A Live - Non Voglio Che Clara – (Torino, 27 gennaio 2007)

Live - Non Voglio Che Clara – (Torino, 27 gennaio 2007)

Un freddo cane. Butto la cicca a metà, spingo la porta con tutto il peso del corpo, torno dentro. L'idiota sono io, che mi ostino a uscire in maniche di camicia. Fabio De Min punta dritto al bancone. Incrociamo gli sguardi. Ha l'aria di uno che sta per dire qualcosa. Invece resta zitto e passa oltre. Ha il viso scavato, il vestito appeso addosso, dita lunghe: gelide, c'è da giurarci. Qualcosa che ha a che fare con un certo disegno di Schiele visto a Vienna: poche righe di lapis scuro su carta ruvida. Anche il disegno mi guardava attraverso la teca, con l'aria di uno che sta per dire qualcosa.

Coca e rum. È tutto l'inverno che non bevo altro. La ragazza dietro il bancone lo sa. Mi sorride, rum scuro e una vaga idea di coca. Fino all'orlo.

Al primo sorso succedono due cose. Il rum senza perdere tempo sale alla testa, e si spengono le luci. Mi accorgo solo ora delle abat-jours sul palco, della lampada a stelo di legno scuro nell'angolo in fondo. Minuscole abat-jours ikea, e una lampada orrenda, di quelle che inesorabilmente finiscono dimenticate in certe case al mare.

Preghiera in gennaio. De Min in ginocchio. Incredibile quanto riesca a raccogliersi su se stesso. Quanto riesca ad accartocciarsi quasi fino a scomparire. E scompare. Tra le ombre lunghe dei monitor. Lascia che sia fiorito, signore, il suo sentiero. Non ci faccio caso subito. Prima ci sono io bambino su una moquette rossa, e De Andrè sul piatto. Perché non c'è l'inferno nel mondo del buon dio . Tanto basta perché i primi brividi si stacchino dalla base del collo. Solo dopo penso a cosa sia davvero quella canzone. 27 gennaio 1967, Sanremo, Hotel Savoy , Tenco a tu per tu con la sua Walther. Un colpo, uno solo.

Ogni cerchio si chiude. E Clara piange il suo Tenco, senza una lacrima, accartocciata su un palco alto una spanna; attorno solo buio, e abat-jours. Va da sé che hanno iniziato a tremarmi le mani, e quella posata sull'otturatore della fujica non ne ha imbroccata una tutta la sera.

Il resto. Il resto è la grazia divertita del quartetto d'archi. È come faremo ora che hai trovato un lavoro a parlarci ancora. Il resto sono frammenti di vetro stretti tra le dita, gli occhi impassibili mentre il sangue scorre, a gocce. Il resto sono le dita di De Min sempre più lunghe sui tasti del piano elettrico, lunghe fino a chiudere la bocca dello stomaco, e i suoi pantaloni dalla vita troppo alta, alta da soffocarci. E ancora l'impressione di uno che ti guarda, e sta per dire qualcosa.

E poi la dice. Sarò per primo per poterla salutare, e sarò l'ultimo a guardarla andare via. Perché la vita sembri finalmente a posto, proverò a scorgerle un sorriso di conforto. Perdo l'equilibrio. Come quella volta a Milano, quando anche le zanzare sono ammutolite. E ho capito che non conta. Che ci sono cose che vanno messe da parte, quando si è troppo impegnati a ricacciare indietro le lacrime.

E poi?

E poi via.

Per approfondire: http://www.storiadellamusica.it

C Commenti

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TheManMachine alle 18:07 del 30 luglio 2008 ha scritto:

Che begli articoli che si trovano in Storia!

... Navigando tra le pagine... Questo è splendido, penetra fino al midollo da quanto le parole sono tolte direttamente dalla sensibilità di chi ha assistito al concerto, ricavandone delle impressioni, delle emozioni... Non Voglio Che Clara bravi, con il sensibilissimo De Min, ma troppo distanti dai miei gusti. Ancora complimenti a chi ha scritto l'articolo.