A Live Report - Dinosaur Jr

Live Report - Dinosaur Jr

DINOSAUR JR – NEW AGE – RONCADE 12-09-09

La stagione del New Age di Roncade (TV) ha aperto i battenti con i Dinosaur Jr; la storica formazione americana mancava in Veneto da un po’, tanto da strappare un dubbio a Lou Barlow in una delle lunghe pause che la band si prendeva tra un pezzo e l’altro :”where are we?Are we in Venice? No. Where are we?”. Ma andiamo con ordine.

Pienone, caldo e volumi spaventosi erano le aspettative (fisiologiche) per l’evento. Il tutto viene confermato senza eccessi. In queste condizioni climatiche, rivelatesi inizialmente semisostenibili, non stupisce nemmeno il fantomatico abbinamento che ha visto il "nostro" Bob Corn in apertura di concerto. Il folk intimista del cantautore emiliano sulla carta si rivelava l'esatto opposto del rumoroso indierock dei Dinosauri, ma, sorpresa, il pubblico si è dimostrato più aperto e più clemente del solito. Attentissimo, ha applaudito e apprezzato, tanto da concedere a Bob Corn il suo tipico vizio di staccarsi dagli amplificatori per l'ultimo pezzo e avvicinarsi al pubblico; un contatto diretto con i pochi intimi che riuscivano ad intenderlo là, sotto il palco.

Si vedono apparire i tecnici ad accordare le jazzmaster di Mascis: tutto è pronto ma ci vorrà circa mezzora di attesa perché il gruppo esca finalmente allo scoperto. Finalmente, tra la urla degli astanti, ecco comparire, con grande calma e un po' di stanchezza, lo storico trio: J. Mascis, Lou Barlow e Murph. (intro by essereinutile)

Ad aprire le danze Thumb, un bellissimo pezzo del 1991 contenuto in Green Mind, primo album ad avere subito l’assenza di Barlow prima della grande reunion di cinque anni fa. Certo è che, né la canzone di per sè un lento, nè il paio di ciuffetti di cotone per le orecchie che ho preventivamente portato, memore di traumatiche esperienze passate (concerto di Mascis da solista al Velvet di Rimini con conseguente due giorni di completa sordità!) son serviti ad attutire la furiosa bora del monte Marshall dei tre compari.

Lo stordimento comincia dunque a propagarsi tra la folla, orfana del movimento seattleiano ed affamata di memoria storica come non mai. Si prosegue con “Been There all the time” uno dei pezzi più recenti (Beyond, 2007) ma dall’impressionante carica emotiva. C’è chi balla, chi salta, chi si tappa le orecchie sorridendo e chi prepara l’attrezzatura fotografica per immortalare questi sempreverdi “Adoni” del rock. Di li a poco si torna ad un classico del 1988: “In a jar”, dove, canzone a parte, la cosa più divertente è l’espressione del buon Barlow che saltella e sorride ammiccando, forse ripensando a quel lontano periodo in cui da ventenni si appropinquavano alla ricerca del loro inimitabile suono. Come in tutte le ben congegnate raccoltone musicali, il tempo scorre altalenando brani del ventennio passato alle nuove uscite, anche se va detto che la differenza è davvero minima. Sembra che questi dinosauri non siano mai invecchiati e con loro la fonte d’espressione primaria che li contraddistingue.

Ancora due estratti dal nuovo “Farm” (“Imagination blind” e “Pieces”) inframezzati dalla memorabile “Wagon”, un singolo di quelli che se senti una volta non smetterai di canticchiarlo per tutta la vita.. “baby, why dont we? baby, why dont we?” Si prosegue senza sosta attraversando repentinamente “Feel pain”, “Over It” e “”Fury” tra il sudore di chi coraggiosamente si lascia trasportare da un anacronistico pogo e chi invece desidera ardentemente una dissetante birra, ma la gente è ovunque, sovrasta il locale e non lascia sufficienti via di fuga.

Dopotutto non capita spesso di vedere cosi tanta enfasi per una band indipendente e quindi ci si sacrifica volentieri. Ecco che di lì a poco, a smuovere ogni forma d’altro desìo, si ode emergere la magnifica “Get Me”, un lentone coi fiocchi che ti si aggrappa addosso come un koala in amore e che fa scivolare ai più affezionati qualche lacrimuccia travestita da sudore. “Back to my heart” e “Freak scene” concludono la performance prematuramente (in scaletta era prevista anche “I don’t wanna go there” (sarà causa della precedente “Been there all the time?, mah..) poiché Barlow esce di scena e Mascis ritrovandosi da solo sul palco, segue i colleghi con una serena alzata di spalle. Ma fermi tutti.

C’è ancora tempo per un bis. Un’ ultima sferzata d’amore al burro d’arachidi con “Raisans” (estratto da ”You are living all over me”), canzone che di influenze e di febbri ne ha distribuite a iosa, soprattutto nei primi anni novanta. A conclusione della serata ci viene presentata una cover, che a detta di molti è ormai è una conferma, ossia: “Just like heaven” dei The Cure. Come dire: “se in questo caldo infernale, dopo che abbiamo suonato per quasi due ore nonostante la nostra presunta e supposta estinzione, beh se dopo tutto questo non vi sentite come in paradiso allora potete benissimo andare a… comprare il nostro nuovo disco!” Fenomenali.

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