A A Flower Kollapsed + Squadra Omega + Redworms' Farm @ Curtarock, 22/07/2011

A Flower Kollapsed + Squadra Omega + Redworms' Farm @ Curtarock, 22/07/2011

Come dev’essere, lo stare a capo di un festival musicale? Interessante, poco ma sicuro. Stimolante, fuor di dubbio. Soddisfacente, perché no. Anche deludente, a seconda dei punti di vista. Impegnativo e faticoso, ahimè. Non so voi, ma io da sempre sogno di organizzarne uno. Il conoscere e seguire i gruppi, il preparare gli stand, il condividere la passione per l’interazione con altre persone, il creare uno spazio di ritrovo che possa andare bene per tutti … Non è pazzia né sconsideratezza, solo passione. D’altronde c’è chi rincorre, nel suo sogno onanistico di feticista musicale, un mondo a misura di vinile. Dunque lasciatemi cantare, con la chitarra in mano. Non posso non gioire alla vista dei grandi colossi, Heineken Jammin’ Festival sopra a tutti, annaspare nel loro festaiolo corredo da collaudato intrigo internazionale: forse nessuno li ha ancora avvisati che le rockstar non esistono più, se ancora qualcuno si atteggia a tale deve scontrarsi con il limite fisiologico dei 27 anni (ciao Amy…), che i musicisti devono suonare a rotta di collo per campare – e il battage pubblicitario conta sempre meno – , che la monetizzazione è un pallido surrogato della competenza. Punto. Altro che uffici stampa, agenzie di booking, management da dopolavoro. Il modello di festival ideale, l’ha capito anche l’ascoltatore medio, è quello itinerante, piccolino, caldo ed accogliente, con a capo persone che chiedono poco e restituiscono molto ma, soprattutto, che hanno occhi per vedere ed orecchie per ascoltare. Dal consumatore per il consumatore. Il musicista a trenta centimetri di distanza, che perde (finalmente) l’aura di homo invincibilis. Il ritorno alla sincerità, alla schiettezza, al godimento della fruizione senza vincoli.

È, quindi, l’entusiastica partecipazione di chi, in questo momento, si accinge a parlarvi del Curtarock, ad animare i buoni propositi della pagina. Curtarock, certo, ma avremmo potuto dire – giusto per rimanere in loco – Indipendelta, Cocomeri Sonori, Radar Festival, Hey Sun! Festival, eventi di calibro mediatico sicuramente minore, ma dalla sostanza impareggiabilmente specifica, se mi passate il termine. Piccoli raduni il cui fulcro è scoprire, per l’ennesima volta, l’eccezionalità della situazione musicale tricolore: ovvero, l’avere dei fenomeni in casa e continuare, imperterriti, a cercare col lumicino all’estero, sbagliando. Nel particolare: A Flower Kollapsed, from Treviso; Squadra Omega, from mezzo Triveneto, quanto basta per riunire assieme gente dalle idee chiare e dalla capacità di realizzazione ancor più nitida; Redworms’ Farm, coriaceo bestiario sempre e solo from Padova, north-east of Italy. La tortura, l’estraniazione, l’esecuzione. Tre fette di sostrato indipendente, l’una opposta all’altra, che chiedono, giustamente, di dire la loro: tre linguaggi così simili e così diversi, che partono dal rock e lo trasformano, ognuno per i suoi fatti e con i suoi crismi. Un cartellone, è proprio il caso di dirlo, a prova di esterofilia.

Cominciano i quattro trevigiani, poco dopo le dieci, su di un palchetto – monopolizzato giocoforza dal solo batterista – che fa tutt’uno col cemento rovente di Viale delle Industrie. I peggiori incubi del math-core americano si rovesciano sui pochi astanti, filtrando la forza ideologica dello screamo e la compassata potenza dell’hardcore dentro un gioco di specchi, rifrazioni, cambi di tempo, storture melodiche, doppi passi algebrici, sudore concreto. Ambiziosa, molto ambiziosa la proposta e umani, ahi troppo umani gli A Flower Kollapsed: non mancherà di certo la pelle dura ad esperienze del genere – molti sono gli squilli discografici, spalmati tra vari split e sulla lunga distanza, che hanno accompagnato dal 2004 la loro carriera – ma, sia per un problema di suono, a tratti eccessivamente slegato, sia per una critica carenza di coesione interna, con la sezione ritmica e quella chitarristica poco comunicanti, l’esibizione ne esce complessivamente ridimensionata. Qui si fanno largo anche le impressioni del sottoscritto: ad esempio, le canzoni del gruppo guadagnerebbero in velocità e potenza, una volta depotenziate della voce urlata. Ma i gusti personali non intaccano un interesse di fondo, comunque sollecitato, che aspetta ulteriori evoluzioni prima di pronunciarsi, in maniera definitiva.

A vederlo non sembrerebbe nemmeno lo stesso figuro che, nei Mojomatics, si sbraccia alla chitarra cantando canzoni d’amore, di vita on the road, di sgangherate scorribande rockabilly. Ora indossa una lunga tunica purpurea, porta bizzarri scamosciati ai piedi e, udite udite, è munito di sax. Eppure, non appena riabbraccia l’indimenticata sei corde, mimando il più classico dei mulinelli alla Townshend, è impossibile non lasciare che un sorriso baleni, fugacemente, sul proprio volto. Ci pensa un flusso piroclastico di psichedelia assordante, un marasma cosmico totale, free jazz atonale scomposto in milioni di frammenti lisergici e giustapposto alla tecnica kraut di iterazione frammentaria, a trasformare per sempre Mojomatt in Omegamatt e ad introdurre gli Squadra Omega. Non solo fiati e corde, ma anche (e soprattutto) una sezione ritmica da sconquasso cardiaco, tra un bassista (Omeganene, già Vermillion Sands e Movie Star Junkies!) alle prese con una gargantuesca pedaliera e due batteristi, l’uno seduto di fronte all’altro, che coordinano con precisione le improvvise accelerazioni e gli squilibri heavy di una performance letteralmente mesmerizzante. Rivoli di musique concrete spazzano il palco al pulsare di timpani e rullanti, la struttura diviene sensazione, il pubblico cade preda di una trance collettiva. Mezz’ora in cui non viene suonato alcun estratto, né accennata una nota dal meraviglioso self-titled dello scorso dicembre e nemmeno intrapresa una rilettura dei quattro nuovi brani che compongono “Le Nozze Chimiche”, ultimo parto in tiratura limitata (500 copie) con copertina stampata su una lastra anodica in alluminio: il concetto di improvvisazione si riveste di nuovo significato e si sposa con l’innegabile capacità tecnica e personale dei singoli musicisti. Droga cerebrale e sensoriale, che si vorrebbe non avesse mai un termine. Inutile aggiungere l’accorato appello scopriteli-prima-che-loro-scoprano-voi: chi c’è c’è, chi non c’è non c’è.

La profonda soggezione psichica in cui getta il pur breve live degli Squadra Omega non impedisce, tuttavia, di scrollarsi per un attimo i rimasugli anfetaminici della loro esibizione ed accogliere, con il calore di chi non vede da tempo un amico fra i più cari, i Redworms’ Farm. La mia storica affezione verso la loro musica – una filosofia di vita, oserei dire – è comprensibilmente riassumibile nel verso centrale di un vecchio pezzo, “Finish”: “Two guitars and drums, we always do the same”. Premessa valida, ma solo in parte. Perché il banco di prova del Curtarock, data centrale di una piccola session di rodaggio durante la quale recuperare il ritmo-tour ed il tiro-RWF, è il palco prescelto per eviscerare numerosissimi nuovi brani, che andranno a comporre il successore di “Cane Gorilla Serpente”, previsto per gli inizi dell’anno prossimo. Pochi i pezzi da repertorio richiamati alla memoria: “The Kingdom Rules” è il solito post-punk distrutto da una gragnola di sassate ritmiche, la spigolosa “Forty Two” accende la miccia dell’urlo collettivo, lo stesso che esplode nell’implacabile “Everybody” e si disintegra tra le scorie di puro noise che devastano il finale di “Nervous Act”. Più coraggiosa, oggi, ed imprevedibile si è fatta la musica dei padovani, sospesa tra nuovi accenti elettronici, peraltro già esplorati nell’ultimo EP “4” (da cui vengono estratte prima “Cane Mangia Cane”, poi il gattonare circolare di “Revman”) e uno sviluppo verticale delle canzoni, ripensate alla luce di una nuova elaborazione che distoglie l’asse portante dal ritmo in itself per appropriarsi di un nuovo branding, solido e danzereccio. Spiazza, in varie occasioni, vedere sostituito il classico minimalismo di fabbrica da arditi intrecci strumentali che superano il modello melodico di “Troncomorto” e si piazzano in un’altra sistemazione, ma la strada intrapresa è quella giusta: se son rose, fioriranno.

Menzione speciale, sul finire, per i veri protagonisti della serata. Avrebbero dovuto essere loro, gli headliner del cartellone, al posto dei Redworms’ Farm, invece le dinamiche interne non hanno perdonato e la loro storia ha conosciuto, imprevedibilmente e prematuramente, la parola fine. Non interesserà a nessuno, specialmente a chi ha avuto l’occasione di ascoltarli su disco ma non di viverli in concerto. Eppure voglio riservare un posticino d’onore per i Monotonix. Avete presente l’assunto iniziale, la passione, la schiettezza bla bla bla? Non era un encomio inserito a caso, con noncuranza. Non, almeno, dopo la scoppiettante data dell’anno scorso. Una circostanza per la quale mi è stato letteralmente impedito il ricorso ad ogni termine, o paragone, logico/razionale. The show must go on, dite? Nulla da eccepire. Brindo a te, Heineken Jammin’ Festival, vergine stuprata!

Per approfondire: http://www.curtarock.it

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