A Crowdfunding, un'opportunità per ripartire

Crowdfunding, un'opportunità per ripartire

Si fa un gran parlare in questi giorni di crowdfunding legato all’industria musicale. Da qualche mese è infatti attivo in Italia il portale MusicRaiser.com, gestito dalla voce dei Marta sui Tubi, Giovanni Gulino, e dalla sua dolce metà Tania Varuni. Un progetto che vuole sviluppare anche in Italia ciò che è ampiamente collaudato all’estero dove diversi siti come Kickstarter raccolgono fondi tra i fan di artisti di ogni genere e specie, dai più famosi ai pressoché sconosciuti, per finanziare un loro progetto. Sia questo la realizzazione di un LP, di un EP, di un video o la costituzione di un ufficio stampa, poco importa, ciò che interessa è che sia tutto specificato, l’iniziativa sia realizzabile e la serietà sia oggettivamente valutabile.

 

Lo spunto alle discussioni di questi giorni l’ha dato una decisa quanto lucida critica mossa al nascente fenomeno da parte di una delle figure più prestigiose del giornalismo di settore, Federico Guglielmi, storica firma del Mucchio.  Per quanto con il passare dei giorni lo stesso abbia smorzato i toni, arrivando addirittura a contribuire in prima persona, in modo pubblico, al progetto di Gianni Maroccolo e Claudio Rocchi, e la redazione del Mucchio abbia in più occasioni precisato che quelle di Guglielmi siano da intendersi come esternazioni a titolo personale, essendo tra l’altro diversa la posizione espressa dal giornale in articoli apparsi sul tema, la polemica è comunque divampata. Da una parte quelli che ritengono il crowdfunding (letteralmente, “finanziamento della folla”) una delle più efficaci vie percorribili per salvare il mercato discografico agonizzante, dall’altra quelli che diversamente ritengono tale forma di finanziamento come una svilente colletta che mortifica il ruolo e la figura, se vogliamo magica, dell’artista.

 

Andiamo con ordine. Un artista, affermato o wannabe che sia, può inviare al suddetto sito, o ad  altri che ne condividano la medesima mission, una richiesta dettagliata di finanziamento per un progetto specifico, ponendo un obiettivo monetario minimo da raggiungere entro un lasso di tempo stabilito in partenza. I raiser, ovvero i finanziatori, possono acquistare svariati pacchetti a seconda della cifra che si è disposti a sborsare. In genere si “vendono” cd, download, vinili, vinili autografati, fino a  quanto di più fantasioso (ma lecito!) un fan potrebbe volere dall’artista in vetrina, come ad esempio concerti esclusivi ad personam. Se il finanziamento raggiunge la cifra minima prestabilita, i soldi vengono effettivamente incassati ed i fan ricevono i prodotti acquistati. Se l’obiettivo non viene centrato, amici come prima ed i soldi vengono restituiti ai finanziatori.

 

Numerosi progetti sono partiti in Italia ed una buona percentuale degli stessi ha raggiunto i propri obiettivi. Funziona, perché quindi pensarne male. Viviamo in un periodo in cui il lavoro dipendente a tempo indeterminato è una chimera, i servizi in aziende, pubbliche o private, sono sempre più delocalizzati o subappaltati a terzi. L’economia sembra insomma definitivamente orientata a vivere in funzione dell’esigenza contingente non essendo più possibile sostenere i costi di grosse macchine in grado di vivere aprioristicamente, a prescindere cioè dagli effettivi risultati ottenuti dalle dinamiche di mercato.

 

Il mercato discografico vive una crisi nera, una crisi nella crisi, una crisi prima della crisi. Era in rosso ben prima del tracollo economico e finanziario di questi anni, con dati in veloce e costante diminuzione con una misura direttamente proporzionale all’affinamento delle tecnologie, lecite o meno, del download digitale. Contrariamente a quello che si poteva immaginare si è però assistito ad un proliferare di artisti emergenti che hanno letteralmente inondato il sottobosco underground planetario. La miseria, finanziaria, umana, politica, stimola l’arte, si sa. Di più, la tecnologia nelle mani di tutti ha permesso a chiunque di provare a fare qualcosa, anche da soli, anche chiusi in casa, nella propria stanza con appena una chitarra ed un telefonino. Di certo non si può impedire a nessuno di fare ciò che si vuole, almeno finché tale cosa non costituisca reato. Tutti possono provare a fare qualcosa di buono lasciando alle case discografiche il quotidiano e spesso infame compito di effettuare abbondanti scremature, lasciando fuori anche cose belle ma che, numeri alla mano, non garantirebbero introiti sufficienti.

 

Chiedere i soldi prima è una sicurezza. Prima vendo a chi mi consce già e poi mi faccio vedere fuori. Io artista non mi sobbarco alcun onere, o quasi, la casa discografica non sostiene alcun rischio d’impresa, ed io fan posso sentirmi finalmente parte attiva di un progetto nascente che ho contribuito in prima persona a far nascere. Un cerchio perfetto.

 

E in grossa parte lo è davvero, per tutti questi motivi e per lo spirito, nuovo, che deve contraddistinguere e stimolare la ripresa di un economia che non può più far riferimento unicamente a schemi classici. La musica è però arte, non è un ponte o un marciapiede. L’artista non è un comune che si rivolge ai privati per finanziare la realizzazione di un giardinetto. Tutti coloro che cantano, suonano o incidono qualcosa non sono perciò stesso automaticamente artisti. Detto ciò, richiedere 500 euro per pagare l’amico del cugino che mi ha promesso di realizzare un video grandioso per il mio ultimo singolo è qualcosa che “suona male” e, per quel che mi riguarda, serve a tirare una linea netta tra chi è o crede realmente di poter diventare un artista e chi è alla ricerca di un passatempo che potrebbe nel caso, se mi va bene, ma chissà, vediamo, diventare qualcosa di più.

 

Se voglio condividere con il mondo il prodotto unico ed originale della mia anima, se credo che ciò possa essere apprezzato e possa addirittura diventare una delle mie principali fonti di sostentamento, ritengo che quanto meno l’ “artista” in questione debba crederci. Se non sono in grado (500€? Ci credo poco) o non voglio rischiare un minimo in prima persona per iniziare o proseguire la mia carriera vuol dire che posso pure provare a fare altro nella vita, che artisti ce ne sono pure troppi in giro e troppo pochi possono realmente fregiarsi con orgoglio di tale titolo. Se invece il progetto, con le dovute proporzioni, è realmente ambizioso ed oggettivamente difficile da realizzare con i canali classici, allora ben vengano questi strumenti che rendono un sogno realizzabile e permettono alla musica di poter continuare a sopravvivere e raggiungere ancora quante più persone possibile.

 

Una risorsa quindi, questo crowdfunding, potente, efficace e all’avanguardia, che misurandosi con l’arte della musica deve però tenere presenti e contemperare l’immanente esigenza dell’industria e del mercato con la  trascendente e magica dimensione dell’arte. Perché, per il sottoscritto, la bella musica è arte, ma solo quella. Sia questa finanziata dai fan, prodotta da una casa discografica o auto-prodotta, poco importa. L’importante è che l’obiettivo rimanga lo stesso, emozionare con la musica.

 

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