A Live Report - S.C.U.M - Astoria, Torino 21-01-2012

Live Report - S.C.U.M - Astoria, Torino 21-01-2012

Accidenti se son giovani gli S.C.U.M. Dei ragazzini proprio. Che però hanno fatto il botto e sono giustamente celebrati come una delle migliori cose indie-rock dell'anno appena passato. Reggere il peso delle aspettative riposte nei loro confronti non è quindi cosa da poco. Far rendere a dovere il suono denso e ricchissimo di Again Into Eyes, i suoi giochi di riflessi tra synth e chitarre effettate, la voce patetica e vibrante di Cohen si rivela un compito arduo. Una proposta, quella dei giovani londinesi, perfettamente funzionante in studio ma dalla resa per nulla assicurata in versione live.

 

Veniamo a noi: sarà che il Sabato sera a Torino la gente si affolla nei locali di piazza Vittorio, sarà che la musica degli S.C.U.M non ha affascinato i piemontesi, ma la piccola sala concerti dell'Astoria (uno dei quattro locali ad ospitare la band londinese in Italia, tanto di cappello per la scelta) era meno affollata di quanto pensassi. Un'età media sicuramente superiore a quella degli artisti, un pubblico di fans e di pochi curiosi avventori: un clima intimo (ottima cosa) ed appassionato capace in potenza di garantire degli acts coinvolgenti e dove il contatto artista-pubblico è pressoché diretto.

 

L'attesa è relativamente lunga, il deejay propone chillwave appiccicosa che approda al popolo indie con il tipico ritardo italiano, io prendo un amaro col mio compagno di concerti underground (cristosanto, un amaro al concerto degli S.C.U.M, che cosa poco british) e mi guardo intorno facendo finta che l'attesa non mi pesa. Speriamo che non si ripeta l'esperienza Blank Dogs: tanto hype e risultato deludente. Il crollo di un mito. Ma questa sera ci sono gli S.C.U.M. Da Londra. Perfezionisti del suono, mica cazzi.

 

Quando finalmente salgono sul palco mi accorgo che sono magrissimi e imberbi. L'approccio è timido e assorto, tipicamente shoegaze. Parte Days Untrue e subito percepisco che c'è qualcosa che non va. Della profondità sonora che aspettavo non c'è traccia. C'è la sessione ritmica che rimbomba per bene ma il resto è impastato e compresso. Non so se è colpa dell'impianto non all'altezza o della band. So solo che la voce non ingrana (va be', è il primo pezzo, ci vorrà un attimo di riscaldamento, dico io), risultando un miagolio a volume troppo basso, incapace di rendere il patos lirico dell'album. Eppure loro son forti, la strumentazione non è quella di chi improvvisa, tra mille pedali, Korg, Moog, manopole varie. L'istrionismo di Cohen però è leggermente impacciato anche se le cose migliorano con la successiva Days Unfold: i livelli della voce sono finalmente assestati anche se il canto continua a non soddisfarmi per niente.

La conferma che la proposta è valida è evidente, c'è attenzione e precisione nell'esecuzione, ma è la resa complessiva a barcollare. Il pubblico è comunque incoraggiante, anche se ci vogliono sempre due applausi prima dell'effettiva fine di ogni brano: il primo durante gli strascichi di feedback dei finali, il secondo a pezzo realmente concluso, dopo un po' di attesa (l'effetto dopo i primi due-tre brani inizia a risultare comico). L'elemento che si dimostra portante è la sessione ritmica, capace di sorreggere l'esecuzione con una performance ottima. La batterista Melissa Rigby brilla col suo approccio dimesso ma puntuale e preciso, il bassista Webb dimostra pienamente di non essere soltanto il fratello del membro degli Horrors, rigido e letale nei suoi giri portanti e gonfi.

 

La breve durata di tutto quanto era facilmente prevedibile. L'esecuzione dei brani di Again Into Eyes regala l'emozione di ripercorrere brani grandiosi come Summon the Sound, Amber Hands, Whitechapel, scontando però sempre quella compressione di una profondità sonora mai raggiunta.

 

Io e il compare ci uniamo poco convinti al coro (a sua volta piuttosto freddino) invocante un bis. La band non torna e riparte la chillwave. E' finita, usciamo e saliamo le scale che ci portano al piano di sopra dove la gente beve e passa il suo sabato sera torinese, incurante del potenziale evento del piano di sotto, nell'elegante locale a due passi dal centro. Notiamo uno che legge Internazionale. Ok, il nostro amaro in confronto non era niente. Peccato però, l'occasione di dire “Sono andato a sentire gli S.C.U.M e sono stati bravissimi” è sfumata. Resterà la prima parte. “E chi minchia sono gli Scum?” ci dirà qualcuno che nel frattempo stava in piazza Vittorio. L'idea, per farla finita, è che la band debba ancora prendere un po' di confidenza con la complessità e ricchezza che caratterizza il suo suono. Maturare ancora un po', tutto qui.

Speriamo di rivederli l'anno prossimo.

 

Per approfondire: http://www.astoria-studios.com/

C Commenti

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desm00 alle 19:13 del 24 gennaio 2012 ha scritto:

A me il concerto è piaciuto molto,a parte l'acustica di basso livello,e anch'io sono rimasto molto sorpreso dall'età media abbastanza alta dei presenti,specie di quelli nelle prime file.L'impressione comunque è che fra qualche anno li vedremo in concerto in locali certamente più grandi di uno scantinato