A Motorpsycho @ New Age, Roncade (TV), 08/05/2013

Motorpsycho @ New Age, Roncade (TV), 08/05/2013

Chi l’ha detto che il rock’n’roll ce l’ha col mondo? Bent Sӕther, ad esempio, sorride. “Go, Bent!”, gli urlo, sotto il palco, da trenta centimetri. Lui si volta, mi guarda e sorride. “You are young!”. Anche tu, Bent, anche tu. Tu, che macini groove incandescenti e, mentre il fido “Snah” Ryan si fionda in voli pindarici di psichedelico umore, lo guardi e sorridi. Tu, che dipingi melodia e concretezza su quel basso verdazzurro, ondeggi la testa lungocrinita a tempo di musica, accenni qualche passo di hully gully con un divertito Reine Fiske e sorridi. Tu, che ti giri verso Kenneth Kapstad – indossava una canottiera smanicata bianca, il giovane batterista, che in quasi tre ore s’inzupperà di sudore al punto da diventare trasparente –, dirigi le cerniere ritmiche e sorridi. Il sorriso aleggia, nell’aria. La folla ti vede sorridere, interpretare maratone di hard-jazz riverniciato di dilatazione impro con la naturalezza di un bambino e il diletto di un monello, e sorride a sua volta. “We’re gonna play a pair of songs we wrote when we were young”, sussurra un sorridente Bent al microfono, che al momento del bis risale on stage mimando le movenze di un vecchio acciaccato, sotto le risate delle prime file.

Chi l’ha detto che il rock’n’roll ce l’ha col mondo? Anche in questo momento, mentre sto battendo quest’umile nota informativa, non trovo le parole per descrivere. Descrivere, poi, descrivere che cosa? Come si può descrivere l’essenza di un’emozione senza ricadere nei cliché che accompagnano da venticinque anni le cavalcate dei centauri di Trondheim? Come si può trasmettere, in un carattere, qualcosa che ribolle ed erompe, si schianta tumultuoso, smania per uscire in un urlo di gioia, in un brivido di commozione, in uno sguardo d’ammirazione? I Motorpsycho suonano due ore e cinquantaquattro, dalle 22 (spaccate) all’una meno sei di un mercoledì sera ammutolito ed adorante. Traduciamo in minuti? Centosettantaquattro. In tutto, dieci parole ed una valanga di note. Brani che s’intrecciano, si biforcano, si sfilacciano, si frantumano, si dissolvono in un annichilimento noise, si ricompongono come se nulla fosse successo. Un brano che finisce in un brano che finisce in un altro brano, la divagazione che disintegra una canzone e ne allaccia magicamente i tronconi altrove, in un’altra epoca, su di un altro disco. Testi e suoni.

In fondo, il rock’n’roll non ce l’ha col mondo. Parlavamo del bis, torniamo a parlarne. I Motorpsycho abbracciano con lo sguardo il pubblico (il loro, nutrito pubblico) e regalano uno dei brani migliori del loro repertorio recente. “Year Zero (A Damage Report)” parte con il solo basso di Sӕther, ad incidere sottopelle un memorabile sunto dell’indie rock anni ’90 divagante (cerebrale) post, sino al sovrapporsi graduale degli arpeggi della prima chitarra, di Ryan, e dei contrappesi della seconda chitarra, di Fiske. Il brano cresce, mugghia e si carica. Il volume della sezione chitarristica aumenta secondo per secondo, in un melodramma moderno che scarica tutta la propria possenza in un climax di densità sonora totale, da lacrime agli occhi e cuore in gola, fino allo spegnersi improvviso del giro nella sofferta storia d’amore cantata, ed accarezzata, da Snah. Il finale, di nuovo ascendente, è un tripudio di sei corde che si rincorrono, gridando al mondo di essere ancora vive, e ritagliandosi spaccati di assoluta intensità emotiva: il sovraccarico di watt che trasforma l’hard rock in poesia, il post-grunge in decadenza, il noise in sinfonia. Dodici minuti che meritavano la recensione nella recensione.

E, davvero, non serve altro. Chi è stato sa. Inutile stare ancora a sottolineare l’alchimia strabiliante che ancora tiene assieme il gruppo (il cui membro aggiuntivo, Fiske, al mellotron oltre che alla seconda chitarra nell’ultimo “Still Life With Eggplant”, benissimo si amalgama col nucleo storico), i volumi allucinanti che aprono voragini e demoliscono timpani, la qualità assoluta di una carriera, venticinquennale, baciata da una passione e da una coerenza mai venute meno. Vedere dal vivo i Motorpsycho è, né più né meno, un dono divino, un balsamo per l’anima, una catarsi purificatrice, una tempesta di emozioni. Che sia il confluire dell’acidità space di “Starhammer” nei Grateful Dead anarco-jazz della recente “Ratcatcher” – segmento di collegamento che sfiora il rumorismo brado, la saturazione completa dello spettro sonoro –, i tamburi che deflagrano sotto i colpi di una “In The Family” tanto inaspettata quanto indispensabile (ancora si sente l’ovazione del New Age, e s’intravede ancora sulle transenne la sagoma del sussulto del mio muscolo cardiaco…), i solchi di una “Walking On The Water” cantata in un coro solo, ogni singolo istante della micidiale “The Other Fool” posta in apertura e jammata come Roadwork comanda, il tuono hendrixiano della seconda parte di “Hell” (come prevedibile, niente meno che devastante dal vivo) che si scioglie incredibilmente in “Hogwash” per concludersi, qualche minuto dopo, funk e sincopata, il respiro catchy di  “Cornucopia (…Or Satan, Uh… Something)” che dona ancora più slancio a “Überwagner Or A Billion Bubbles In My Mind” e “Vortex Surfer”, come sempre, in coda, regalo finale di un concerto che tutto ha dato e nulla, davvero nulla, ha voluto in cambio.

Guardare l’orologio, ad evento appena finito, e proiettarsi con frenesia già all’occasione successiva, impazienti di sentirne, di goderne ancora. I Motorpsycho salutano, si abbracciano, sorridono e si defilano. Per avercela col mondo, il rock’n’roll non è poi così male.

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