Rattle And Hum
Il percorso creativo degli U2 negli anni ‘80 fu impregnato da una teatralità magniloquente tipica di quel decennio, benché – curiosamente – il quartetto dublinese fosse stato l’unica ancora di salvezza per legioni di rockettari in una decade di sensazioni overground plastificate. Dalla new wave naif degli esordi, dalle epopee di crociati celtici intenti a dipingere tramonti rosso sangue nei cieli d’Irlanda, il gruppo approdò ad un’iridescente dimensione americana, culminata nel best seller planetario di “The Joshua Tree”, che combaciò perfettamente con la sempre più crescente retorica e ansia di verità dell’ ecumenico messaggio di Bono e soci.
Il passo successivo fu un ulteriore tuffo nelle radici del rock, dal sapore però decisamente autocelebrativo e in alcuni frangenti fastidioso, e il cui esito fu qualitativamente zoppicante e incerto. Prodotto con fin troppo mestiere dallo springsteeniano Jimmy Iovine, “Rattle And Hum” ancora oggi non convince, e non è un caso che il gruppo si ritirò per un po’ dalle scene, per poi riverniciare completamente il proprio sound con la svolta avant-garde di “Achtung Baby” (cooptando come sempre i migliori produttori in circolazione: da Steve Lillywhite a Flood passando per Eno, una costante immutabile per gli U2).
Alternando brani inediti, classici del loro repertorio dal vivo e celebri cover, il monumentale progetto “Rattle And Hum” troppo spesso scade in frammentarietà. Proprio i miti evocati, per dare una sponda istituzionale a questa immersione nella sorgente dell’ispirazione musicale, si risolvono in versioni amorfe e annacquate di scintillanti anthems come “Helter Skelter” e “All Along The Watchtower”, e le suggestioni via via proposte (“Blonde on Blonde” in “Hawkmoon 269”, Hendrix incarnato con rito sciamanico all’inizio di “Bullet The Blue Sky”, i Led Zeppelin qua e là nei momenti di maggiore impeto, et cetera) alla fine si risolvono in un professionale juke-box, ma niente più.
“Ok, Edge, play the blues !” si sente a un certo punto declamare Bono, e questo approccio un po’ scolastico affiora in alcuni episodi decisamente dozzinali, come la ruffiana “Desire”, al massimo una outtake dal disco precedente, il manierato roots rock di “Silver And Gold”o l‘innocuo tributo al soul di matrice Stax di “Angel Of Harlem”, fino alla riesumazione di B.B. King nella soporifera “When Love Comes To Town”, sorvolando infine sull’infelice performance canora-poetica di Edge nella desolante “Van Diemen’s Land”.
Salvano parzialmente il disco dal naufragio non tanto alcuni cavalli di battaglia del repertorio ( vedi la versione gospel di “I Still Haven’t Found What I’m Looking For”), quanto il polveroso e coinvolgente viaggio nei chiaroscuri di “Heartland”, il solenne incedere di “All I Want Is You” o il romanticismo ben calibrato della suadente “Love Rescue Me”, che nella sua sintetica sobrietà - è coautore Dylan - riesce a comunicare ben più di quanto faccia il resto di “Rattle And Hum”. |
george
Si, sono rock star, straricchi, montati, si atteggiano...ma c'è un motivo se sono dove sono!!! Anche i radiohead devono qualcosa a questo disco.
2009-04-26 16:58:16
Neu!
2007-10-30 18:19:45
enjolras
mi ti confermi sempre il più grande per le inquadrature musico-socio-temporali e non solo.Descrivere il decennio 80 con queste 3 parole 'sensazioni overground plastificate' è geniale..poi per quanto riguarda Bono dico che lo preferivo in pop quando non ci pensava troppo ad 'ecumenici messaggi' universali da gridare ai quattro venti..le cose sussurrate a volte sono le più forti e fanno il giro del mondo più velocemente..
2007-03-19 18:28:52
Peasyfloyd
E diciamolo che rattle and hum è sopravvalutato di brutto!
2007-03-18 21:37:03
reverse
2007-03-17 12:17:05
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