Il Dio della Giustizia

Nei primi quattro mesi del 2012, i tagli alla spesa sociale hanno cancellato ogni tipo di assistenza per il 20% dei disabili del Nord Italia e per il 50% di quelli del Sud. Tentando di rinunciare alla retorica sui nostri "fratelli sfortunati", l'unica cosa che viene in mente e che si tratti di una delle reazioni più degenerate del sistema economico nel quale viviamo. Si comincia giustificando l'evasione fiscale ("se pago le tasse la mia azienda fallisce e i miei dipendenti rimangono senza lavoro") e si finisce giustificando la mattanza degli indifesi. Perchè "c'è la crisi e tutti dobbiamo fare un sacrificio": ma guarda un po', improvvisamente siamo tutti uguali in un mondo in cui un bauscia di 24 anni ha bisogno - per le spese personali - di cinque milioni di euro annui mentre un suo coetaneo non è mai riuscito a pagarsi il pranzo. Verrebbe da dire - a voler essere cattivi - che siamo tutti complici e partecipi di un sistema "darwinistico" in cui il più forte sottrae l'osso al più debole, un sistema contro il quale siamo pronti a scagliarci per non pagare l'Imu, il bollo auto o il canone Rai come fossero le peggiori ingiustizie del pianeta. E se invece quello non ha più l'assistenza sanitaria e la sua famiglia sarà costretta - se potrà - a pagare per ottenerla (impoverendosi e impoverendo il disabile stesso), ci dispiace. "Così va il mondo e io non posso farci niente", "Se mancano i soldi che vadano a chiederli ai ricchi", "La colpa è tutta delle banche".
La comodità dei tecnici è la stessa degli ignoranti. Usano i numeri per non usare le parole, che hanno un peso specifico ben diverso. Dicono che bisogna prendere uno più uno, così arriviamo a due e siamo a posto. Troppo facile. Quell'"uno" non è un numero, e non è neanche un generico "taglio alla spesa sociale", è "togliere ogni tipo di assistenza a disabili, anziani non-autosufficienti e invalidi". Dovrebbero dirlo così, al telegiornale, chissà che le nostre coscienze non si risveglino dal torpore cronico che le affligge. Perchè se la nostra "cultura" avesse preso una piega diversa, se non fossimo arrivati al punto in cui l'espressione "stare bene" fa pensare al denaro (pensateci, quante volte avete detto o sentito "quello lì è uno che sta bene"), se fossimo ancora capaci di riconoscere che stiamo bene quando riusciamo a camminare, a respirare, a parlare senza difficoltà, e che gli altri problemi (il lavoro, le tasse, la Juve, le corna di Belen) sono secondari; forse adesso saremmo tutti in piazza, e non per spaccare le vetrine di Equitalia o solidarizzare con gli esodati, ma per gridare che i disabili no, porca puttana, almeno loro lasciamoli stare.
C'è un film - uno dei pochi - che riesce a far riflettere sulla difficoltà che la condizione di disabilità comporta (non solo per il disabile, ma anche per la famiglia): si intitola "Le Chiavi di Casa" ed è uscito qualche anno fa. Alla fine del film (non un capolavoro, ma un racconto che sa commuovere senza scadere nel pietismo) inizia una canzone devastante, il colpo di grazia per tutti quelli che riescono a non piangere durante il film. Il pezzo si intitola Deus Do Fogo E Da Justica ed è cantato dalla brasiliana Virginia Rodrigues, ex domestica di Salvador de Bahia casualmente scoperta da Caetano Veloso durante uno spettacolo teatrale in cui Virginia interpretava una ragazza sordomuta che riacquistava la voce e stupiva tutti con il suo canto. L'intero brano è praticamente "a cappella", perchè il tessuto sonoro (congas, chitarra acustica) è appena accennato e serve solo a porre l'accento su alcune pause e sui cori. Tutto il resto lo fa la voce di Virginia: la "cantante scalza" del Brasile (da non confondersi con Cesaria Evoria, recentemente scomparsa) sfodera un contralto perfetto (figlio degli studi lirici e di anni passati tra i banchi dei cori ecclesiastici) ma soprattutto una emotività disperata e ribelle che fa gonfiare gli occhi e stringere il cuore. Virginia Rodrigues raccoglie i suoi ricordi e la sua infanzia difficile tra le favelas di Bahia e li riversa in una preghiera profonda, a metà tra gospel e tradizione africana, che - sebbene il testo non tratti i temi del film - è un invito alla riflessione, con lo sguardo rivolto al cielo ma i piedi ben saldi sulla Terra.
Per questo quando i leggo i numeri dei tecnici e le scuse dei politici, quando osservo l'ignoranza degli amministratori locali e l'indifferenza di tutti noi, che stiamo qui seduti a guardare e a indignarci come se davvero non potessimo fare nient'altro, mi viene in mente questa canzone mentre spero e temo che esista un Dio. Un Dio della giustizia, e del fuoco.
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