereyes
2009-11-01 19:19:46
Roberto Maniglio
2009-08-30 20:48:24
daniele_83
Bell'album! 4 stelle! Perchè se fosse un debutto e non seguisse lo strabiliantissimo visiter, chiunque gliele avrebbe date. E PERCHE' IO NON HO PAURA DEL POP!!!
2009-08-30 19:59:23
viveur
2009-08-28 13:27:55
target
2009-08-28 11:37:43
REBBY
2009-08-28 09:36:15
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