A I mutevoli umori di Paul Weller Live Genova Porto Antico 11.9.2017

I mutevoli umori di Paul Weller Live Genova Porto Antico 11.9.2017

“Sono al posto giusto”. “I’m where i should be”. Con questa canzone /autoanalisi di una vita da musicista rock Paul Weller ha aperto il suo concerto genovese al Porto Antico, lunedì 11 settembre, prima delle ventinove caselle di una carriera quarantennale, dai Jam ad oggi,  toccate nel corso della serata.  Un percorso affrontato con un’urgenza, una velocità ed una precisione che fanno pensare al meticoloso e rodatissimo lavoro di un fine artigiano che conosce a memoria i risvolti del proprio mestiere ed è ansioso di mostrarne gli esiti: Weller non si dà tregua e sembra volere annullare gli spazi vuoti fra un pezzo e l’altro come fosse spinto da una forza irresistibile che lo porta dalla chitarra elettrica al pianoforte e di nuovo alla acustica, a saltare fra passato e presente.  

Parte con il lato più ruvido del repertorio, tre brani, “Nova”, “White Sky” e “Long time”, nei quali la sua chitarra e quella di Steve Cradock ed il tuonare della  batteria di  Steve Pilgrim sono stordenti. Quindi si tuffa nel passato degli Style Council  con “Shout to the top”, per emergere al pianoforte nel presente di “Saturn patterns” e “Going my way”, una ballad che gioca a rimpiattino con il beat. L’attualità, con gli estratti da “A kind revolution” ( She moves  with the Fayr”, “ Woo se mama”) , si alterna senza soluzione al passato prossimo, i numerosi estratti da  “Stanley road”, (“Porcelain gods”, “The changing man”, “You do something to me”, Whirlpool’s end )  ed  “Heavy soul”  (“Peacock suite”, “Up in Suze’s room”) ed a quello più remoto, l’amatissima “My ever changing moods”, ancora Style Council,  cantata da tutti . Weller resta fedele al suo stile di sempre, un nervoso brit rock in cui si diluiscono punk, soul e tracce psichedeliche, oggi rinforzato con doppia dose di percussioni ed un discreto corredo di elettronica che circonda i solidi riff di chitarra sui quali si basano le composizioni. Il wall of sound corale limita lo spazio per le improvvisazioni live ai dialoghi metallici fra le chitarre del leader e del fedele Cradock e ad alcuni spazi solisti della batteria. La voce, amalgama di dolce e ruvido, è uno dei motivi per cui si ama Paul Weller e, nel corso degli anni, ha acquisito profondità e sfumature senza perdere la rabbia degli esordi. Dopo un’ora e un quarto di concerto nessuno ci crede che sia finita. Ed infatti, ecco un primo set di bis acustici con l’archeologia Jam di “Monday”,  l’inno alla forza individuale “Wild Wood”, la dedica a “Hopper”, l’inedita "Who would he say” e “Out of the sinking”. Ma non basta ancora a nessuno. E quindi di nuovo chitarre elettriche spianate per un'altra raffica di pezzi : “He’s the Keeper”, la ballad al neon  “These city streets”  ed una “Whirlpool end’s” piena di finti finali. Dopo, ancora spazio per un terzo bis, il punk di “Come on/Let’s go”: è  la dedica più bella fatta dal Weller di oggi a quello di quaranta anni fa.

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