A Che fine ha fatto il Rock?

Che fine ha fatto il Rock?

Che fine ha fatto il Rock? Una domanda che personalmente credevo inattuale, archiviata da tempo. Eppure per alcuni sembra non essere così: l'articolo di Gino Castaldo su Repubblica.it dal titolo drammatico “Il grande silenzio del rock. Questa volta è finita davvero” ha dissotterrato una questione su cui vale la pena provare a fare un po' di chiarezza.

La musica dei cosiddetti “noughties” ha proseguito nella frammentazione della pop music, deflagrata inesorabilmente a partire dagli anni '90: in questo periodo, nonostante momenti di convergenza quali il grunge e il britpop, il panorama musicale ha perso la sua “unità” frantumandosi in mille componenti, moltiplicando (e allo stesso tempo rendendo innocue) le distinzioni tra generi, venendo meno al rapporto forte tra musica, lifestyle e appartenenza sociale. Gli elementi analitici della scuola di Cambridge, quelli legati alla lettura sottoculturale della pop music, sono stati soppiantati da nuove categorie (tribù, scena, capitale sottoculturale).

 

La musica ha sicuramente perso il suo carattere di collante generazionale, di cassetta simbolica degli attrezzi capace di fornire codici identitari a giovani spogliati di ogni legame ascrittivo tradizionale col proprio contesto sociale. Forse è proprio in questo mutamento non ancora del tutto metabolizzato che sono da ricercarsi le origini di dubbi analoghi a quelli di Castaldo. Questo perché la musica pop (secondo l'accezione di “popular” in opposizione a “elitaria-colta”) è nata come Rock (il rock'n'roll degli anni '50) e come sottocultura giovanile.

La musica era allora un megafono generazionale capace di fornire uno strumento di identificazione collettiva creativo, innovativo, libero, spontaneo, inesplorato. L'appropriazione spesso indebita degli oggetti di consumo (motociclette, brillantina, abiti ecc.ecc.) che il mercato metteva a disposizione a prezzi sempre più accessibili (o grazie ad un aumentato potere d'acquisto) era la modalità con la quale i giovani si costruivano come categoria sociale definita, portatrice di pretese e rivendicazioni specifiche. Grazie alla musica ascoltata si potevano tracciare linee divisorie generazionali (genitori vs. figli) e temporali (tra working time e week end, tra tempo del noioso dovere e tempo dello svago). Proprio attorno al concetto di “leisure” iniziavano a germogliare rivendicazioni prima inerenti al costume (si pensi alla carica sessuale di Little Richards e soci) e poi sempre più politiche (a partire dal Greenwich Village per approdare alla stagione della controcultura hippie-psichedelica).

 

Andando di fretta avanti con gli anni (mi si perdonerà l'eccessiva sintesi) si arriva al punk, grande cataclisma che stravolge codici, linguaggi, forme e contenuti ma rispetta -sebbene con modalità anarcoidi e dadaiste/collagiste- lo schema sottoculturale: il recupero dei valori della working class era unito ad un approccio creativo dal valore simbolico-spettacolare volto a rompere schemi e convenzioni, con il fine di creare uno strumento di resistenza ai valori dominanti.

Gli anni '80 possono essere descritti come una prova generale di accettazione orgogliosa di una subalternità rock minoritaria: i canoni della pop music degli eighties mutano profondamente e le sottoculture, ben lungi dallo scomparire, si frammentano geograficamente e socialmente. La moltiplicazione degli stili è ancora segnata da linee divisorie piuttosto nette e continua a sussistere una forte componente “spettacolare” nell'adesione ad una sottocultura. Tutto però si ritaglia spazi minoritari, delle enclaves più o meno underground dove è ancora forte la distinzione tra musica commerciale e musica alternativa, dove permangono forti componenti conflittuali.

Ed eccoci a noi. Da vent'anni assistiamo ad un totale rimescolamento delle carte che coinvolge la musica sia come forma artistica che come forma di espressione-identificazione sociale. La popular music ha perso buona parte della sua carica conflittuale, la promiscuità tra alternative e mainstream è spesso strutturale e funzionale (le indies come vivaio di talenti), l'adesione a diversi stili è un fatto per nulla contraddittorio e apparentemente legato a semplici configurazioni di gusti. L'accessibilità, grazie al web, nei confronti di una quantità gigantesca di informazioni annulla le frontiere temporali e assottiglia (anche se non annulla, risultando spesso un fenomeno illusorio) le differenze di classe. La musica degli ultimi dieci anni ha poi aderito ad una pratica assodata di depredazione e di riassemblaggio creativo del repertorio musicale degli ultimi cinquant'anni, tale da rendere del tutto inutile la concezione manichea “Rock vs. Pop”. E' proprio questa annullata distinzione che rende poco chiaro il discorso di Castaldo.

 

Di cosa stiamo parlando dunque asserendo che “Il rock? Latita, è assente, così come sta praticamente scomparendo dalle classifiche, lasciando il posto a un dominio pressoché assoluto del pop”?. Se stiamo parlando del dualismo “Rock vs Pop” allora rientriamo nel discorso appena affrontato. Come si possono tracciare confini tanto netti in un'era che, a partire dal post-rock, ha messo insieme dub, elettronica, kraut rock e post-punk? In un decennio dove ha imperato il riferimento agli anni '80 di Cure e Joy Division, dove un guppo come gli Arcade Fire ha conosciuto la popolarità grazie a webzine indipendenti come Pitchfork, dove Adele fa il botto con un r'n'b smaccatamente anni '60, dove il web offre una promiscuità imbarazzante tra l'ultimo singolo di Britney Spears, l'ep sfigato di un Blank Dogs qualunque e il folk anni '60 dei Fleet Foxes? Insomma, risulta difficile comprendere di che Rock si stia parlando. Lo stesso discorso vale se intendiamo il termine legandolo con una presunta e privilegiata funzione “controculturale”. Ebbene, la massima controcultura degli ultimi 20 anni è stato il fenomeno Rave, che da spartire con il rock controculturale degli anni '60 e '70 ha ben poco (a livello musicologico s'intende).

 

Il problema è solo apparentemente terminologico. Rock vuol dire ancora qualcosa? O meglio, ha ancora senso utilizzarlo come termine distintivo oppure si rischia di incappare in una scomoda ambiguità? Certamente esistono tuttora band rock (nel senso classico di interazione ritmica di chitarra, basso e batteria) che riescono ad avere discreti successi (si pensi alla presenza in tantissime classifiche sul web dei Girls, o dell'hype generato dai tradizionalisti Black Keys), ma non esiste -almeno non necessariamente- nessuna distinzione di scena, di senso, di valori, tra un fan dei Black Keys ed uno dei Coldplay. Un esempio lampante può essere costituito da un Thom Yorke che incanala il brit-pop nella sperimentazione elettronica e oggi ascolta pacchi di post-dubstep e si dichiara un ammiratore di Aphex Twin.

 

L'atteggiamento del pubblico nei confronti della musica si è ormai sbarazzato di ogni rigidità passata, surfando da genere a genere dimostrando un atteggiamento onnivoro e trasversale. Il rammarico per il fallimento di eventi come i Woodstock revival o per l'assenza di band-megafono come i Clash rischia di essere un atteggiamento miope o reazionario. La musica ha cambiato funzione sociale (si, può darsi, è solo intrattenimento: e allora?), questo è un dato con cui bisogna fare inevitabilmente i conti. E' errato però trarre conclusioni affrettate: se il rock ha slittato dal suo essere strumento conflittuale e critico non per forza ciò significa che abbia ridotto il suo potenziale comunicativo, o che non esistano altri strumenti che ne abbiano sostituito il ruolo. Potremmo dire anche che la codificazione eccessiva e parodistica del rock come “forma di ribellione” ha svuotato di senso i suoi contenuti più di quanto non abbia fatto la sua scomparsa come categoria netta e riconoscibile. La moda può trasformare ognuno in un rocker maledetto dall'oggi al domani: non esiste più alcuna creatività sovversiva nel semplice stile.

Il nuovo paradigma sembra essere quindi la commistione e l'ibridazione di generi e di diverse forme espressive. La cosa rappresenta davvero un problema? Più facilmente potrebbe essere invece segno di una ricchezza culturale ed una disponibilità mentale maggiore, capace di dispensare un dinamismo creativo mai visto fino ad ora.

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TheManMachine alle 0:29 del 13 gennaio 2012 ha scritto:

A me sembra che Castaldo nel suo articolo ponga un particolare accento sul rock come mezzo potente e condiviso per esprimere una protesta generazionale, per veicolare forti messaggi di rottura con la cultura e la società dominanti. Tale funzione del rock è stata preponderante fino agli anni '70, per poi affievolirsi progressivamente fino a scomparire ai giorni nostri. Ma, detto questo, davvero non si capisce quale sia il problema che l'autore dell'articolo vuole evidenziare, quale sia la novità del fenomeno, secondo lui in atto, ovvero già compiutosi. Di morte del rock si parla da decenni, ma il rock non muore: si trasforma, come tu Matteo dici in modo circostanziato nel tuo articolo. Poi Castaldo non mette bene in luce secondo me il potere prorompente e rivoluzionario della musica che viaggia su internet, che diventa fruibile contemporaneamente a un pubblico potenziale fatto di miliardi di utenti in tutto il pianeta, allo stesso tempo ponendo problemi che prima della rete non c'erano, o c'erano in misura minore o diversa: il tema del download, del rispetto dei diritti d'autore, di un mercato discografico completamente mutato rispetto alle epoche da cui Castaldo prende le mosse per costruire le proprie argomentazioni. Oggi letteralmente chiunque può fare musica, con i software gratuiti online, per esempio, ma ci sono sempre meno spazi dove ascoltare musica live, soprattutto per gli artisti e le band in cerca di visibilità. Ed è questo un problema molto italiano. Insomma attorno a questo tema c'era una molteplicità di versanti che Castaldo avrebbe potuto e dovuto approfondire, mentre ha preferito fermarsi a pochi concetti rigidi e anche abbastanza banali, che peraltro conoscevamo già. Peccato.

Marco_Biasio alle 11:41 del 13 gennaio 2012 ha scritto:

E' che Castaldo, così come la maggior parte dei "critici" (se così si può dire) di settore italiani oggi, è vecchio. E' rimasto agli anni '70 come schemi, pensiero, fissità di regole e rapporti. Inevitabile che, di fronte ad una trasformazione così netta, perpetua e pronunciata come quella del "nuovo" rock, spunti fuori il canonico conservatorismo da "si stava meglio quando si stava peggio"... Autori come Castaldo ce ne sono e ce ne saranno sempre, ma i loro articoli sono muffa prima della stesura, nascono morti e non hanno alcuna funzione se non quella di alimentare polemiche vieppiù inutili. Il corrispettivo giornalistico di quelle major che, invece di abbassare i prezzi dei dischi e cacciare i manager dai piani alti delle direzioni per rimettervi i competenti e gli appassionati di musica, ancora si ostinano a denunciare - per motivi futili se non paradossali - Megaupload.

Dr.Paul alle 17:56 del 13 gennaio 2012 ha scritto:

io credo che Castaldo molto semplicemente sia alla ricerca dei nuovi U2 o rolling stones! Sì Castaldo e il suo compare Assante sono antichi, vecchi, puzzano di muffa...ho assistito ad una loro lezione sulla storia del rock all'auditorium di roma (appuntamento fisso domenicale a pagamento), ed è stata esperienza tremenda: oltre a raccontare le solite storie risapute da chiunque abbia una vaga infarinatura di rock, sono ancora legati a stilemi del passato e non bastasse si portano dietro (divulgandole) delle imprecisioni che il tempo ha cancellato...una cosa assurda. soldi buttati!!

certo, volendo si potrebbe parlar male anche dell'andazzo di oggi eh....l'ascolto compulsivo, band che durano lo spazio di un disco o due e che in realtà non avrebbero meritato neanche di esordire, la facilità e la leggerezza con cui ognuno di noi si trova il suo capolavoro tutto personale...

mi scuso in anticipo con petoman se ho espresso concetti triti e ritriti! )

Marco_Biasio alle 19:02 del 13 gennaio 2012 ha scritto:

RE:

Ma questo succede, secondo me, perché è cambiata la fruizione della musica e, conseguentemente, anche il suo approccio con essa. E' il classico circolo del già detto e già sentito: circola molta più roba, si ascolta di più e si assimila di meno, meno barriere per suonare e comporre dischi... Quello dei capolavori in misura "minore" è un dato relativo, secondo me, più ai gusti personali che ad altro.

Cas, autore, alle 19:09 del 13 gennaio 2012 ha scritto:

RE: RE:

ma si, anche perché alla fine gli opinion leader rimangono, anche se sono più vari ed un pochino meno autorevoli. per il resto è legittimo ritenersi orfani della grande stagione in cui il rock era ribellione, raduni di massa, grandi emozioni ecc.ecc... però oggi non è più così, la distinzione rock vs. pop non ha più senso e artisticamente non è detto che la cosa equivalga ad un peggioramento... è solo più difficile orientarsi, tutto qui.

PetoMan 2.0 evolution alle 10:14 del 25 luglio 2012 ha scritto:

Beh in genere il signor Castaldo come autore\critico mi piace, nel senso che condivido molti suoi punti di vista. Però non questo, e credo sia stato un clamoroso autogol. Questa storia che il rock è morto, o sarebbe moribondo, con un piede di qua uno di là, è vecchia tanto quanto il rock stesso, periodicamente salta fuori e un po' ha stufato. Quando nacque il rock'n'roll negli anni cinquanta qualcuno disse che il fenomeno non sarebbe durato più di un paio d'anni. Poi dissero che il rock'n'roll era finito quando morì Buddy Holly, poi dopo Woodstock, poi tante altre volte ancora. In realtà, anche prendendo un rock di stampo più tradizionale, in giro ce n'è ancora parecchio, e non mi riferisco solo ai vecchi gruppi che tirano avanti, in america ad esempio c'è una tradizione rock-blues-classic rock ancora molto in salute. Sarà che forse gli americani sono più conservatori, ma lì cavolo è ancora pieno di band e di chitarre, c'è un bel movimento. Basta non prentendere miracoli, e ci si può ancora levare molte soddisfazioni. E poi insomma, chissenefrega delle classifiche, chissenefrega se ai primi posti delle vendite c'è Rihanna. Il Rockettaro non si lamenta, il Rockettaro se ne frega.