A Live – Iron and Wine

Live – Iron and Wine

Si affronta una pioggia dannata per essere qui al Musicdrome stasera. C’è Iron and Wine, alias il progetto dell’americano Sam Beam, uno che nell’arco di un lustro si è fatto strada a suon di dischi e canzoni di eccezionale livello.

Dopo aver affrontato la ressa per entrare però bisogna aspettare un bel pò prima che inizino i giochi. La fastidiosa musichetta easy listening (ma neanche tanto) del locale termina quando sul palco sale Fabrizio Cammarata, voce e chitarrista “in missione per conto dei Second Grace”, giovane gruppo italiano di belle speranze. Il giovane e esile figurino sfodera quattro canzoni in bilico tra soul e folk che scorrono via piacevolmente tra ricordi di Nick Drake e Lucio Battisti e lascia la voglia di approfondire il suo gruppo di appartenenza.

Niente da dire, questo Cammarata fa la sua brava figura ma il pubblico è ovviamente qui per altro: aspetta Sam Beam e non esita a tributargli rapidi applausi durante una sua veloce comparsata sul palco per controllare gli attrezzi.

Poi alla fine Iron and Wine sale sul palco e si spiega l’enorme mole di strumenti musicali che giacciono un pò ovunque. Ad accompagnarlo sono in sette (!) musicisti di notevole livello, provenienti in misura varia da Califone e Calexico (con cui Sam Beam collaborò nel 2005 per lo split In the reins).

Un attimo e poi inizia la poesia. Ma è una poesia strana, particolare, anomala rispetto alla musica che un aficionados di Iron and Wine potrebbe immaginare. Insomma uno si aspetta quel prezioso folk alla Nick Drake, magari impreziosito da accenni rock o blues vari, e invece si ritrova piombato in lunghe jam musicali poliglotte: si ritrovano motivi rock, blues, country, ovviamente folk, ma anche un certo tropicalismo esotico e soprattutto un profondo spirito black.

Uno vede Sam Beam e dall’aspetto pensa che sia Gesù Cristo, o al limite un hippy molto pacifico uscito da quei gloriosi anni ‘70. In realtà è tutto sbagliato. Sam Beam è un nero. Fin dentro il profondo dell’anima. È più nero perfino del batterista che a malapena si fa fatica a distinguere nell’ombra del locale.

In effetti raramente ho sentito un bianco suonare in una simile maniera indifferentemente motivi funk, jazz e perfino reggae. Senza esagerare ovviamente, perchè tutto viene filtrato e rimescolato partendo dall’esperienza folk degli esordi. Ma quello che Iron and Wine è riuscito a fare con Sheperd’s dog è qualcosa di straordinario e dal vivo viene risaltato ancora di più. Non per niente si è parlato per questo disco di Tom Waits e Swordfishestrombones per lo spessore e la varietà di stili presenti. Qui però c’è qualcosa di diverso perchè in una fugace chiacchierata prima del concerto il nostro songwriter ha confessato di essersi completamente intrippato con la musica giamaicana. Lì per lì ero rimasto preso dal pensiero che oltre alla musica Sam avesse gustato anche qualche cannone di buona marca di quel ventilato e saggio paese e non avevo dato eccessivo peso alla questione prettamente musicale. Ma quando sei lì a sentire quelle fantastiche jam nere fino al midollo, spalmate nell’aria con una classe sopraffina capisci che non stava dicendo fesserie il nostro Sam; che se ha sempre quell’aspetto così calmo non è perchè fuma alla maniera di Bob Marley ma perchè è in pace con sè stesso e ha sviluppato un amore per la musica che trascende i confini folk classici. Ed è micidiale come riesca a trasmetterti gli stessi sentimenti mentre suona. Per tutta l’ora e mezza in cui snocciola uno dopo l’altro i meravigliosi pezzi di Shepherd’s dog rimani incantato dalla raffinatezza e dalla capacità di variare timbro dell’autore, magnifico maestro d’orchestra che in un attimo passa da una vibrante escursione blues-rock a soffusi fraseggi psichedelici. Apre con Lovesong of the buzzard e chiude l’esibizione corale con Flightless bird, american mouth, rievocando perle del passato come Woman king e On your wings e brani già classici come House by the sea e Wolves (Song of the Sheperd’s dog).

Poi saluta e il gruppo esce. E devo dire che raramente mi è capitato di veder richiesto con tanto entusiasmo e costanza il canonico bis di circostanza. Il pubblico in visibilio e stordito da cotanta grazia inneggia, fischia e tiene un sempre più furente battito di mani ininterrottamente finchè Sam non torna e regala una delle sue perle più preziose: direttamente da Our endless numbered days tira fuori Naked as we came. A qualcuno scappa quasi la lacrimuccia e non a torto. È poesia.

Poi finisce, saluta tutti e se ne va. Non ci saranno altri bis. E allora non resta che tornarsene a casa canticchiando il ritornello “Eyes wide open naked as we came” e cercare di stampare nella memoria le splendide emozioni di un concerto da incorniciare.

 

Tracklist:

Lovesong of the buzzard

On your wings

Peace beneath the city

Innocent bones

Pagan angel & a borrowed car

Upward over the mountain

Carousel

Cinder & smoke

House by the sea

The devil never sleeps

White tooth man

Boy with a coin

Sodom, south georgia

Woman king

Wolves (song of the shepherd's dog)

Resurrection fern

Flightless bird

----------------

Naked as we came

C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

Nadine Otto alle 8:49 del 18 gennaio 2008 ha scritto:

Grandi aspettative per il signor Beam

Complimenti per il reportage! Io al concerto ci vado Domenica!

Peasyfloyd, autore, alle 8:50 del 18 gennaio 2008 ha scritto:

eh preparati...

...perchè il signorino sembra bello in forma. Perciò ti ringrazio per i complimento e ti auguro un ottimo concerto