A Classifica dischi 2015 - Matteo Castello

Classifica dischi 2015 - Matteo Castello

Ogni anno si può individuare una manciata di artisti su cui tutti si trovano d’accordo. Se l’anno passato era impossibile non parlare di FKA twigs, War On Drugs e Sun Kil Moon, questo 2015 ha visto il trionfo di nomi come Kendrick Lamar, Sufjan Stevens, Courtney Barnett e Father John Misty.

Il ventaglio dei “satelliti”, però, è sempre più vario: e qui viene il bello. I dieci dischi che elenco di seguito sono una selezione degli ascolti più rappresentativi -per numero di ascolti, gusto personale, impatto sensoriale- del mio 2015. Attenzione però, come tutte le classifiche qui non c’è niente di fisso o esaustivo: tra gli esclusi degni di attenzione sento di segnalare il bel pasticcio psichedelico di Miley Cyrus (“Miley Cyrus & Her Dead Petz”), l’ottimo ritorno dei Deerhunter (“Fading Frontier”), il coloratissimo lavoro dei colombiani Bomba Estéreo (“Amanecer”) e il magnetico esordio di LA Priest (“Inji”), senza dimenticare Dawn Richard (“Blackheart”) e 2814 (“新しい日の誕生”).

 

1) Bilderbuch – “Schick Schock” Un nuovo idioma pop, in tutti i sensi: la lingua dei Bilderbuch è aliena non solo per provenienza geografica, ma per la radicale reinvenzione apportata ai canoni di un sound in continua mutazione, capace di annullare definitivamente, grazie ad una continua ibridazione di stili e linguaggi, le barriere tra generi troppo spesso considerati lontanissimi tra loro. Solo degli outsiders potevano osare tanto.

2) East India Youth – “Culture of Volume

Big music per sintetizzatori. William Doyle sforna un lavoro imponente, dando vita ad una gonfia celebrazione synthpop dal gusto classico e altisonante ma dalla resa futuristica e frizzante, il tutto saldato da un songwriting sopraffino, da vero maestro.

3) Real Lies – “Real Life

Un “urban hymn” contemporaneo, che vive tanto nelle strade di una Londra notturna assediata dai fantasmi (“I won’t rest till ghosts haunt every corner of this city”), quanto in una intrigante sampledelia che mischia euforia baggy ad euforizzanti nostalgie acid house/balearic.

4) Nothing But Thieves – “Nothing But Thieves

Impattante ed epico, “Nothing But Thieves” è una piccola grande sorpresa alt-rock (qualcuno dirà Muse, io preferisco pensare a Jeff Buckley, Radiohead e Manic Street Preachers), che unisce imponenti cavalcate chitarristiche, sontuoso lirismo e moderne ballate soul-pop, riuscendo nell’impresa di ridar vigore ad un discorso rock che si pensava morto e sepolto.

5) The Amazing – “Picture You

Dalla Svezia, gli Amazing assomigliano ad un Mark Kozelek che interpreta i Pink Floyd. Cristalline vedute melodiche su larghi e distesi panorami strumentali, per una musica ad alto tasso evocativo.

6) Aurora – “Sílice

Musica soffice dalla Spagna: pop sfumato, leggero, fatto di impalpabili ma efficaci pennellate armoniche. Il “dream pop da dormiveglia” degli Aurora lascia il segno, facendoci spostare lo sguardo verso lidi inconsueti che meriterebbero più attenzione.

7) The Vaccines – “English Graffiti

I Vaccines ritornano con un power pop ingigantito e pompato: un muro di suono spectoriano dalla grana impastata e sporca, dove i suoni sono iperprodotti, passati attraverso il filtro di una profusione di effetti. Mai così espansi, i Vaccines scoprono una nuova dimensione capace di allargare sensibilmente le loro prospettive.

8) Swim Deep – “Mothers

L’album psych-pop definitivo del 2015: ricco, gonfio, colmo di intuizioni, in costante espansione. Gli Swim Deep si buttano a capofitto in un "tour de force" dai sapori balearic, acid house, electro-kraut, neo-psych, proiettando verso inediti orizzonti una proposta in grado di rivaleggiare con pesi massimi del calibro di TOY e Horrors.

9) Miguel – “Wildheart

Sempre più interessante la proposta di Miguel, impegnato in un discorso sempre più personale ed ibrido, tra brani ruvidi e terreni ed altri all’insegna di un fumoso soul psichedelico.

10) Ought – “Sun Coming Down

Post-punk ruvido e dissonante, declamato in pieno stile Mark E. Smith, e saturo di frenesia urbana, eppure straordinariamente strutturato, capace di alternare con efficacia forma canzone e divagazione free-form: gli Ought sono diventati grandi e hanno dato forma ad un’espressività complessa, stratificata, di gran fascino.

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