A No Hope (Indie) Kids - Wavves allo sfascio

No Hope (Indie) Kids - Wavves allo sfascio

Nathan Williams porta le Converse. È un indie kid della madonna. E spacca di brutto.

Nathan Williams è la voce di un duo punk-noise-no-fi-surf-yeah che si chiama Wavves. Il loro primo disco si chiamava "Wavves", il secondo "Wavvves", e il terzo, che potrebbe peraltro non arrivare mai, non si chiamerebbe di sicuro "Wavvvves", perché gli indie kids della madonna non sono così prevedibili come la gente crede. Nathan ama sfasciarsi come tutti gli indie kids, soprattutto come quei pochi che girano il mondo in tour suonando tre accordi distorti come la pece a sere alterne e ubriacandosi duri durante il resto del tempo; sì, d’accordo, ci sta anche qualche pisolino, pasti con burro di arachidi sopra pata-snack croccosi ricoperti d’olio, disastri nelle camere d’albergo e tutto il resto. Ma questi sono meri dettagli pressoché insiti nell’americanità no-fi. Nessuno sforzo. Tanto che un po’ si è sorpreso, Nathan, quando ha scoperto che per tutte le amenità sovraelencate è diventato un indie kid celebre: Pitchfffffork lo ha adottato e ne parla in continuazione come se fosse una madonna che lacrima birra, le webbbbzines lo recensiscono con entusiasmo, i blogggg sono tutti uno sbrodolio, i forummmmm sentenziano che gli Wavves sono troppo cooooooool, e i concerti finiscono sempre in gloria (che in certe occasioni è anche il nome di una groupie). Cosa chiedere di più?

Una sera, però, Nathan sbrocca. Sbarella. Svacca di brutto. Al Primavera Sound Festival di Barcellona, prima dell’esibizione, si imbottisce a tal punto di ecstasy e valium (ammennicoli un po’ out per un indie kid anni ‘00, ma buoni per fare curriculum) che, salito sul palco, inizia a suonare la chitarra più a caso del solito. Ai numerosi spettatori presenti serve qualcosa come cinque minuti di biascicamenti e non-accordi vacillanti per rendersi conto che Nathan non sta riarrangiando “No Hope Kids”, come sulle prime poteva sembrare, ma semplicemente delirando. Ryan Ulsch, che poi è il batterista degli Wavves, appare in evidente imbarazzo, e sotto sotto rimpiange con amarezza il fatto che il suo cocktail fosse meno forte di quello di Nathan; nell’impaccio, si limita a sbatacchiare sui tom le bacchette, ogni tanto, senza la minima convinzione, nell’ingrato tentativo di indirizzare Nathan verso un ritmo e verso (soprattutto) la decenza. Niente da fare. Il pubblico inizia a lanciare sul palco bottiglie di birra e persino una scarpa, come ha visto fare in tivù contro un altro americano altrettanto delirante. Youtuuuube rilancia l’accaduto, Pitchhhhhfork lo riverbera. Nathan Williams, adesso, è un eroe.

È a Ryan Ulsch, invece, che girano a mille gli zebedei. E dire che è un indie kid anche lui, vacca boja. Ma a lui, in tutta questa storia, non è toccato niente. Niente botta allucinatoria, niente foto nelle webzines più in, niente ingresso nella galleria dei punkettari idolatrati per la loro furia autodistruttiva. Tutto a Nathan, cristodiddio, a quel cazzone con cui ha inevitabilmente rotto dopo il fattaccio, sicché ora Ryan ha perso anche gli Wavves. Forse per sempre. Alla malora l’album con le quattro v che si aspettava la gente. E alla malora Nathan, che non avrebbe mai accettato di chiamarlo "Wavvvves", mugugnando con la bocca impastata e residui di noccioline in mezzo ai denti che gli indie kids non sono così prevedibili come la gente crede. Vada a cagare, Nathan. A cui è toccato tutto.

E dire che a Ryan la cosa che scotta di più è che tra quanto è toccato a Nathan ci sia pure quella maledetta scarpa. Era una Converse, cristoladro. Nuova di pacca.

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