A Dirty Beaches @ Astoria - Torino 8 Febbraio 2012

Dirty Beaches @ Astoria - Torino 8 Febbraio 2012

Buttane ancora una manciata va'”. Ecco il risultato di non avere un bilancino in casa: troppa pasta, peraltro condita con “x” formaggi. La pesantezza è tanta. Poi ci sono la birra, i liquori, le chiacchiere e per la miseria siamo in ritardo. Non passano bus, ovviamente, e fa un freddo che ti prende nelle ossa. Ad ogni modo si arriva all'Astoria pensando che tanto i concerti non iniziano mai in orario. E invece no, scopriamo di esserci persi almeno tre pezzi e la cosa mi rode perché arrivare tardi ad un concerto è un po' come imbucarsi ad una festa: mancano le dovute presentazioni, manca la fase di ambientamento e quel coinvolgimento che si sviluppa a partire dall'ingresso della band sul palco. Ad ogni modo l'atmosfera che l'Astoria sta ricreando ha un che di particolare, me ne accorgo immediatamente. Sul palco c'è Alex Zhang Hungtai, uno dei più grandi artisti del 2011, col suo stile da duro imbronciato, i capelli impomatati, la camicia a quadri e un'imponenza magnetica. Dal suo microfono effettato escono vocals espansi e pervasivi, interrotti dai singhiozzi parossistici alla Alan Vega, mentre la loop station riproduce i campionamenti ossessivi e collosi.

I pezzi eseguiti non sono tratti da Badlands, sono forse ripescati da qualche ep disseminato negli anni, ma l'atmosfera mi piace e mi rapisce nel giro di un attimo. Ad un certo punto mi accorgo che potremmo essere benissimo nella San Francisco (o nella New York) di fine anni '70. Perché no? Uno scantinato buio con poco più di sessanta persone, una roba di nicchia, di culto, ricreata magicamente dal locale torinese, con le emanazioni sonore che ripescano l'atmosfera avant di prodi come Tuxedomoon e Suicide. Si respira un'aria che va ben oltre lo shittismo-psychobilly che poteva trasparire da Badlands. C'è il sax di un socio di Hungtai che lancia squilli free che vengono riverberati e che si mischiano anarchicamente alle meccaniche della drum machine e del crooning grave e assorto. C'è aria di avanguardia punk, di cerebralismo wave. C'è la sensazione di partecipare a qualcosa di grande e di esclusivo, del tutto decontestualizzato ma proprio per questo unico. Zhang sta sul palco con fare statuario, concentrato sulla costruzione dei brani che riescono ad ammaliare un pubblico sempre più entusiasta.

 Nessuno crede alla prematura sortita dei Dirty Beaches dopo una manciata di pezzi. Presto Zhang e soci rientrano, lui sorride e promette “ancora una”. E attacca con Lord Knows Best, aumentando l'entusiasmo generale. Ad ogni fine brano sembra sempre di dover adulare il trio perché resti sul palco, venendo però puntualmente accontentati dal sorriso timido (chi l'avrebbe mai detto?) di Zhang, che pare onorato dalla carica dimostrata dall'audience. E così ne abbiamo ancora per una ventina di minuti, durante i quali mi convinco di stare partecipando ad un evento con i fiocchi, capace di mischiare no wave, psychobilly, tape music, elettronica lo-fi (...). L'ultimo pezzo è una cover dei DNA e Zhang si scuote e si butta di corsa nel pubblico, finendo con l'abbracciare un tizio in prima fila. La serata è conclusa e il risultato è ottimo.

Una grande esperienza che qualifica il progetto Dirty Beaches dotandolo di un fascino ancora maggiore del previsto. Una cosa per nulla scontata visto il genere in questione. E' finita ed è andata bene quindi, la gente se ne va mentre Zhang gira tra i pochi rimasti e firma qualche autografo. Io compro il cd, noto che la custodia è rigata e ritorno al piano di sopra, a San Salvario nel 2012.

 

Matteo Castello

 

A "Sansa" hanno aperto un bel locale. In realtà ne hanno aperti un bel po', mi dicono certi giovani, ma io questo "Sansa" non so neanche dove sia. Mi spiegano - questi giovani - che "Sansa" è San Salvario, Bronx torinese un tempo noto perchè per strada c'erano i marocchini che spacciavano eroina ai torinesi e sui balconi c'erano i torinesi che sparavano fucilate ai marocchini. San Salvario è sempre stato un quartiere dedito allo scambio culturale. Adesso, deposte le armi e ricorvertito a "zona universitaria", pullula di giovani che ciondolano da un locale all'altro armati solo di calici di vino rosso.

Nonostante il nome pretenzioso, l 'Astoria è un bel posto, arredato con gusto e dotato di un sottoscala umido e buio adibito a zona-concerti. Solo per questo meriterebbe un finanziamento pubblico. Prima di entrare nella cantina, mi soffermo al banco del merchandising, compro una copia in vinile "Badlands" (e il solito dubbio mi assale: "Ma non è che ce l'ho già?") e poi butto l'occhio su un 7''. Il tipo attacca: "Quello è nuovo, l'ha registrato una notte durante questo tour. Ce stavo pure io". "Beh" - rispondo - "se ce stavi pure te, dammelo". Così, prima ancora di aver suonato una sola nota, ho già dato a Dirty Beaches - tra dischi e biglietti per il concerto - quasi 40 euro. La cosa non mi piace. Stasera arrivo a casa e mi scarico gratis l'intera discografia di John Zorn, giusto per pareggiare i conti. 

Mi piace ancora meno quando Alex Zhang Hungtai sale sul palco, e non appena il suo mascellone viene illuminato dai faretti, sento la mia ragazza esclamare: "Ah però!". Non mi piace proprio per niente. Per fortuna i suoi musicisti compensano: il tipo che suona drum machine e percussioni ha un senso del ritmo notevole ma sembra un ricercatore universitario di matematica un po' sfigato. Il sassofonista invece assomiglia a uno dei fratelli Slag (ve li ricordate?). Mr Hungtai sa il fatto suo, questo bisogna ammetterlo: presenta i suoi pezzi intervallati a momenti strumentali (nei quali brilla il sassofonista-cavernicolo), gigioneggia, tiene il palco in maniera sorprendentemente "fisica", si destreggia bene tra chitarra, microfono e marchingegni vari. L'impressione è che quel mix adorabile di rockabilly, Suicide-protopunk e attitudine lo-fi del disco d'esordio non sia destinato a ripetersi, sommerso dai fumi shit-gaze o chiamateli come volete, ma il concerto di stasera è totalmente immerso in quella rivisitazione rock n' roll che abbiamo amato l'anno scorso: bassi campionati sporchissimi, voce da crooner allupato e un'ibridazione tra vecchio e nuovo unica nel panorama odierno.

La platea (piuttosto esigua) accoglie con entusiasmo il primo bis, e quando parte il campionamento di "Voilà" di Francoise Hardy a fare da sfondo per l'elegia amorosa di "Lord Knows Best" la comunione tra palco e pubblico è definitiva, al punto che Dirty Beaches concede un secondo bis, con tanto di passeggiata giù dal palco ad abbracciare i più entusiasti.

Interpreta il blues, canta da Dio, suona la chitarra, muove il bacino e fa impazzire le ragazze: cazzo, Elvis è vivo! E ha gli occhi a mandorla!

 

Fabio Codias

 

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target alle 11:49 del 13 febbraio 2012 ha scritto:

Bravi ragazzuoli. Contento che Spiagge Zozze sia migliorato. L'estate scorsa, a Padova, l'impressione, vuoi anche per il fatto che suonò una ventina di minuti come spalla (a non ricordo neanche chi), non era stata granché. E invece di abbracciare uno in prima fila, aveva cercato di strangolarne uno in seconda ) Serata no, forse.