A Live Report - Jonathan Richman

Live Report - Jonathan Richman

BRONSON 24 ottobre 2009 (Ravenna)

Da qualche anno si conoscono le ottime proposte offerte dal Bronson ravennate, e anche questa volta non si smentiscono, regalandoci la performance di uno dei capisaldi dell’indie americano: Mr Jonathan Richman.

Alle soglie dei trent'anni di carriera iniziati nel lontano 1972 con la sua prima formazione, i Modern Lovers (se non possedete una copia di “The Modern Lovers” del 1976 dovreste farlo al più presto) questo novello amatore appare ancora oggi in splendida forma. È ammirevole come questo giovanotto del Massachusetts innamorato dei Velvet Underground (fu proprio John Cale a produrre le sue prime demo recordings con i M.L.) continui ad esibirsi instancabilmente cantando, ballando, ed interagendo con qualsiasi tipo di pubblico gli si stagli davanti, dimostrando nel contempo di avere innate doti teatrali e cabarettistiche (se vi capiterà di vederlo fate attenzione alle vostre mandibole che potrebbero cedere dal riso).

Un’ ora e mezza di concerto senza bis è quanto di più mi sarei aspettato dalla mia prima volta al cospetto di Richman. Entra repentinamente sul palco dirigendo alle pelli Tommy Larkins (batterista e tournista di grande esperienza live con band quali Giant Sand, Naked Prey, Green On Red, Vic Chesnutt e Friends Of Dean Martinez) organizza la chitarra e dà il via alla prima storiella richmaniana. Dopo un paio di pezzi Jonathan sembra perplesso e boffonchia qualcosa al microfono. Si capisce subito dopo che aveva dimenticato da qualche parte i suoi amati sonagli a campanellini.

Recuperato il prezioso cimelio eccolo di nuovo sorridente e pronto scorrere alcuni dei brani dell’ultimo lavoro :¿A qué venimos sino a caer? (2008). Dal titolo è deducibile, com’era già stato anticipato nei precedenti album (Not So Much to Be Loved as to Love del 2004 e “Because her beauty is raw and wild” del 2008), come continui in questi ultimi anni a farsi portavoce di sonorità appartenenti alla tradizione popolare europea, soprattutto italiana ed ispanica. L’ esilarante “Ma Adesso io dico basta alla mente” traghetta il pubblico invogliandolo a cantare anche senza che si conoscano le parole.

Effetto che si ripresenta anche durante la reprise con “Cosi Veloce” e “In che mondo viviamo” rigorosamente accompagnate da intermezzi di sfrenate danze pelviche, campanaccio e sonagli. Questo strepitoso istrionico caricoca davvero mancava alla lista delle mie esperienze dal vivo! Riconosco la storica “Pablo Picasso” che forse risulta anche troppo seriosa rispetto al clima che si era venuto a formare, ma diciamocelo, si può star seri con un personaggio che riesce a far rimare Pablo Picasso con “asshole”?. Durante lo show Jonathan si avvicina sempre più ai suoi beniamini estasiati, cerca partecipazione e la trova.

È interessante notare quanto diversificato sia il suo pubblico, chi con i capelli spolverati di grigio seguace da anni ed anni di militanza indipendente e chi come il ragazzino appollaiato alla mia sinistra si mette a cantare quasi tutti i suoi nuovi pezzi, il che, per quanto possa sembrare irritante per le orecchie non lo è di certo per l’umore. Richman annuncia “I was dancing in a lesbian bar” ,un brillante pezzo dl 1992 che prolunga e interrompe all’infinito e c’è spazio anche per la cover di “Here it is” di Leonard Cohen, unico istante di mera serietà che riesce comunque a lasciare una melanconica sensazione di benessere, come se tutta la positività accomulata da Jonathan dovesse comunque sfociare in un canto dolceamaro. Nessun bis, come avevo preannunciato, ma va bene cosi, anzi, “…va abbastanza bene…abbastanza và…” mio caro JR.

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