A La Tempesta Sotto Le Stelle - Report

La Tempesta Sotto Le Stelle - Report

 La Tempesta Sotto Le Stelle - Report Ferrara - 10-07-10

(stelle.)

Ci sono grandi eventi, e La Tempesta Sotto Le Stelle indubbiamente lo è stato, che si fanno ricordare per piccoli particolari. ‘Storie dentro storie più grandi e più piccole di noi’, episodi, microcosmi che collidono, sensazioni private, bestemmie, e tanto sudore.

Capita di imbattersi in Dente che fa la coda al bancone del bar, di incrociare Giorgio Canali tra la folla che dopo un frettoloso saluto corre ad esorcizzare i suoi demoni post-concerto. Succede che incontri Simona Gretchen, e non ti par vero che la dea a cui hai immolato le tue orecchie mille volte e di cui hai diffuso il verbo a tutti i tuoi conoscenti sia in realtà uno scricciolo di ragazzina, che per due ore ininterrottamente ti abbraccia col suo mondo di parole, come ti conoscesse da una vita.

Ecco laggiù Napo degli Uochi Toki, che ha sbraitato sul palco fino a venti minuti fa, ed è già dietro il suo banchetto a vendere dischi e magliette. Giornata fortunatissima per la Tempesta tutta, meno per i Fine Before You Came, il cui eloquente Sfortuna, disco gigantesco, ha colpito ancora: frattura al batterista e live annullato. Proprio Jacopo, voce della band milanese, sistematosi accanto a Napo mi spilla una testimonianza: stoico Chiarchiaro pirandelliano, sogna La Patente, e io gli racconto della mia, ritirata mentre Sfortuna girava nell’autoradio. Nel frattempo gli chiedo la t-shirt più bella della storia, e lui ce l’ha, nascosta. È solo per i fans, e io lo sono di diritto.

(tempesta.)

Purtroppo riesco ad accedere alla splendida piazza Castello, teatro di alcuni dei concerti più interessanti delle ultime estati, solo intorno alle 19. Hanno già suonato Altro e Cosmetic, me ne rammarico ma l’accoglienza è sontuosa: gli Uochi Toki sono sul palco e il loro delirio di scratch e verbosità è granitico e contagioso come e più che su disco. Saccheggiano l’ultimo Libro Audio, da Il Claustrofilo alla finale Il Ladro, passando per un inedito, uno sguardo al passato e surreali dialoghi col pubblico, quella di Rico e Napo sarà una delle mezzore più significative del festival.

Peccato che adesso occorra spostarsi all’interno del cortile, dove un altro palco più piccolo e un’atmosfera più raccolta faranno da scenario ai concerti di Pan del Diavolo, Zen Circus e Giorgio Canali. Spostarsi all’interno del cortile vuol dire migrare a sciami dalla piazza, affrontare la calca, e sperare di essere tra i novecento che riusciranno a entrare. Vuol dire mancare l’appuntamento con l’inizio del concerto, che spacca il minuto e comincia appena termina il precedente sul palco grande. Esaurita la mezzora in cortile, tornare in piazza. Esaurita la mezzora in piazza, tornare in cortile. Sciami, calca, caldo, note perdute. Un nomadismo illogico che si rivelerà l’unico inconveniente della giornata. Tutt’al più per il fatto che il live de Il Pan del Diavolo, imperniato sulla furia acustica del duo siciliano, risulterà imbrigliato dal rimbombo sulle mura del cortile, penalizzando l’impatto di una delle macchine dal vivo più promettenti del nuovo panorama italiano. Pescano Coltiverò l’ortica dall’ep d’esordio, ed eseguono poi gran parte di Sono All’Osso. Una resa approssimativa e un set piuttosto caotico non risparmiano i musicisti dal visibilio del pubblico, entusiasta e partecipativo.

Dei Sick Tamburo, band in passamontagna nata dalle ceneri dei Prozac+, mi resta poco e anzi nulla. In quel momento ero immerso nella compravendita della più bella t-shirt della storia della musica, ricordate?, e nella disamina intorno a quanto la sfiga sia direttamente proporzionale alla bellezza di Sfortuna. Da quello che ho ascoltato, comunque, i ST suonano bene, e sono, è fisiologico, notevolmente maturati dal punto di vista tecnico e compositivo, restando tuttavia relegati nei bassifondi del mio personale gusto musicale. Mi resta di loro, mentre sono in fila per gli Zen Circus, la chiosa “Grazie a voi, senza DEI quali ciò non sarebbe possibile”. Degli Zen Circus, causa enorme ressa all’entrata, mi godo appena tre pezzi e mezzo, ma l’accoglienza è veemente con Andate Tutti Affanculo. I toscani sono di un’altra pasta, un prodigio di energia a beneficio esclusivo del pubblico, che ricambia soddisfatto. Anche per loro, set acustico penalizzante, sopperito da una capacità tecnica non indifferente e da un repertorio invidiabile di cavalli di battaglia. La chiusura di Figlio Di Puttana è onestamente da standing ovation.

Il bisogno di cibo e acqua mi ha spinto per più di un attimo lontano dalla piazza durante lo show di Moltheni, di cui ho ascoltato alcuni strascichi finali e che ho trovato dannatamente ispirato. Maledette necessità fisiologiche. Giorgio Canali e i suoi Rossofuoco, invece, i muri del cortile li bombardano con le granate. Un live infuocato a cui hanno partecipato i riuniti Frigidaire Tango, e Rodrigo D’Erasmo al violino. Savonarola, Mostri Sotto Il Letto, Nuvole Senza Messico, una versione tellurica di Se Viene Il Lupo, Precipito dedicata non so quanto lucidamente a Pietro Taricone. Nel finale un bis inaspettato ruba tempo ai Tre Allegri Ragazzi Morti, che fuori suonano già, uno dei momenti più alti del festival: un’apocalisse di nome 1.2.3.1000 Vietnam. E mi spiace per chi se l’è lasciata sfuggire.

(tempesta sotto le stelle.)

Non sono più capace di provare gratificazione dall’ascolto dei Tre Allegri Ragazzi Morti, dopo averli amati ancora adolescente. Ok, svolta reggae, piazza debordante di entusiasmo, esibizione intensa, divertente, ineccepibile, ma nulla da fare, non riescono a coinvolgermi. Tanto di cappello a loro, tuttavia, i veri padroni di casa. Questa è la loro Tempesta e sui palchi si alternano i loro artisti.

Breve, ma vividamente a fuoco, il concerto de Le Luci Della Centrale Elettrica è sorprendente, e mi coglie impreparato. Vasco Brondi, sul palco con l’iconica maschera dei TARM, ha sviluppato una tecnica vocale prodigiosa, suo storico tallone d’achille dal vivo. Cinque pezzi in tutto, dall’iniziale cover di B.b.b. dei CCCP a Per Combattere L’Acne e Piromani. L’entrata in scena di Emidio Clementi, che porta il suo inconfondibile recitativo al servizio di penna e chitarra di Brondi e del violino di D’Erasmo, è solo la ciliegina su una torta che il Nostro fa deflagrare con la cover di La Domenica Delle Salme di De Andrè, appropriata e incisiva sino a ferire.

Il Teatro degli Orrori, infine. Un Capovilla parecchio su di giri, passata da un pezzo la mezzanotte, infiamma la piazza, più gremita che mai per gli headliner della serata. Ricordo me stesso pochi anni fa, insieme ad altri dieci sotto il palco, e loro si chiamavano One Dimensional Man. Potenza della lingua, e dunque della comunicazione. È il consueto sentire, consueto perché sono piuttosto sicuro che la scaletta e  finanche i monologhi di Capovilla siano pari pari quelli degli ultimi live cui ho assistito. Tant’è, una reale tempesta sotto le stelle, anche più noise del solito, con gli apici assoluti raggiunti in Compagna Teresa e nella riacquisita lucidità di La Canzone Di Tom.

Torno a casa, mi restano quattro ore di sonno, una t-shirt da invidiare, alcune birre in corpo, stelle, microcosmi…

(e il buio circonda le nostre vite non più libere.)

 

C Commenti

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Marco_Biasio alle 11:17 del 13 luglio 2010 ha scritto:

Chapeau, Daniele. Il prossimo anno, maturità permettendo, ci troveremo assieme. Ma intanto davvero tanto di cappello.

paolo gazzola alle 13:00 del 13 luglio 2010 ha scritto:

Ecco che, al solito, trasmetti emozioni come pochi san fare. Grazie per il bel report, mi hai fatto rivivere la giornata, i momenti condivisi e le opinioni in comune...

bargeld, autore, alle 10:04 del 14 luglio 2010 ha scritto:

Marco, proprio quella sera io e paolo ci chiedevamo quando tu avessi la maturità, se quest'anno o il prossimo, scuotendo la testa e convenendo che 'quel ragazzo è un mostro' ghghgh!

Paolo, grazie a te per tutto!