A Atari Teenage Riot - Monografia

Atari Teenage Riot - Monografia

“So che per Hanin Elias – la ragazza nella band – gli X-Ray Spex sono stati un gruppo molto importante, così come i Black Flag. A me piacciono X-Ray Spex, un sacco di punk rock del ’77, Public Enemy, qualche band hardcore. Sul versante techno, direi senz’altro Underground Resistance di Detroit. E adoro l’album live di Otis Redding registrato al Monterey Pop Festival.” (Alec Empire)

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Germania anno zero. 1995: The Year (Real) Punk Broke. Agit-tekkkno. C’è una rissa da qualche parte… e ben venga! Il suono della rabbia, tellurico e post-industriale. Guardare in faccia la morte, dopo una breve conta. Il dito medio alzato d’ordinanza. Lo spirito dell’hardcore-punk più politicizzato e ostracista che rivive, techno-Frankenstein, proprio in “krautlandia”, alla mercé di un anticapitalista bohémien come Alec Empire. L’anti-rave per eccellenza (che dal rave trae origine). “Hunt Down The Nazis!” 

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Un “technocrate” che confessa di non apprezzare i Kraftwerk è l’equivalente di un sacerdote cattolico che ripudia il concetto di Dio Uno e Trino; eppure Alec Empire (Alexander Wilke-Steinhof, classe 1972) l’ha fatto, senza complessi o sensi di colpa: troppo “tedeschi” per lui, i quattro di Dusseldorf. Cresciuto nell’allora Germania Ovest, con una congenita insofferenza verso qualsiasi sfumatura anche remotamente “teutonica”, da fanciullo stravedeva per hip-hop e punk: a otto anni era già prodigioso ballerino di breakdance; a dodici leader di una punk band, i Die Kinder. Un bel dì si accorge che il punk è morto, e inizia a guardarsi intorno.

Siamo all’indomani della caduta del muro di Berlino, momento di massimo turgore idealistico per una nazione che lentamente cerca di ricompattarsi. Come tanti adolescenti del periodo, Empire s’abbandona all’estasi dei rave illegali organizzati nell’ex Germania Est (“la parte più disastrata ed eccitante del paese”), un’incandescente “katatonia” sospesa fra le fiamme del boom acid che sta travolgendo l’Europa Continentale. Intanto studia musica classica e inizia a trafficare con synth e software; soprattutto, non la smette di “pensare/atteggiarsi politico” (guarda caso gli eroi techno prescelti sono il collettivo Underground Resistance, i più politichesi del lotto “detroitiano”). I primi singoli, pubblicati sotto lo pseudonimo LX Empire per la storica Force Inc. e infine raccolti su “Limited Editions 1990-94” (Mille Plateaux, 1994), mostrano un approccio alla techno piuttosto canonico, magari leggermente “industrializzato”, memore della bidimensionalità EBM. Ancora non ci siamo. È tempo ormai di tornare al punk, di farlo rinascere.

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Il “mal de vivre” è sempre esistito, da che mondo è mondo. Tante le vie di fuga (più o meno attuabili) prospettate dalla musica popular per smorzarne l’impatto “ammosciante”: dalla Polinesia retrocessa a macchietta dai maestri dell’exotica, al giovanilismo tutto ormoni brillantinato rock’n’roll; dal candore narcisofloreale degli hippie, alle favole "triceratopiche" dei dinosauri progressivi; dalle trasmutazioni metalinguistiche del glam-rock, alle luci stroboscopiche della disco music. Il rimedio dei rave illegali (e di quello tedesco in particolare) è l’oblio, il precipizio dei sensi. Al suo interno, i paradisi artificiali dello “smile” vengono sostituiti da rituali idealizzati a terapia d’urto collettiva, quasi un “assaggiare il male” in presa diretta. “Non mi piace andare in un club dove vedo 600 persone che fanno ondeggiare le braccia sorridendo” dirà Caspar Pound, boss dell’etichetta hardcore Rising High. “Preferisco 600 persone stipate in un posto buio e rovente; la felicità non c’entra, è più aggressivo, più intenso”.

Laddove il rave overground britannico del biennio 1991-’92 persegue o l’effetto fumettistico (“Ebeneezer Goode” degli Shamen) o l’elevazione angelica (la meravigliosa e vagamente new age “It’s A Fine Day” degli Opus III), in Belgio i Mundo Muzique di “Acid Pandemonium” scuotono le fondamenta dei capannoni abbandonati con una tonnellata di tritolo “chemical”, pagando così pegno a Joey Beltram e anticipando quella che sarà la stagione darkcore 1992-’93. Il problema (fra i tanti…) è che, se portato all’esasperazione, il potere coercitivo di questi rave può imprigionarti in un circolo vizioso, trasformando un papabile regno dell’autodeterminazione in religione organizzata, con tanto di dogmi e santini. Figurarsi se Empire può sopportare a lungo una situazione simile. E difatti…

“La techno è morta nel ’91. I dj si credono santoni e fanno fottuta musica da hippie” sentenzia astioso. Il suo disprezzo è bifronte, poiché coinvolge sia la cultura utopistica dell’ecstasy (e quindi l’essenza stessa della “jilted generation” fiorita dalla seconda “summer of love” dell’88), sia il nazionalismo che si sta (ri)diffondendo a macchia d’olio nel paese, in special modo tra il pubblico del gabba-hardcore più estremo. “Ecchecaspita! Se proprio violenza dev’essere, che almeno sia indirizzata contro il Sistema, come ai vecchi tempi!” avrà pensato il giovane bombarolo. La reazione anti-rave e anti-fascio è tanto repentina quanto efficace: chiamati a raccolta la vecchia conoscenza Hanin Elias (pulzella d’origini siriane, la riot grrrl della situazione) e l’mc Carl Crack, Empire dichiara costituiti gli Atari Teenage Riot in quel di Berlino. Il primo singolo “Hunt Down & Kill The Nazis” (novembre 1992) viene realizzato due settimane dopo l’ultimo attacco a Rostock (città già sconvolta dai sanguinosi “tre giorni d’agosto”), conclusosi con un edificio abitato da immigrati turchi dato alle fiamme. “La polizia arrivò un’ora dopo il divampare dell’incendio, mentre i vicini stavano lì fermi ad applaudire. Era agghiacciante”. In quell’anno, nella sola Germania, si conteranno 17 omicidi a sfondo razzista e più di 2200 attacchi da parte di gruppi neonazisti.

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"La nostra è una musica altamente funzionale" chiarisce Empire. "Non ha altra pretesa che indurre alla rissa, allo scontro. Il motivo è presto detto: per reagire allo schifo che vediamo intorno a noi, l'unico atteggiamento plausibile - e non ipocrita - è la rivolta armata, la violenza. Non è più tempo di sopportare, di evadere. Ecco perchè quella degli Atari Teenage Riot è musica concepita per farti sentire aggressivo, per pomparti l'adrenalina in corpo. Sta tutto nel modo in cui programmiamo i beat, nelle frequenze che scegliamo". Parole ingenue, ma che tradotte in musica fanno sfaceli.

Un sound-panzer, quello degli ATR, nel quale permangono elementi riconducibili all’hardcore-techno (Joey Beltram e il suo micidiale “mentasm sound”, le cadenze “militaresche” del gabba, l’uso massiccio del breakbeat), ma che dimostra d’avere ben poco da spartire col dancefloor. Più che musicisti elettronici in vena di slogan, il terzetto assomiglia a uno squadrone hardcore-punk dotato di nuove armi (computer e campionatore), armi che “ti permettono di muoverti più velocemente, di non farti afferrare”. Le performance, di conseguenza, rasentano il delirio da sfida “industriale” di un Genesis P-Orridge, o indulgono in pose da collettivo agit-prop in pieno comizio propagandistico, mentre il messaggio resta astutamente in bilico tra nichilismo autodistruttivo (“Life’s like a videogame with no chance to win") e desiderio di rivolta: eros e thanatos compressi in un’unica raffica di mitragliatrice. Il motto “musica da marcia per giovani psicopatici” (così recitava il retro copertina del singolo “Discipline” dei Throbbing Gristle) andrebbe ora sostituito con un super-cool “musica da marcia per giovani psicopatici possibilmente anarchici”.

Ma c’è dell’altro. Se l’electronica è il regno della spersonalizzazione, degli enti incorporei, dei 12’’ in vinile dalla busta bianca acquistati dai dj di zona, allora gli Atari Teenage Riot se ne allontanano ulteriormente, ribadendo il loro essere carne e sangue, parola e immagine. Una manna per le major, da sempre in difficoltà nel gestire l’anonimato in cui si muove l’hardcore, e ora in brodo di giuggiole per l’enorme potenziale “rock” che intravedono nei tre. Sublime il modo in cui la combriccola di Empire si fa’ beffe delle loro “premure”: “Dall’inizio del ’93, dopo il contratto discografico con la Phonogram, decidemmo di lavorare contro noi stessi e distruggere il nostro lavoro. Sapevamo che non aveva senso stare con una major, dato il nostro messaggio politico, ma ci servivano i soldi per fondare la nostra etichetta… Ecco perché accettammo la loro proposta”. Come da copione, il sostanzioso anticipo offerto della Phonogram in prospettiva un long playing, se ne va tutto in “suppellettili” e nella creazione della Digital Hardcore Records. L’arma è carica, ora basta solo puntarla contro il pubblico.

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“1995” (Digital Hardcore Recordings, poi ripubblicato come “Delete Yourself!” nel marzo del ‘96) è il tentativo di organizzare e “settare” una controcultura. Forse semplicistico, ricolmo di slogan, scevro da riflessioni articolate sulla rivolta, il disco parla (o meglio: urla) una lingua fatta di punti esclamativi, esagerazioni programmate. Come vedere la sfrontatezza politica del primo punk inglese che risorge in uno sgangherato trio di “twenty-something” persi in un paese “spaesato”, stordito dall’improvvisa cuccagna ideologica, solcato da pulsioni contraddittorie. Adolescenziali quanto basta per non scadere nell’accademismo, retorici quanto serve per dimostrare di esserci. Dal booklet: “Quest’album è stato registrato con un Atari 1040, un campionatore Casio FZ-1 e una drummachine Roland TR-909. A volte siamo stati costretti a usare anche l’AKAI S-1000 per il timestretching”. Non male se si considera che gli altrettanto politicizzati Rage Against The Machine, nel tentativo di rivendicare un’appartenenza “rock” che già all’epoca suonava anacronistica, specificavano di produrre musica solo con l’ausilio di gola, chitarra, basso e batteria.

Oltre a riunire diversi singoli ed EP pubblicati dalla Phonogram nel biennio ’93-’94, “1995” offre una manciata di brani nuovi di zecca. Le prime quattro tracce, in particolare, sono un bombardamento quasi insostenibile di breakbeat a velocità variabili, chitarre putrefatte in melma appiccicosa, collage di anime riassemblati al sampler, frastornanti cambi di ritmo, schegge death metal, bleeps a 8-bit, rumore a tonnellate. Eppure sono canzoni, grandi canzoni di protesta costruite come ammassi di materiale eterogeneo (non era questo la lezione del Pop Group?). “Start The Riot!”, “Into The Death” o la “darkside-comedy” “Raverbashing” (già uscita come 7’’ Riot Beats in versione strumentale, assieme a una sorprendente “Togheter For Never” a nome Alec Empire & Lucy Devils) restano la più pura concentrazione di violenza “estetica” che abbia mai ascoltato, non c’è metal o techno che tenga. Il miracolo si ripete in “Speed”, dove il canto della Elias s’invela mediorientale, o nell’esotismo cyber-decadente di “Sex”, gorgo di saliva fluida da porno-noir con protagonista la controfigura (più carina) di Lydia Lunch.

E poi, cos’altro dire di fronte a un assalto di simil fattura? Che “Midijunkies” provoca il mal di mare con i suoi bassi-voragine? Che “Delete Yourself! You Got No Chance” (il riff campionato è proprio quello di “God Save The Queen”!) o l’Oi! di “Kids Are United” sono forse gli anthem definitivi di una blank generation cresciuta a Nintendo, manga e anfetamine? Che “Hetzjagd Auf Nazis!” catturata dal vivo è talmente spettacolare da pararsi innanzi ai nostri timpani come l’ “ideal crash” fra un camion colmo di 909 e Lucifero in persona a bordo della sua devil-mobile? Sarebbe banale, persino scontato. Meglio allora godersi “Riot 1995”, altro straordinario manufatto di arte “digital”: un frammento dei Dinosaur Jr. (la fonte è "Sludge Feast") sottoposto a ogni tipo di tortura – filtrato, percosso, rivoltato in poltiglia uditiva a colpi di cursori, colpito alle spalle da synth afflati come machete – mentre un coro di selvaggi incita “Riot! Riot!” e la Elias brancola nel buio con il cervello ormai in pappa. Quarantasette minuti sono trascorsi in un nanosecondo. Pietra miliare.

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A dispetto (per merito?) del loro appeal anarco-insurrezionalista, gli Atari Teenage Riot trovano un’accoglienza di tutto rispetto negli Stati Uniti. Giocano a favore del terzetto anche il crescente prestigio di Empire come musicista “in proprio”, oltreché gli spot promozionali offerti generosamente da Jon Spencer Blues Explosion, Beck e soprattutto Beastie Boys – questi ultimi distribuiranno negli USA il materiale fonografico targato ATR tramite la loro etichetta Grand Royal. Grazie a codesti “aiutini”, il gruppo può trascorrere tutta la seconda parte del 1996 in tour con mostri sacri dell’alternative nation a stelle e strisce, preparando (inconsapevolmente?) il terreno al boom big beat dell’anno successivo. In realtà, l’elemento determinante di questo successo resta l’appeal sprigionato dai nostri durante performance live che, per energia e sudore distribuito a secchiate, risultano “su misura” anche per le polimorfe arene rock. In Inghilterra se n’erano già accorti, fra gli altri, i Prodigy, e non è casuale che poco dopo i primi avvistamenti del commando tedesco in Terra d’Albione, Liam Howlett e il “Gobbo di Braintree” Keith Flint abbiano iniziato a campionare i Breeders, movimentare le esibizioni dal vivo e darsi le arie da (falsi) cattivoni. Il fine? Naturalmente perpetuare lo stereotipo del dear old punk-rocker forzatamente risorto, in tutti i suoi risvolti più frivoli, nel corpo hardcore-techno. E tutto per la gioia loro e delle masse. Avrebbero potuto essere l’ennesima trovata di Malcom McLaren, a pensarci bene.

Ma torniamo a noi. Il secondo album degli ATR, “The Future Of War”, esce nel 1997 e sciorina cacofonie da guerra batteriologica (“Fuck All!”) miniature di caos che si direbbero sorelle tanto dell’approccio avantgarde industriale dei Vampire Rodents (“P.R.E.S.S.” ) che di quello noise demente dei primi Boredoms (“Heatwave”), le cui radici restano però saldamente ancorate al verbo del breakbeat (il darkcore mutante “Deutschland (Has Gotta Die!)”) e persino al terror-gabba di etichette come Kotzaak e Cross Fade Entertainment (“Sick To Death”, con in bella vista un campione scippato ai The Nuns miscelato a sirene d’allarme). Questi i picchi di un album inevitabilmente modellato sul suo predecessore, eppure marchiato a fuoco da ritmi ancora più vorticosi e dalla presenza vocale, prima d’ora mai così massiccia, di Hanin Elias. È lei l’indemoniata mantide religiosa (bel paradosso…) che sputa veleno fra i solchi o ammalia con sussurri da puttana malata, irresistibile e cartoonesca come una Betty Boop post-atomica, determinata come una Courtney Love stanca di farsi l’autoparodia (bell’ossimoro…). Per i ritardatari (e gli americani), la compilation “Burn, Berlin, Burn!” (Grand Royal, sempre 1997) offre una generosa selezione di brani dai primi due album, magari leggermente sbilanciata verso il secondo, ma imprescindibile per il neofita bramoso di far la conoscenza di questi brutti ceffi. Se volete sapere cos’è quella roba strana chiamata digital hardcore, qui c’è tutto quello che vi serve.

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A marzo ‘97 entra in organico la dea nippo-tedesco-americana Nic Endo, già conosciuta nel sottosuolo teutonico per il suo “sound sculpting” estremista. Con lei, il nuovo “60 Second Wipe Out” (Elektra/Digital Hardcore, 1999) abbraccia sonorità sempre più radicali (“U.S. Fade Out”, l’hip-hop “spacedelico” di “Western Decay”) e nondimeno suona stanco, dispersivo, come se l’impatto devastante di “1995” avesse generato una progenie di “cyber-baby killer” incapaci di maneggiare altro all’infuori del loro “cyber-biberon”. Lodevole il tentativo di modificare l’approccio alle registrazioni (meno campioni e più “live instruments” riprocessati in studio), meno lodevole la scelta di affidare il missaggio finale a Andy Wallace, il quale cerca in tutti i modi di smussare gli angoli onde accontentare sia le platee nu-metal che i seguaci del big beat. Tenere un piede in due scarpe stavolta non giova a nessuno, e a poco servono le improbabili ospitate di Dino Cazares dei Fear Factory in “Death Of A President D.I.Y.!” e di Kathleen Hanna (la mamma di tutte le riot grrls) nella pedante “No Success” quando, come in questo caso, le canzoni latitano. In due parole: un pasticcio. Ad alcune copie del disco sarà accluso il trascurabile “Live At Philadelphia Dec. 1997”, a riprova di quanto la dimensione concertistica continui ad aggradare in egual misura band, pubblico e discografici (pure quelli “illuminati” della Elektra).

Nel frattempo i quattro affrontano tour estenuanti, problemi di droga, tensioni interne e l’ostilità in madrepatria. Nel ’99, durante un corteo del 1° Maggio berlinese presto degenerato in rissa fra manifestanti e polizia, vengono arrestati per istigazione alla violenza, salvo essere rilasciati di lì a poco e prosciolti da qualsiasi accusa; è però l’occhiata da star consumata di Empire alla telecamera, subito prima di essere spinto nel furgone degli sbirri, a farsi sublime sintesi glamour di mestiere e spettacolarizzazione, manco fosse stata architettata da Iggy Pop in persona. Ormai assunti al rango di street heroes dai fan più oltranzisti, nessuno di accorge che l’unica cosa di cui gli ATR possono ormai farsi portatori è il rimpianto per aver “mancato” (e non sono certo stati i primi) l’appuntamento con una rivoluzione ormai standardizzata, e di cui si sono probabilmente stufati.

D’altronde Empire ha sempre esternato un’indole più da esteta che da agitatore di folle, come dimostra una carriera solista votata alla definizione di un personale “escapismo sonico”, work in progress a base di camuffamenti (esilarante “Alec Empire Vs. Elvis Presley”) e ribaltamenti prospettici. Cos’altro infatti possono avere in comune l’IDM classicheggiante di “Low On Ice” (Mille Plateaux, 1995), il drill’n’bass di “The Destroyer” (Digital Hardcore, 1996) o l’easy listening “stuprato” di “Hypermodern Jazz 2000.5” (Mille Plateaux, 1996), se non la straripante megalomania dell’artista che li ha concepiti? Per quanto “oggettivamente” interessanti e tenuti in grande considerazione dalla critica (soprattutto “The Destroyer”, al quale si suole far risalire il conio del sottogenere “breakcore”), le uscite soliste di Empire peccano sovente d’inconsistenza e formalismo. Volendo ribaltare una teoria oggi piuttosto in auge, si può affermare che, i veri capolavori, Alec Empire li abbia incisi vestendo non i panni di raffinato – per quanto eversivo – compositore contemporaneo, ma di sudicio screamer rivoluzionario.

All'alba del terzo millennio gli Atari Teenage Riot già non esistono più, anche se ufficialmente il progetto è soltanto fermo ai box per consentire a Crack di riprendersi da una grave crisi depressiva aggravata dall’abuso di stupefacenti. L’attesa è vana: Crack si suicida nel 2001. Inevitabile, a questo punto, la tripartizione: Empire (spesso aiutato da Nic Endo) continua a perseguire i suoi sogni di gloria nell’ambizioso “Intelligence & Sacrifice” (Digital Hardcore, 2002); Nic Endo (spesso aiutata da Empire) suggella con il pregevole “Cold Metal Perfection” (Geist, 2001) un gusto tutto sommato personale in fatto di elettronica, mentre Hanin Elias (spesso aiutata da entrambi) fonda la matriarcale Fatal Recordings e si sintonizza sulle frequenze di un synth-pop dai toni crudi e industriali in lavori come “No Games No Fun” e “Future Noir” (entrambi Fatal, rispettivamente 2003 e 2004). Tutti e tre, nel bene e nel male, sono tornati nei ranghi di un onesto artigianato musicale, non privo di qualche raro sprazzo di vitalità.

Sembrerebbe, visto l’andazzo, che questo scritto non possa concludersi in altro modo che con la tautologica constatazione di un fallimento o, non meno tragico, dell’approdo a quell’anonimato di cui amano vantarsi i musicisti appena si accorgono di non far più parte del “giro che conta”. Eppure dev’essere possibile cavarci fuori un finale più interessante, magari facendo un piccolo passo indietro…

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L’ultima performance degli Atari Teenage Riot (un gruppo ormai allo sbando, ricordiamolo) sono i ventisei minuti e quarantotto secondi di “Live At Brixton Academy 1999” (Digital Hardcore, 2000): una di quelle serate in cui avrei voluto esserci. Perché? Ma perché il concerto in questione è “soltanto” una distesa maleodorante di harsh noise, improv radicale (i Wolf Eyes sono già tutti qui), industrial terroristico e frammenti di techno mandati in cortocircuito, con Nic Endo che – cosa rara in un disco di rumore puro – sembra guidare il gruppo verso lidi free-form d’inesplorata vivacità e bellezza. Qualcosa come le “Bells” di Albert Ayler “stirate” sotto uno schiacciasassi, o una jam session fra Charles Manson e Merzbow. Un disco destinato a essere sottovalutato tanto dai puristi del noise quanto, più coerentemente, dal mondo elettronico. E non c’è da stupirsene: a confronto, “Metal Machine Music” suona come i “Concerti Brandeburghesi” di Bach. Se su “60 Second Wipe Out” il gruppo non aveva trovato il coraggio di perseguire fino in fondo la strada del pandemonio aritmico, qui butta alle ortiche ogni remora e ci si tuffa a capofitto, sfidando gli spettatori in un tira e molla che non può non ricordare – con le dovute, sacrosante proporzioni – le eresie “dylaniane” di metà ‘60s.

In un eccesso d’entusiasmo, NME (ok, non proprio un’autorità per quanto riguarda avant e affini) premierà l’uscita con un punteggio simbolico di 11/10, aggiungendo un commento gustosissimo che vale la pena riportare (quasi) per intero: “Per chi ha lo stomaco forte, noi raccomandiamo in particolare le cataclismiche eiaculazioni electro-punk a 6:20, il suono di Satana che affila i suoi giganteschi coltelli rotanti a 13:45, l’armata panzer di Pokemon invasati che si suicidano in massa a 24:10, infine la benedetta liberazione a 26:48, quando ti rendi conto che la tempesta è passata e non ti ha ucciso (…)”. Impagabile. Nel finale l’urlo della Elias (in realtà trattasi del gemito riprocessato in coda a “Deutschland (Has Gotta Die!)”), sprona quella parte di pubblico che ancora non ha abbandonato la sala: “The time is right to fight!!!”. Miglior epitaffio non poteva esserci. Né doveva. Passo e chiudo.  

DISCOGRAFIA

1995 (Digital Hardcore, 1995)   8

The Future Of War  (Digital Hardcore,1997)   7

60 Second Wipe Out  (Elektra/Digital Hardcore, 1999)   5

Live At Brixton Academy 1999  (Digital Hardcore, 2000)   7,5

COMPILATION

Burn, Berlin, Burn!  (Grand Royal, 1997)   8

Redefine The Enemy  (Digital Hardcore, 2002)   5

Atari Teenage Riot: 1992-2000  (Digital Hardcore, 2006)   6

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fabfabfab alle 14:25 del 16 giugno 2009 ha scritto:

Mamma mia. Grandissimo Loson. Quando avevo vent'anni (ma porca putt...) . Dicevo, quando avevo vent'anni, io e i miei amici andavamo in giro su una Y10 mezza distrutta con la radio a tutto volume che sparava "The Future of War". All'epoca comprendevamo solo in lato distruttivo della loro musica. Li vivevamo come una grezza evoluzione dell'industrial dei Nine Inch Nails. Non erano solo quello, come dimostri nel tuo articolo, ma a noi bastava. Tutti con la testa fuori dal finestrino a gridare "Destroy Two Thousand Years of Culture!"... Grandissimo gruppo, sacrosanta celebrazione da parte tua.

Mr. Wave alle 14:34 del 16 giugno 2009 ha scritto:

Bellissima e soprattutto doverosa monografia dedicata agli Atari Teenage Riot. Mi accodo ai complimenti.