A Elvis Presley, a 40 anni dalla morte. Uno spettro si aggira per l’America.

Elvis Presley, a 40 anni dalla morte. Uno spettro si aggira per l’America.

40 anni fa moriva Elvis Presley. A quattro decenni dalla scomparsa, il Re del rock’n’roll rimane più impresso, nell'immaginario collettivo, per il suo fisico che per la sua musica: col ciuffo e l'ancheggiamento in tv nei '50, con le ragazze e le auto nei film dei '60 e con i basettoni e le frange a Las Vegas nei '70. Più un'icona che un musicista, non per nulla oggetto di serigrafie wahroliane. Il suo debutto è stato, più del primo LP, la comparsa quasi mistica in tv, a dimenarsi vestito da galeotto cantando Jailhouse Rock. Un’immagine eversiva e sconvolgente che ha colpito le pupille almeno quanto i padiglioni auricolari.

"Prima di Elvis il nulla" disse John Lennon. "Ascoltare Elvis per la prima volta fu come scappare di prigione" aggiunse Bob Dylan. Eppure per entrambi, dal punto di vista musicale, ha contato più Buddy Holly, con gli occhiali sul naso. "Tutti volevano essere Elvis. Io volevo essere Scotty Moore" chiosò Keith Richards ma Chuck Berry lo ha senza dubbio colpito molto di più. Forse la citazione più interessante è quella di Bruce Springsteen: “Elvis ci ha liberato il corpo, Bob Dylan ci ha liberato la mente”. L’elemento fisico come parte principale del mito di Memphis: quel corpo da allora viene replicato ed evocato ininterrottamente. Bello in maniera divina nella sua giovinezza, gonfio e clownesco durante il suo declino. Il ruolo liberatorio e vitalista degli esordi assume negli anni aspetti più inquietanti e funebri. La decomposizione del suo cadavere viene poi scongiurata da una pletora di sosia che moltiplicano all’infinito la sua fisionomia e dalla leggenda metropolitana della sua sopravvivenza ad un trapasso inscenato ma mai avvenuto realmente. Elvis è vivo e vive su un’isola deserta. Prendiamo il triste anniversario come occasione per ripensare ad Elvis, soprattutto per ragionare sull’influenza reale esercitata dalla sua musica nella storia del rock.

Elvis Presley aveva un grande talento, vocale e scenico. Rispetto al povero Bill Haley, cui spetta il primato cronologico, era molto bello ma proprio la sua prestanza fisica ha oscurato le sue qualità artistiche. Un’altra questione che lo ha danneggiato è la gestione della carriera: i film dei ’60, una serie infinita di “musicarelli” all’americana, e gli spettacoli da baraccone a Las Vegas nei ’70. Elvis è scivolato con gli anni dall’opinabile al ridicolo. La sua discografia si riempie col tempo di colonne sonore bruttarelle e di testimonianze evitabili di concerti all’insegna del kitsch. Infine il fatto di non essere un compositore ma un interprete, con il trascorrere dei decenni, lo ha affossato rispetto a Johnny Cash, come Joan Baez nei confronti di Dylan. Ma quel geniaccio di Jerry Lee Lewis, compositore creativo e originale, ha forse fatto più proseliti di Elvis? Beh insieme al più influente Little Richard può essere stato d’ispirazione per Sonics, Jim Jones Revue e pochi altri. La divisione manichea tra creatori e interpreti non regge.

I riff di Chuck Berry e il cantato di Buddy Holly hanno senza dubbio influenzato in modo determinante Beatles, Rolling Stones e Bob Dylan e attraverso di loro garage e mod, hard rock e punk, fino ai giorni nostri. Da Berry e Holly non viene mutuato soltanto il chitarrismo e la vocalità ma anche il modo di comporre i testi e la struttura della forma canzone. Le prime tre diramazioni del rock degli anni ’60 nascono dall’unione di Berry e Holly con Roy Orbison, Everly Brothers e Eddie Cochran nel beat dei Beatles (in sintonia con il surf dei Beach Boys), con Muddy Waters, Howlin’ Wolf e Elmore James nel rock (senza roll) dei Rolling Stones e con Pete Seeger, Woody Guthrie e Leadbelly nel folk rock di Dylan (seguendo l’esempio dei Byrds). In tutto questo Elvis è già assente, già rimosso. D’altra parte il ritmo del rock è quello di Bo Diddley e la distorsione della chitarra è quella di Link Wray: questo aspetto viene troppo spesso dimenticato. Il diddley beat e il power chord dei due grandi ispiratori, sempre sottostimati, passano attraverso i Rolling Stones, i Velvet e gli Stooges per arrivare ai nostri giorni attraverso punk e post-punk. Nel tragitto del rock, di Elvis sono rimaste solo alcune schegge.  

Dal punto di vista scenografico l’attrezzatura horrorifica di Screamin’ Jay Hawkins e il travestitismo ambiguo di Little Richard hanno contato moltissimo, dai Black Sabbath e David Bowie in poi. Elvis è stato oggetto di una persistente e reiterata rievocazione macabra ma i mezzi e gli stilemi per la messa nera sono stati forniti dal voodoo di Screamin’ Jay Hawkins, capostipite del florilegio di teschi e riferimenti diabolici così diffusi nel rock. Elvis non ha fornito gli strumenti per fare rock ma è lo spettro evocativo che aleggia sui cieli americani. Il suo corpo splendido in vita e angosciante da cadavere è una sorta di stella polare della cultura pop americana. Un elemento mitologico, non musicale. Elvis è più oggetto di citazioni testuali che fonte di ispirazione canora. E i riferimenti sono spesso riconducibili al corpo del cantante.

Partiamo dal look del Re. Chi si veste come Elvis dopo il 1962-1963? Chi si pettina come lui? Solo i reduci della generazione di “Fronte del porto” in sella alla moto come Marlon Brando, con la brillantina e il giubbotto di pelle, già fuori tempo massimo a metà ‘60. Le foto delle risse tra mod e rocker sulle spiagge inglesi di quegli anni sono commoventi testimonianze di una lotta impari tra il vecchio e il nuovo. Gli Who (veri mod) e i Kinks (cani sciolti), band di riferimento della fazione vincente, negli anni successivi agli scontri sono tornati tuttavia a più riprese al rock’n’roll dei ’50 anche nella sua odiata versione rockabilly, con orrore postumo dei guidatori di Lambretta. Ma sì sa la contraddizione è cosa umana. Nell’Inghilterra di metà ’60 però i vestiti di pelle, i ciuffi impomatati e le basette sembravano già roba vecchia, arnesi di un’altra epoca a confronto dei look ricercati della Swinging London. E anche musicalmente il recupero, sulla scia degli Stones, del blues, del padre del rock’n’roll, per assurdo sprigiona una scossa di novità. E così il passo indietro verso il pre-rockabilly ha fatto fare un balzo in avanti verso il rock moderno. In questo panorama Elvis rappresenta il vecchiume cui rinunciare.

Elvis, per una patologica idiosincrasia al volo in aereo, non verrà mai in tour in Europa e anche questo fatto peserà non poco sulla scarsa influenza musicale esercitata sulle giovani generazioni. Sarà Gene Vincent, in quegli stessi anni ’60, a svolgere in Inghilterra il ruolo di ambasciatore del rockabilly nella terra d’Albione. In GB sono molti fin dagli anni ’50 i rocker, le risposte britanniche ad Elvis e compagnia: Cliff Richard, Vince Taylor, Tommy Steele, Tony Sheridan, Billy Fury, Marty Wilde e molti altri. Il rock’n’roll britannico, insieme allo skiffle di Lonnie Donegan, al trad jazz di Chris Barber e al blues di Alexis Korner è servito da palestra per la generazione di Beatles e Stones. Esisteva poi un rock strumentale per merito di band come gli Shadows e i Tornados, a rivaleggiare con Dick Dale e Duane Eddy dall’altra parte dell’oceano. Queste realtà secondarie hanno sicuramente influito sui giovani di inizio ‘60 e sono oggi quasi totalmente dimenticate, come se prima dei Beatles in Inghilterra non ci fosse nulla, per parafrasare Lennon. Questi sotto-generi, questi artisti minori andrebbero riconsiderati, senza innalzarli nell’Olimpo e senza relegarli nel dimenticatoio.

Le ondate revivalistiche dei ’50 nei decenni successivi sono state ancora più anacronistiche delle tardive truppe di fan di Gene Vincent e Elvis Presley ancora attive nel corso dei ’60. Dal calderone revival occorre distinguere ed eccettuare l’esperienza, solo superficialmente rétro, dei Cramps. Lux Interior e Poison Ivy hanno creato un nuovo genere, lo psychobilly, una sorta di visione degenerata del rockabilly aggiornato alla lezione del punk, che ha fatto proseliti in America come in Inghilterra, con i Fleshtones e i Meteors. In questo senso sarà ben più influente del Re, Hasil Adkins, un Elvis outsider e sgangherato, attivo, in totale sordina, fin dagli anni ruggenti del rock’n’roll ma fonte di grande ispirazione. Questo divario tra l’influenza musicale e l’influenza sociale è quasi paradigmatico. Probabilmente per John Lennon contò più il misconosciuto Larry Williams rispetto a Elvis e per John Fogerty il ben poco noto Dale Hawkins. Ma possiamo per questa ragione relegare Elvis alla sola storia del costume? O perlomeno ridimensionarlo così tanto da porlo nell’appendice della storia del rock? No di certo. Allo stesso tempo occorrerebbe rivalutare e ricollocare nella giusta posizione autori dimenticati come Hasil Adkins, Larry Williams e Dale Hawkins, ingiustamente considerati minori.

Elvis verrà rievocato come uno spettro, come solo la figura di John Kennedy nella cultura popolare statunitense. Elvis resta un mito americano, il simbolo di una generazione innalzato a semi-divintà pop. Ma, a differenza di James Dean e di altri eroi del rockabilly, non muore all’apice della sua carriera e al vertice della sua bellezza. Crepa dopo anni di spettacolini tra il discutibile e il patetico, sosia di se stesso, ombra del teen idol degli esordi. Nonostante un numero imprecisato di scelte artistiche ed estetiche smaccatamente sbagliate il suo culto resta intatto, come se fosse spirato in sella ad un moto nel 1957. Ma non per tutti le cose stanno in questi termini.

Elvis viene visto da taluni come un prodotto di plastica, il primo esempio negativo di quella diatriba, sempreverde nel rock, tra “musica vera” e “musica finta”. Un fantoccio manipolato dal mondo discografico e lanciato sul mercato per mietere soldi e consensi. Tutto è relativo. Il suo ancheggiare in tv agli occhi di una massaia del Minnesota sarà parso erotico e demoniaco, mentre per un frequentatore di un club blues di Chicago, una stupidata per ragazzetti. E lo stesso vale per i dischi. Una certa compostezza e una certa pulizia d’esecuzione sono sicuramente sembrate posticce, a metà degli anni ’50, agli ascoltatori di Little Richard, e contemporaneamente sono senza dubbio sembrate cacofonie agli estimatori di Frank Sinatra. Tutto dipende dalla prospettiva dalla quale, oggi come allora, si guarda al fenomeno. Poi quell’effetto echo, marchio della Sun Records, lo allontana dal mito della presa diretta, della registrazione ruspante e genuina, mito fondativo del rock’n’roll senza fronzoli ed effetti. Come se da inizio anni ’60 in poi gli effetti distorsori per le chitarre, artificiali e spesso artificiosi, non abbiano marchiato il genere in modo indelebile. Come se nei grandi dischi degli anni ‘60/’70 non siano state realizzate sovraincisioni e non ci si sia sbizzarriti in trucchi da sala d’incisione.

Quindici anni dopo la prima apparizione di Elvis nel mondo della musica inizierà a farsi strada un animale da palcoscenico di eguale se non superiore talento: David Bowie. In Bowie, più che in ogni altro musicista, l’elemento dell’artificio scenico e dell’artificiosità artistica sarà un tratto peculiare: i personaggi interpretati e i travestimenti indossati saranno i pilastri di una proposta musicale che gioca di proposito con la plastica, con la finzione. Ma già al cospetto della figura di Elvis si sarebbe dovuto dubitare della genuinità come valore assoluto. Quanti musicisti sinceri e spontanei hanno inciso brani memorabili come quelli dell’impostatissimo Presley e del truccatissimo Bowie? Come si fa a derubricare Bowie e Presley a fenomeni esclusivamente di costume? Come si può dare per scontato che non si possa fare arte giocando con la plastica e i trucchi più artificiosi? Quello della spontaneità come caratteristica irrinunciabile è un assioma che non regge, né nel rock’n’roll né in qualsiasi altra forma d’arte.

Poi c’è l’accusa più severa: “Elvis ha rubato la musica dei neri”. In effetti, come diceva Muddy Waters, “il blues ha avuto un figlio e lo ha chiamato rock’n’roll”. Il rock’n’roll è quindi, per discendenza biologica, una musica nera. E in effetti sono molti gli artisti di colore ad aver anticipato la forma del rock’n’roll dalle origini del blues, da Charley Patton in poi. Cercare il primo brano di rock’n’roll è tanto intrigante quanto inutile ma forse That's All RightMama nelle due versioni, quella originale di Arthur Crudup e nell’interpretazione di Elvis, potrebbe essere una bella risposta all’annoso quesito. Di colore il bluesman Crudup, bianco come il latte il Re di Memphis. Con buona pace dei suprematisti confederati e delle pantere nere, il rock’n’roll, da qualsiasi prospettiva lo si guardi, è figlio di una miscela delle due musiche popolari: il blues nero e il folk bianco. Sia chiaro le due componenti sono messe a reagire in quantità molto diverse ma il discorso non cambia. Elvis  e gli altri artisti WASP iniettano nel blues di Chicago e nel jump blues una buona dose di country. E questa contaminazione ha contato molto nello sviluppo del rock’n’roll. Il termine rockabilly prende, non a caso, la desinenza dall’hillbilly, il nome della musica folk dei bifolchi bianchi, e l’ascendenza country sarà una componente molto rilevante per questo cotè del genere.

L’influenza del country però non si limita a Elvis e alla sponda rockabilly. Anche nei confronti del più classico rock’n’roll nero, quello di Chuck Berry, è stata esercitata un’influenza di un certo spessore da parte della musica dei bianchi. Ed è questa mescolanza che ha determinato il salto nel vuoto dal trampolino del blues elettrico di Muddy Waters e Howlin’ Wolf. Il rock’n’roll grazie a questa caratteristica ha posto fine ai race records, ai dischi di blues esclusivamente per neri, contraltare ai dischi folk esclusivamente per bianchi. Il rock’n’roll ha mischiato le carte sul tavolo e ha mischiato il pubblico ai concerti, rivolgendosi per la prima volta a ragazzi e ragazze di tutte le etnie. Le radio dell’epoca non sono più riuscite a catalogare in modo netto la musica per il pubblico bianco e quella per il pubblico nero ed hanno iniziato a trasmettere musica per tutti. In questa rivoluzione copernicana, con esiti sociali alquanto ragguardevoli, il ruolo di Elvis non può essere derubricato a quello di “ladro” della musica afroamericana. Il furto si ripete, per mano d’altri, da inizio ‘900 ai danni di ogni genere della black music, dal jazz al rap, dal blues al funk. Al netto del fastidio sacrosanto provato dalle persone di colore, tutti questi scippi sono in realtà delle contaminazioni con le musiche di origine europea e spesso hanno creato generi nuovi e toccato altissime vette. Elvis insieme a Gene Vincent, Eddie Cochran, Carl Perkins, Jerry Lee Lewis, Buddy Holly e gli altri padri del rockabilly ruba e dona contemporaneamente. Incide, in una chiave inedita e originale, brani nerissimi come Hound Dog di Big Mama Thorton e collabora all’abbattimento delle barriere razziali nella bigotta e retrograda America dei ’50.

La biografia di Elvis Presley è poi disseminata da una serie di leggende metropolitane: secondo la più famosa non sarebbe morto ma avrebbe inscenato il suo decesso per rifarsi una vita nell’anonimato. Siamo dalle parti, per intenderci, del complotto macabro della sostituzione del defunto Paul McCartney con un sosia. Prima della leggenda della finta dipartita però, si diffonde un’altra credenza popolare: Elvis sarebbe morto artisticamente durante l’arruolamento nell’esercito. Al suo ritorno in effetti smette di ancheggiare, si veste in modo elegante e va in tv allo spettacolo di Frank Sinatra, ad arrendersi e deporre le armi. In realtà dopo il suo congedo militare, incide Fever per fare solo un esempio, e alcuni LP ancora buoni, sulla scia dei suoi capolavori dei ‘50. Ma il popolo del rock ha bisogno di eventi spartiacque: la svolta religiosa di Little Richard, l’arresto di Chuck Berry o la tragica scomparsa di Buddy Holly o Eddie Cochran solo per rimanere a quella generazione. Si ha necessità di date esemplari e di eventi simbolo che segnino un “prima” e un “dopo”. E allora il rock è morto già allora, prima che Beatles, Stones e Dylan salissero alla ribalta. Morirà almeno altre 4 o 5 volte nei decenni successivi. E il ritorno dell’Elvis soldato è per i ’50 quello che per i ’60 sarà il rientro sulle scene di Bob Dylan, dopo l’incidente motociclistico. Pare scontato ribadire come Bob Dylan non sia morto artisticamente nel 1967, è forse necessario sottolineare che Elvis non sia finito nel 1957.

Uno degli ultimi sussulti di un certo rilievo di Elvis è il Comeback Special, il suo concerto in tv del ‘68, con vestiti completamente di pelle a sfidare idealmente Jim Morrison, eroe del momento. In quell’occasione Elvis è in forma e convincente e quella performance collaborerà a innescare un piccolo revival del rock’n’roll ’50 nella scena post-psichedelica. Quella piccola fiammata nostalgica ha come esito il concerto Toronto Rock and Roll Revival, al quale partecipano tra gli altri la Plastic Ono Band e i Doors, Bo Diddley, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis e Gene Vincent. L’iniezione di rock’n’roll anni ’50 in una scena internazionale dominata dal prog e dall’hard rock è un elemento da non trascurare se si considerano certe caratteristiche di band protopunk dell’epoca come MC5 e Flamin’ Groovies. Il secondo album degli MC5, “Back in the USA”, si apre con un brano di Little Richard e si chiude con uno di Chuck Berry: Sun Ra è per il momento accantonato. L’equilibrio del capolavoro dei Groovies, “Teenage Head”, sta proprio nella sapiente miscela di rock’n’roll ad opera di Roy Loney e di blues per mano di Cyril Jordan. Negli album precedenti “Supernazz” e “Flamingo” era proprio l’eccessivo peso dei rock’n’roll anni ’50 a non partorire una formula che potesse rivaleggiare in modernità con i Rolling Stones. Nel protopunk Bo Diddley e Link Wray sono i due punti di riferimento principale e si coniugano con il classico binomio Berry-Holly e con l’irruenza tellurica di Little Richard. L’influenza musicale di Elvis è vicina allo zero.

Anche dall’altra sponda del rock, quella hard, il rock’n’roll dei ’50 fa capolino in quella scena post-‘68. Per Jimi Hendrix e Cream il rockabilly è un vecchio ricordo e Elvis una figurina del passato: il mito incontrastato è Chuck Berry, affiancato dai grandi nomi del blues elettrico. I Blue Cheer invece passano alla storia per la loro cover incendiaria di Summertime Blues di Eddie Cochran e creano di fatto lo stoner; i Led Zeppelin celebrano a modo loro la musica dei ’50 con il titolo programmatico Rock and Roll: magari l’influenza di Elvis non è diretta ma Robert Plant nutre per il Re una vera devozione. In questo senso, l’artista più stimolante insieme a Eddie Cochran, è stato senza dubbio Johnny Burnette, con la distorsione in The Train Kept A Rollin' a rappresentare un modello per tutto l’hard rock. Accanto all’hard, si fanno spazio i primi rappresentanti dello shock rock, un rock venato di elementi macabri e spettacolari: Arthur Brown e Alice Cooper in questo si rifanno a Screamin’ Jay Hawkins e al suo corrispettivo inglese, Screaming Lord Sutch. Anche in questi casi Elvis conta poco o nulla.

Se dalla psichedelia nascono l’hard rock, il prog e in maniera più nascosta il protopunk non tutti i musicisti sono d’accordo nel percorrere quelle strade. Alcuni di loro rifiutano i nuovi esiti e decidono di tornare alle musiche tradizionali, folk e blues. Questa scelta, apparentemente rassicurante e conservatrice, ha in realtà, soprattutto per quello che riguarda gli Stones e Neil Young, determinato una ripartenza, un riequilibrio nella formula del rock che peserà nei decenni a venire. Negli anni successivi al ritorno alle radici da parte del Bob Dylan di “John Wesley Hardin’”, della Band di “Music from Big Pink” e dei Byrds di “Sweetheart of the Rodeo”, il rock’n’roll dei ’50 si fa strada pure tra gli alfieri dei roots rock, nei dischi dei Creedence Clearwater Revival o dei Commander Cody. All’ombra loro e dei Flamin’ Groovies pre-“Teenage Head” si assiepa il vero e proprio revival rock’n’roll di fine ’60: Brownsville Station, Daddy Cool, Frut, Showaddywaddy, Sha Na Na, Flash Cadillac and the Continental Kids ecc. Spesso questi gruppi sono imitatori calligrafici dei fasti del passato, gli spunti originali sono rari se si eccettua il caso dei primi Brownsville Station. Il modello di Elvis come in ogni revival purista futuro è ben presente, sia visivamente che musicalmente. E la sua importanza negli sterili revival passatisti non porta acqua al suo mulino.

Una marcata eco, non solo del rock’n’roll dei ‘50 ma di Elvis Presley in particolare, si nota invece nel glam: pensate a Alvin Stardust o a Gary Glitter, sia in certe inflessioni vocali sia nella presenza scenica e nel look. La loro è una reinterpretazione del rock’n’roll ’50 tramite la lente del glam, e oscilla tra l’imitazione del modello originale e il gusto per lustrini e paillette. Bryan Ferry dei Roxy Music compie senza dubbio un’operazione di diverso spessore e qualità, nell’interpretare un Elvis immaginario, effeminato e raffinato, una versione intellettuale del camionista di Tupelo, con tappeti sonori lontani anni luce dai cliché rockabilly e una vocalità alquanto differente dall’originale. Rimanendo in GB, si potrebbe fare per il pub rock e il glam un discorso analogo: nel riscoprire le origini, togliendo di mezzo le tastiere del prog e gli assoli dell’hard rock, tornano al rock’n’roll dei ’50 e al garage-mod dei ’60, anticipando il punk. Gli esponenti del pub rock in modo maschio e proletario, i miti glam con il rossetto e le piume di struzzo. Anche la scena pub, come quella glam, era lambita da personaggi calligrafici come Shakin' Stevens e Alex Harvey che hanno recuperato in maniera più o meno pedissequa il primo rock’n’roll o un generico boogie. Capitolo a parte merita Dave Edmunds che tra fine anni ’60 e inizio anni ’70 getta le basi, per un pub rock che ondeggia tra il vecchio rock’n’roll e il nascente punk, preparando il terreno a Nick Lowe e Graham Parker, ma anche a Elvis Costello e Joe Strummer. Il ruolo di Edmunds è accostabile a quello svolto dall’Alex Chilton produttore dall’altra parte dell’oceano, una sorta di ponte di collegamento tra la old wave e la new wave. Il power pop dei Big Star del Chilton musicista aveva invece sfoggiato sporadiche reminescenze ’50 ma nessun riferimento diretto all’illustre concittadino Elvis.

E poi ci sono le prese in giro. Kim Fowley nella sua selvaggia proposta di protopunk a tinte ironiche talvolta scimmiotta i rocker impomatati e pure Frank Zappa ha pagato pegno ai ‘50, in modo umoristico, con “Cruising with Ruben & the Jets”. Di Elvis non c’è ombra. Molto più serio e interessato a Presley, è Jim Morrison, nel momento in cui si trova ad incidere con i Doors le cosidette “Rock is dead sessions”. Siamo nel 1969 e il Re Lucertola sente, per qualche ignota ragione, che il rock’n’roll, iniziato una dozzina di anni prima, sia ormai defunto: nell’improvvisare sul tema, interpreta Love me tender di Elvis, mettendo in chiaro l’ascendenza che Presley ha esercitato su di lui non solo come personaggio ma come cantante. La nascita del rock’n’roll per Morrison aveva rappresentato un fatto mitico come la nascita della tragedia greca. I rocker dei ’50 ai suoi occhi incarnavano i corrispettivi americani degli dei dell’antico pantheon. In questa session, rimasta all’epoca inedita e pubblicata solo decenni dopo, il cantante dei Doors stabilisce la fine del genere e tributa il suo omaggio allo Zeus USA: Elvis Presley. La musica dei Doors, eserciterà forte influenza su Ian Curtis dei Joy Division e Jeffrey Lee Pierce dei Gun Club. Attraverso il mito di Morrison, la leggenda di Elvis arriverà negli anni ’80 e con essa, nella maniera più chiara, anche la sua vocalità e la sua musica. In questo senso di destrutturazione della musica di Elvis, ben prima di Dead Kennedys o Residents, la cover di Heartbreak Hotel di John Cale dei Velvet Underground svetta come chiave di volta. Una delle interpretazioni di brani altrui più riuscite e convincenti di sempre, anche in questo caso associa il cantante di Memphis ad un’atmosfera funebre e all’idea di morte. E questo, come la session dei Doors, ben prima della dipartita di Elvis. Presley, ancora in vita, è già percepito dagli artisti come una sorta di figura mortifera.

Sicuramente Morrison è stato molto influenzato dallo speciale tv del ’68. Jon Lindau scrisse dello spettacolo di Elvis “Il suo modo di muovere il corpo deve aver reso Jim Morrison verde d’invidia”. Elvis si presenta in tv con lo stesso look di Morrison. Ed è facile immaginarsi il cantante dei Doors davanti allo schermo, in estasi mistica. Anche l’ultimo degno colpo di coda, Elvis lo ha assestato quindi con la sua immagine, con una sua apparizione mediatica, in total black, più che con i suoi dischi del periodo, pur di buona qualità. Eppure a lunga distanza i due LP della transizione “From Elvis in Memphis” e “From Memphis to Vegas/From Vegas to Memphis” eserciteranno forse negli anni ’80 una certa influenza su Nick Cave e Tom Waits. Per Nick Cave, Elvis è come Johnny Cash, un’ispirazione musicale, un riferimento vocale ma anche, per l’ennesima volta, una figura macabra. Per Tom Waits è più un’icona, un personaggio letterario. E non a caso anche la grafica di “Raindogs”, come London Calling qualche anno prima, cita vistosamente la copertina del primo mitico disco di Presley.

Ma torniamo al ’68. Lo speciale tv segna un altro spartiacque opinabile: quello tra i film stupidi e gli spettacoli penosi a Las Vegas: eppure, come abbiamo visto, tra le due fasi scellerate della carriera, Elvis riesce a piazzare qualche colpo miracoloso, qualche zampata da leone. In quella piccola transizione Elvis sceglie di accantonare le canzoni zuccherine e di riportare le lancette al 1957. Un ritorno all’origine che anticipa il progetto dell’altro grande fenomeno musicale e sociale del ‘900: i Beatles. “Get Back”, poi rimaneggiato in “Let it Be” da Phil Spector, non è collocabile all’interno del cosiddetto “back to the roots” del periodo. I Beatles, rinunciando alla complessità orchestrale e concettuale del Sgt. Pepper, non fanno ritorno al folk o al blues, ma con le differenze del caso, strizzano un occhio al beat degli esordi e alla musica da teddy boy. La copertina avrebbe dovuto ritrarli nella stessa posizione di quella del loro debutto ma con i capelli e le barbe lunghe.

Nei primi anni da solista Lennon manterrà questo elemento nostalgico, in modo più rilevante rispetto a McCartney, prima nel “Live Peace in Toronto”, poi con la scelta della Elephant Memory Band, altro gruppo influenzato dal rock’n’roll revival, e infine con la pubblicazione dell’album tributo alla sua infanzia: “Rock and Roll”, appunto. Il modello di Elvis non traspare dalla vocalità di Lennon ma fanno capolino, frequentemente, certe sfumature del canto di Gene Vincent, amato dal beatle John anche per la sua propensione al nonsense. Eppure le physique du rôle e la capacità di ammettere i propri fallimenti nei testi delle canzoni non possono che far tornare alla mente un secondo fantasma, quello di Buddy Holly. La figura di Buddy Holly è un’altra presenza spiritica della storia del rock: ossessione per Joe Meek, mito per Beatles, Stones e Dylan. Figura celebrata in modo religioso e definitivo da Don McLean nel celebre pezzo American Pie, che convenzionalmente associa la sua morte alla fine dell’innocenza, alla fine della prima fase del rock. Ma lo spirito di Buddy Holly non è una presenza inquietante come quella di Elvis, ambigua e bifronte. Holly rappresenta un modello musicale, un autore di brani incredibili, una fonte di ispirazione artistica, un uomo comune e un fratello maggiore. Nessuna caratteristica divina, nessuna perfezione estetica. Con gli occhiali e una certa magrezza, Buddy Holly ha dimostrato ad intere schiere di aspiranti rocker che si poteva cantare non solo di spacconerie eccezionali ma anche di fatti quotidiani. Nonostante questo la vita e la morte di Buddy Holly sono, come per Elvis, attraversate da ossessioni e misteri. Eppure Buddy Holly non assume su di sé caratteristiche luciferine ma sembra ancora un angelo dei bei tempi andati, un santino cristallizzato a simboleggiare l’età della purezza.

Nel corso dei ’70 si susseguono tre uscite culto, tra cinema e tv: “American Graffiti”, “Happy Days” e “Grease”, a rinverdire nell’America travagliata degli anni ’70 lo spensierato decennio dell’innocenza. Tra i ’50 e i ’70 è successo di tutto: l’assassinio di John e Robert Kennedy, di Martin Luther King e Malcolm X, la guerra in Vietnam, gli omicidi di Charles Manson e quello ad Altamont. Sono iniziate anche a morire le rockstar. A sto giro non per incidenti automobilistici o aerei come nei ’50 ma per il consumo smodato di stupefacenti: Brian Jones, Jimi Henrix, Janis Joplin e Jim Morrison ma anche Alan Wilson, Duane Allman, Danny Whitten e Gram Parsons. La voglia è quella di tornare all’innocenza perduta, ai drive in e alle torte di mele. Ma chi raccoglierà l’eredità musicale del rock’n’roll più selvaggio porterà alle estreme conseguenze gli eccessi di alcol e droga. Il punk sta per arrivare. Nel frattempo l’aspetto pubblico di Elvis è cambiato: negli anni ’70 ha i capelli sempre più cotonati, le basette sempre più invadenti e le giacche bianche sempre più frangiate. Queste fattezze pagliaccesche fanno scuola soltanto tra i sosia e sono oggetto di non poche ironie.

Lo zoccolo duro dei rockettari puri annienta e annichilisce la figura di Elvis. Non considera in maniera negativa unicamente il declino della rock star ma tutta la sua carriera. Si sottrae così al cantante qualsiasi merito, gli si nega qualsiasi qualità. Si sostiene che le versioni originali di  Arthur Crudup, Carl Perkins o Big Mama Thornton siano nettamente migliori delle cover realizzate da Elvis. Si svalutano le sue uscite discografiche, subordinandole al suo ruolo sociale. E così oltre alla colpa di non essere un autore, di aver gestito male la carriera e di aver rubato la musica dei neri, viene pure imputato al Re di non aver inciso nulla di buono. Come se Heartbreak Hotel, Hound Dog o Jailhouse Rock non fossero pezzi interpretati alla grande e giustamente entrati nella storia nella versione di Elvis. Si passa così da un mito cieco e esagerato all’estremo opposto, ad un ridimensionamento eccessivo e sconsiderato. E il Re diventa un pupazzo.

In ogni caso Elvis è spesso citato in maniera parodica: a fine ‘60 Jeremy Spencer nei concerti dei Fleetwood Mac si ritagliava un siparietto nel quale interpretava i brani di Elvis. Ma si trattava appunto di una specie di caricatura. Sia Mick Jagger che John Lennon sono stati immortalati su pellicola mentre imitavano Elvis in maniera ironica e irriverente. Già nei ‘60/’70 le star del rock che avevano venerato Elvis come il dio del rock’n’roll della prima ora, a qualche anno di distanza da Jailhouse Rock, lo prendono amabilmente per i fondelli. Perché? Perché nelle sue pose e nelle sue parole c’è fin da principio una strana miscela di fascino e ridicolo. Né LennonJagger si sarebbero mai sognati di prendere in giro Chuck Berry o Bo Diddley: erano troppo impegnati a sperticarsi in lodi, con reverenza e rispetto. Elvis veniva imitato anche dai colleghi della sua generazione: Johnny Cash lo scimmiotta persino sul palco fin dagli anni ’50, in una maniera così dissacrante e ironica da sembrare opera di un comico.

L’uomo in nero sulla lunga distanza vince la gara con Elvis e lo fa dalla sua posizione di outsider del rock, di autore borderline tra country e rock’n’roll. Se all’epoca il suo successo di pubblico era incomparabile alla “Elvis mania”, alla psicosi di massa tra i teenager per il cantante di Memphis, nel corso dei decenni Johnny Cash ha accresciuto costantemente un mito sempre più granitico. E questo per varie ragioni. Cash è autore oltre ad essere interprete e nel complesso il suo canzoniere è invecchiato meglio. Ma esistono anche motivi extramusicali. Cash si è sbizzarrito in eccessi di ogni tipo ma ha anche avuto una storia d’amore bellissima con la sua compagna di sempre. Si è poi fatto carico di un impegno civile riguardo alla condizione carceraria e ha sfoggiato un look anticonvenzionale e personale. Elvis al contrario era un estimatore di Nixon, aveva avuto un matrimonio di facciata e sfoderava un abbigliamento sempre più circense. Svolgeva poi pratiche sessuali non convenzionali nella sua casa di Graceland. Ma la sua non è la guascona disinvoltura erotica degli Stones nel tour del ’72, che tanti proseliti ha fatto nella mitologia del rock. La sua vita privata, giustamente archiviabile in due parole, ha qualcosa di respingente e morboso che, per qualche ragione, lo rende più distante e meno simpatico. Ma il moralismo lo lasciamo al reverendo Little Richard.

Il ridicolo, sia chiaro, caratterizza non solo Elvis ma tutto il carrozzone del rock’n’roll: quel ridicolo in cui ricadono, chi più chi meno, tutte le rock star che continuano a riproporre questa musica giovane in età senile. Tra tinte per i capelli e le rughe coperte dal trucco. Anche in questo Elvis è stato il precursore, la prima stella del genere a cercare invano di camuffare in pubblico il suo disfacimento fisico. Se veniva deriso fin dagli anni ’50, figurarsi come potesse sembrare pietoso l’Elvis a Las Vegas, animale da circo in esibizioni per turisti. Molti presero la sua morte con un sospiro di sollievo. Finalmente quello scellerato dissipamento di talento e quella parata di cattivo gusto avevano trovato la fine. Si poteva archiviare Elvis nel passato, iniziare a ricordare il ragazzo degli esordi, fresco ed efficace. E dimenticarsi delle pagine meno gloriose, come si potrà fare fra qualche decennio con Elton John, un altro artista, nei suoi anni d’oro, molto influenzato dal rock’n’roll degli anni ’50.

Nel ’77, l’anno di grazia del punk e l’anno di morte del Re, i Clash si affrettano a dire che in giro non c’è Elvis e non ci sono neppure i Beatles e i Rolling Stones. Ma uccidere il padre non è così semplice per il novello Edipo. Quel padre ingombrante in maniera più iconica che musicale incombe sulla Londra in fiamme più di quanto abbia aleggiato sull’edonista Swinging London. Joe Strummer autore del celebre verso “No Elvis, Beatles, or The Rolling Stones” in realtà guardava ai tre miti con meno spavalderia di quella ostentata e con lui quasi tutta la sua generazione. In fondo erano proprio il primo rock’n’roll e la british invasion a rappresentare insieme al garage i precedenti diretti al punk ’77. E nel ciuffo di Strummer, in certe pose sceniche e pure nella svolta stilistica di “London Calling” qualcosa di Elvis rimane. A suggellare questo legame, la copertina del disco cita in maniera esplicita la grafica dell’esordio su LP di Presley. Ben comprende l’affinità tra il punk e il primo rock’n’roll il dinosauro Neil Young che in Hey hey my my tributa un incrociato omaggio a Elvis e Johnny Rotten dei Sex Pistols. Pure sull’altro fronte di fine ’70, sul cotè new wave, un gruppo sperimentale e d’avanguardia come i Suicide non poteva negare una certa discendenza dal cantato impostato di Elvis nei vocalizzi sincopati ed epilettici di Alan Vega. Ed Elvis Costello non aveva forse preso il nome di Presley, associato al cognome di nonna e indossato gli abiti di Buddy Holly?

Eppure bisogna ammetterlo: Elvis musicalmente, in senso stretto e proprio, non ha influenzato molti artisti. È stato un modello per Jim Morrison e attraverso Morrison, per Ian Curtis e Jeffrey Lee Pierce. Ma per il cantante dei Joy Division e per quello dei Gun Club si tratta di evocare principalmente Morrison e solo in una scatola cinese di sedute spiritiche Elvis. Un Elvis morto visto attraverso un altro eroe del rock, deceduto a sua volta. Un discorso analogo si può fare per Alan Vega e Nick Cave che lo materializzano dilaniandolo. In anni più recenti, in ossequio al culto della reliquia di Elvis, un one man band si è scelto come nome di battaglia proprio Dead Elvis. Al contrario, a voler per l’ennesima volta rappresentare la dicotomia dell’Elvis scheletro/Elvis corpo vivo, un altro one man band, Bloodshot Bill, con tanto di brillantina e giubbotto, reinterpreta il ruolo del Re ai suoi esordi, in modo originale e non revivalistico. Poi almeno in parte Elvis ha esercitato una certa ispirazione per due artisti diversissimi tra loro come Bruce Springsteen e Lux Interior dei Cramps. Il primo impastandolo nella retorica dell’”altra America”, il secondo riesumandolo come un Frankenstein erotomane. Così distante il Presley privato dall’uomo di strada schietto e genuino di Springsteen, così lontano come uomo pubblico dal punkabilly sadomaso e sovversivo di Lux Interior. Oltre a questo, però, poco altro. Almeno fuori dal circuito rockabilly, tra sosia e imitatori più o meno sfacciati, sotto l’ala protettiva dei talentuosi Peter Gordon e Brian Setzer degli Stray Cats.

Elvis è il padre fondatore, musicalmente rinnegato per creare la nuova musica nei ’60, nei ’70 come nei decenni successivi, con poche eccezioni rilevanti. Più difficile ricacciare indietro, dal punto di vista artistico, l’altro capostipite, Chuck Berry: sia nei ’60 che nei ‘70 sarà la progressiva rinuncia ai riff alla Johnny B. Goode a determinare lo scarto tra il garage-mod e il rock’n’roll, tra il punk e il garage-mod. Il mito di Berry, quindi, rispetto a quello di Elvis, è stato meno influente dal punto di vista sociale e più complicato da ripudiare musicalmente. Lo stesso Keith Richards è riuscito a volte alterne a liberarsi dagli stilemi del maestro, per poi abbandonarsi alla venerazione sfacciata del suo padre spirituale. Il compito è stato superato più egregiamente dai Velvet Underground e dagli Stooges che dagli MC5 e dai New York Dolls, per essere totalmente archiviato dai Ramones. Ma ogni qualvolta il rock ha ridotto ai minimi termini la sua matrice blues e rock’n’roll e si è emancipato dal modello di Chuck Berry, si è subito verificato un recupero dei due generi, riletti in una nuova chiave. Questo capita sia dopo il garage-mod con i Canned Heat e i Flamin’ Groovies, sia dopo il punk con i Gun Club e i Cramps, sia più recentemente sulla scia di “Orange” della Jon Spencer Blues Explosion, dopo la fine del grunge. In questo ambito l’interpretazione di Where Did you Sleep Last Night di Leadbelly da parte di Kurt Cobain e i Nirvana è abbastanza indicativa di un’oscillazione perenne tra il superamento della tradizione e il ripiegamento sulla stessa. In tutto questo, dall’esordio dei Sonic Youth e dalla nascita dell’indie negli ’80 in poi, la figura di Elvis è ancor meno influente dal punto di vista musicale e resta sospesa come archetipo del rock’n’roll.

Con un’interpretazione differente del repertorio classico, ad ogni supposta morte del rock si è ripartiti così verso nuove direzioni, infondendo dosi rivitalizzanti di blues e rock’n’roll e ridisegnando un nuovo equilibrio alla ricetta base. I revival puristi invece hanno sempre rappresentato una scelta conservatrice e talvolta reazionaria, con un’imitazione didascalica dell’abbigliamento, scarsi spunti autoriali e fallimentari tentativi di recuperare una verginità perduta. È in questo ambito, purtroppo, che la figura di Elvis viene costantemente riesumata dal punto di vista musicale oltre che estetico. Fuori dal circuito nostalgico invece, il cantante di Memphis, tranne in rari casi, è stato fondamentalmente archiviato al giro di boa della british invasion.

Volendo tirare le somme, la vocalità di Elvis è molto legata alla sua epoca e pure alla sua persona. Una voce appiccicata a quel sorriso, a quelle anche, a quel ciuffo. Come fosse un tratto estetico, un elemento fisico. Nel complesso è stato più parodiato che omaggiato.  Nelle sporadiche occasioni in cui ha esercitato influenza musicale, il suo modello è stato rivoltato al contrario, ribaltato sottosopra come la voce fantasma di un’America contraddittoria, verso la quale si prova un misto di amore e odio. Un Elvis trasfigurato, a volte bello come agli esordi, a volte zombie cadaverico. Per il resto, di Elvis, non ci restano canzoni scritte di suo pugno, solo interpretazioni. In parte eccezionali, in parte trascurabili. Elvis rimarrà quindi nella storia per il suo ruolo sociale e di costume, tra i più importanti del ‘900. Ma resterà anche per i primi LP e per una manciata di 45 giri eccezionali. E la sua “plastica” sarà ritenuta di ottimo livello come quella di David Bowie, dei Clash e dei Nirvana. Si sorvolerà sui film hawaiani e sui concerti a Las Vegas. E si posizionerà la sua figura, nella storia del rock degli albori, appena dopo quella di Chuck Berry, Buddy Holly, Bo Diddley, Link Wray e Little Richard.

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