A Live Teatro degli Orrori + Zu + Luci della Centrale Elettrica

Live Teatro degli Orrori + Zu + Luci della Centrale Elettrica

L’Hiroshima Mon Amour di Torino offre una serata da cardiopalma con tre gruppi italiani tra le realtà più interessanti della scena musicale rock-alternative nostrana. Per l’occasione Alessandro Pascale e Matteo Castello si sono incontrati per condividere oltre tre ore di grande musica. Qui di seguito le impressioni di entrambi in un inedito doppio report live.

Matteo Castello

Questa volta almeno non pioveva…

Perché le difficoltà per raggiungere l’Hiroshima Mon Amour si sono ripresentate, assieme alle scarpinate per i freddi vialoni torinesi soffocati da palazzoni, cemento e inquietanti parchi deserti.

Quale luogo migliore però per andare ad ascoltare uno (Vasco Brondi) che nelle sue canzoni ha fatto di questa freddezza e vuotezza metropolitana il suo pane quotidiano?

Finalmente riusciamo, io e il fido amico Alessandro Pascale, a raggiungere il locale, che subito ci rassicura semplicemente per il fatto che, dopo una lunga camminata senza aver incrociato anima viva, possiamo ora sentire il “calore” rassicurante della presenza di altri esseri umani.

Così entriamo, il locale è ancora semi-deserto e le nostre attese sono colme di curiosità e di aspettative per quelle che saranno le esibizioni di due gruppi che hanno illuminato lo scorso 2007 (Le Luci Della Centrale Elettrica e Il Teatro Degli Orrori) e di un altro che è già nella storia del rock nostrano (Zu).

Dopo mezzora di attesa ecco che un ragazzotto si fa avanti sul palco barcollando e scavalcando fili e strumenti vari per giungere alla sua sedia, sulla quale è appoggiata una chitarra scassata.

Si tratta di Vasco Brondi, meglio conosciuto con il nome di Le Luci Della Centrale Elettrica. Il ragazzo in questione si scaglia sullo strumento, fa partire una schitarrata, schiaccia il pedale del distorsore, e in mezzo a questo caos improvviso si auto-annuncia, puntualizzando sul fatto che si è dato un nome da gruppo pur essendo da solo. A questo punto attacca a strimpellare accordi acustici, quando dal pubblico si sente gridare: “Fai cagare!”. Vasco se ne frega e inizia a cantare.

E il bello è che tempo qualche secondo e i presenti vengono catturati dalle melodie toccanti e feroci del cantautore ferrarese e dai suoi testi tanto criptici quanto pieni di senso. Ognuno si sente coinvolto dalle parole evocatrici di ansie e paure introspettive e spleenetiche urlate da questo giovane che, nonostante l’aspetto, sembra avere le idee molto chiare riguardo alla grande confusione che regna in questi strani anni ’00. Partono così vari applausi in risposta ad alcune sue frasi ad effetto, segno che l’ascolto è attento, imbrigliato dal grande carisma di Vasco, capace anche di dimostrarsi simpatico e fancazzista sul palco, capace di dimostrarsi uno di noi quindi. Sei canzoni, tra cui due inediti, eseguite molto bene, tre “ondate” di applausi per salutarlo…Insomma, tutti gli ascoltatori presenti si procureranno certamente in un modo o nell’altro il suo album.

Poco ma sicuro.

Intanto la sala si riempie sempre di più, rassicurandoci sul buono stato di salute dei rockettari torinesi.

E arriva il momento degli Zu

I tre romani, letteralmente armati di basso, sax e batteria, attaccano a suonare e sorge la domanda: “Ma quanto casino si può fare con tre strumenti del genere”? Beh, vi assicuro che se ne può fare tanto, davvero tanto.

Gli Zu inaugurano quindi un’ora intera di caos sonoro totale, con un batterista che macina sassi con le sue bacchette, degno dei più pesanti e tecnici ritmi industrial, con un sassofonista che sembra voler fare esplodere il suo strumento, più che suonarlo, facendolo urlare e scricchiolare al limite del sopportabile. E poi il bassista, con un sorrisetto maligno e compiaciuto stampato sul volto si diverte a suonare nei modi più improbabili il suo basso, facendotelo entrare nella pancia e facendoti assaporare direttamente in gola il sapore delle sue intensissime vibrazioni. Assistiamo ad una tortura quando viene addirittura utilizzato un cacciavite per strappare rumori al povero basso.

Però noi siamo entusiasti e ipnotizzati di fronte a questo caos dominato capace però in qualunque momento di sfuggire al controllo per brutalizzare musicisti e pubblico.

Verso la fine dell’esibizione compare Pierpaolo Capovilla, cantante del Teatro Degli Orrori, per una collaborazione con il trio romano da far rizzare i capelli.

Il tutto finisce e le nostre orecchie sono state messe duramente alla prova dopo un’ora e mezza di musica, ma la serata non finisce qui, ora tocca a Capovilla e i suoi.

Un attimo di attesa ed eccolo che entra sul palco questo diavoletto completamente vestito di nero, dall’aspetto inquietante tipico del serial killer, dalla voce schizzata e dagli atteggiamenti psicopatici.

Seguono Mirai, Valente e Bavero, il cui album Dell’Impero Delle Tenebre viene riprodotto interamente per un’esibizione letteralmente spaventosa e trascinante, con tanto di salti del cantante sulle teste del pubblico galvanizzato, di sputazzi qua e là, di sbrodolamenti da birra, da chitarre lanciate in pesantissimi accordi e dagli annunci declamati di Pierpaolo sempre in bilico tra il grottesco e la seria presa di coscienza ( il ripetuto “Qui non siamo in televisione, qui non c’è finzione, qui noi siamo VIVI!” e l’ironico “Questa sera si sta facendo cultura”). E poi tanta, tanta abilità scenica: perché si tratta in buona parte di recitazione quello a cui si assiste durante un concerto del Teatro Degli Orrori. Ogni testo comprende parti recitate e mimiche volutamente demenziali, oltre che attimi in cui il cantante guarda il pubblico immobile ad occhi sgranati, aprendo sul suo volto sorrisi da lobotomizzato psicopatico. Insomma, tanto spaventoso quanto irresistibilmente trascinante e coinvolgente.

Sono passate tre ore, tre ore pregnanti e frenetiche, oscure, intense e brutali.

Tre ore però che hanno fatto capire ancora una volta alla gente che il rock italiano non si è ancora stancato di sfornare veri e propri geni oppure soltanto musicisti validissimi.

E non fa niente se “i CCCP non ci sono più”, come dice Vasco, basta che ci sia ancora qualcuno che crede nell’originalità e nella passione critica del rock, anche se consapevole di stare suonando dritto dritto nella bocca del serpente.

Alessandro Pascale

Ok tralasciamo il fatto che prima del concerto sono riuscito a dissuadere fortunatamente il buon Castello dal preparare una pasta con le patate che non avrebbe avuto nè capo nè coda. Tralasciamo anche l’ormai abituale calvario che anticipa ogni concerto che si rispetti, ossia la buona combinazione di “dove cazzo siamo-ma non dovevamo prendere sto tram?-scusi sa mica dov’è l’hiroshima?” dovuta a una buona dose di avventurismo strategico. Tralasciamo anche il fottuto freddo che si abbatte ancora una volta sulle mie povere e vecchie ossa.

Valeva la pena essere qui a Torino questa sera. Altrochè se valeva la pena. Personalmente nutrivo molte aspettative soprattutto per Le Luci della Centrale Elettrica, a mio parere miglior sorpresa italiana del 2007. Ovviamente mi aspettavo molto anche dalle potenti liriche del Teatro degli Orrori, mentre i miei ricordi degli Zu non erano dei migliori: i pochi ascolti su disco mi avevano francamente abbastanza deluso e la speranza era che non suonassero troppo per non farci perdere l’ultimo pulman per il ritorno a casa.

Alla fine cosa rimane di questa serata? Vasco Brondi ha effettivamente fatto il suo sporco dovere con una manciata di canzoni al fulmicotone (presentando tra l’altro un paio di pezzi nuovi di pregevole fattura che fanno ben sperare per la prossima pubblicazione dell’lp d’esordio ufficiale) superando lo scetticismo iniziale del pubblico dovuto probabilmente a un modo di presentarsi a metà tra il presuntuoso e l’ubriaco. Le canzoni però ci sono e la voce anche. E chi se ne frega allora se quando canta a squarciagola Vasco fa delle smorfie che gli modellano un volto ridicolmente buffo, con una lingua a penzoloni che sembra quella di un cane affettuoso. Chi se ne frega anche se ciarla amorevolemente tra lo scorbutico e il disilluso sbrodolandosi addosso il cocktail che si è portato sul palco. Chi se ne frega perchè i CCCP non ci sono più ma Vasco sembra averne ereditato idealmente lo spessore ideologico-politico di giovane bardo della generazione sconvolta post-comunista in cerca di splendide utopie ormai sepolte. Assieme agli Offlaga Disco Pax e (in misura minore) allo stesso Teatro degli Orrori Luci della Centrale Elettrica è un progetto acuto, intelligente, poco speranzoso forse, e terribilmente critico con la società attuale, ma proprio per questo ancora più necessario di quanto possa sembrare.

Si diceva poi degli Zu...

Io francamente mi ricordavo che fossero dei gran casinisti e poco altro. Manco conoscevo la formazione. Beh si può dire che la loro esibizione è stata sfolgorante. Sono in tre: Luca Mai al sax baritono, Massimo Pupillo al basso e Jacopo Battaglia (mai cognome fu più appropriato!) alla batteria. Come attaccano a suonare si capisce subito che non è musica pop da due soldi.

È anzi un magnifico inferno sonoro, una cavalcata delle valchirie terrificante e maestosa in cui si mischiano le tre anime del gruppo, quella hard-bop e free-jazz di Mai, quella noise e avanguardistica di Pupillo e quella speed-core di Battaglia. Forse è riduttiva questa divisione ma mai come in questo caso viene da parlare di perfetta fusion tra jazz, noise e post-core. Talvolta sembra che il gruppo perda un pò il filo e ognuno vada per conto proprio secondo uno schema che non si sa se voluto oppure no. Quando però i devastanti cambi di ritmo sono tutti ben misurati e seguiti dai membri del gruppo guidati da una batteria incestuosamente sublime allora accade un piccolo miracolo. E ti scordi pure del pulman ormai perso e della bocca secca che reclama una birra e ti senti in estasi. E vorresti non finisse mai.

Ma poi finisce ed entra in scena il gruppo di punta (secondo programma) della serata. L’esibizione del Teatro degli Orrori è forse quella più convenzionale della serata ma non per questo quella peggiore. La potenza che sprigiona il gruppo è devastante e tiene il passo con degli animali da palco sacri del rock italiano come Afterhours, One Dimensional Man e Marlene Kuntz. È vero, c’è molta teatralità e non per niente a fine concerto salta fuori che il cantante Capovilla sta sul cazzo quasi a tutti. Bisogna dire però che il suo mestiere di frontman lo sa fare alla grande. Non importa sapere se le pose e gli sguardi diabolici sono volutamente studiati o se sono il frutto di una mente davvero schizzata. Importa che lo show c’è ed è di una violenza ancora maggiore di quella sentita sul disco (che già non scherzava). Il sottoscritto fiutando aria di pogo prima dell’inizio aveva saggiamente proposto di arretrare un pochino dalle prime file per salvare i poveri alluci di un vecchio ormai cadente. Ciònonostante si è fatto fatica a resistere alle trascinanti Carrarmato rock e soprattutto Compagna Teresa.

Alla fine della serata sono tante le immagini che restano in testa: purtroppo tra queste c’è il peloso sedere di Battaglia mostrato ripetutamente al pubblico; ma anche gli spericolati salti sul pubblico di un non più giovanissimo Capovilla; e il bigliettino che presenta il demo di Vasco Brondi che parla di “canzoni d’amore e di merda dalla provincia”; e tante altre... C’è però un pò di malinconia nel ripensare a Compagna Teresa. È alla sua eroicità cui dobbiamo “la democrazia in questo paese di merda” (Capovilla docet). Ed è un peccato che alla fine del pezzo, quando il sangue ormai sgorga a fiumi tra le parole del testo, Capovilla alza un pugno chiuso, vecchio saluto d’altri tempi. Cinque o sei ragazzi che pogano sotto di lui ricambiano. Ma il resto dell’Hiroshima tace.

E non si muove. E la tristezza sale dentro.

C Commenti

Ci sono 3 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

Marco_Biasio alle 14:47 del primo febbraio 2008 ha scritto:

Congratulazioni!!!

Veramente bello l'articolo, l'ho letto tutto d'un fiato, curioso di sapere la vostra opinione sugli artisti in questione (che mi aggradano tutti moltissimo, soprattutto LLCDE). Non annoia, nè tantomeno stanca, e questo è un ottimo fatto. Sarei curioso di vedere dal vivo Vasco Brondi, ma non ho dubbi nell'affermare che sarebbe una cosa vera, genuina, spontanea. I Teatro Degli Orrori li ho visti live quest'estate e mi hanno fatto sinceramente schifo, purtroppo: è stata una forte delusione, considerando che "Dall'Impero Delle Tenebre" mi piace, e parecchio. Ma, da quanto ho letto da altre parti, la mia è stata solo una coincidenza sfortunata. Accidenti a me! Per quanto riguarda gli Zu, beh, loro rappresentano ciò che è l'avanguardia italiana, assieme agli Anatrofobia... il solo fatto che John Zorn IN PERSONA (vi rendete conto di cosa vuol dire?!? *_*) si sia congratulato con loro per la freschezza e la novità della loro proposta musicale (lui che di generi ne ha conosciuti e suonati fin troppi la dice lunga sull'enorme validità del gruppo. Basta capirli, tutto qui. Per finire, ancora congratulazioni, e... speriamo ci sia l'occasione di recensire un live in tre!

Cas, autore, alle 16:38 del primo febbraio 2008 ha scritto:

grazie mille marco! guarda, per la rece a tre ci sto...magari il 21 febbraio facciamo un salto a Londra a sentire Vasco che suona con Vinicio Capossela. Incredibile ma vero

Piromane[S] alle 5:01 del 4 febbraio 2009 ha scritto:

tutto molto "deturpato" e "tenebroso"

Davvero un bell'articolo!