A (Non chiamatelo) Terence Trent D'Arby

(Non chiamatelo) Terence Trent D'Arby

Banalmente: se capitate a Torino, visitate la Mole Antonelliana. Innanzitutto perché al suo interno troverete uno splendido museo del cinema, talmente ricco di curiosità da appassionare anche i meno cinefili. E se proprio della settima arte non ve ne frega una mazza, quella figura imponente ed al contempo elegante, piantata nel mezzo del centro cittadino come un giavellotto su un prato inglese, non mancherà di affascinare chiunque sia dotato di un minimo di gusto estetico.  

Qualche anno fa potevo permettermi di spendere (qualcuno direbbe perdere) gran parte delle mie giornate vicino - e spesso dentro - la Mole Antonelliana. Un giorno, sarà stato nel 2003 o nel 2004, dalla masnada di sfaccendati che ciondolava accanto a me in quei pomeriggi eterni si levò una voce femminile: “E quel figo chi cazzo è?”. Era Katia, punk oltranzista figlia di un ricco commerciante di immagini sacre, nota per avere un senso dell’igiene – diciamo così – parsimonioso, che la rendeva un tutt’uno olfattivo con il suo pitbull, Fidel. Il figo in questione invece era effettivamente un bell’uomo di colore, elegantissimo in spolverino nero, camicia bianca, foulard viola al collo, cappello e scarpe costosissimi ed ombrello in puro british-style. Si era posizionato esattamente sotto la Mole e guardava in alto, torcendo il collo e sbilanciando il corpo indietro in maniera quasi anormale, eppure conservando un aspetto naturale ed impeccabile. Sentendosi osservato, si voltò verso di noi, e fu lì che io boccheggiai: “Ma… porc… ma è Terence Trent D’Arby!”. Lui mi sentì, mi fissò per un istante, poi si voltò sistemandosi il cappello e andò via. Da solo.  

Ora, cosa diavolo ci facesse Terence Trent D’Arby da solo, vestito come un dandy inglese, sotto la mole Antonelliana non saprei proprio dirlo. Ma era lì, e non fui l’unico a riconoscerlo. Solo che lui non sembrò avere alcuna voglia di socializzare. E dire che io mi sono considerato per anni il suo fan numero uno: avevo tutti i dischi, conservavo le interviste sui giornali, registravo i suoi video sulle videocassette e li riguardavo all’infinito.  

Ancora oggi lo ritengo uno dei personaggi più interessanti di tutto il mainstream pop recente: artista vero, autore, polistrumentista e cantante. Come i grandi del passato, come Stevie Wonder, come Prince. All’inizio della carriera, verso la metà degli anni ’80, era frequente il paragone tra Terence Trent D’Arby ed il genietto di Minneapolis: entrambi erano di colore, entrambi erano ballerini, ed entrambi scrivevano e suonavano gran parte dei loro dischi. Eppure nella musica di  Terence Trent D’Arby c’era una vena soul più marcata, c’erano sonorità molto più “black”, sebbene caratterizzate da ruffiani ammiccamenti alla musica pop e prive della vena sperimentale che costituisce il tratto saliente dell’opera di Prince.  

Una carriera al contrario, quella di Terence Trent D’Arby (nato Terence Trent Howard nel 1962). Musicista all’età di sei anni, campione di boxe a sedici, studente di giornalismo a diciotto, militare di carriera a venti, disertore tre anni dopo e finalmente musicista a tempo pieno dal 1986. Nel 1987 fa subito il botto: “Introducing the hardline according to Terence Trent D’Arby” vende tre milioni di copie in tre giorni, forte di una serie di singoli trascinanti, mix perfetto di soul post-Motown, accenni funk degni di Prince e pop da classifica. La miscela fu resa irresistibile dalla evidente presenza scenica di Terence, dalle sue doti acrobatiche fuori dal comune e da una voce in grado di fare il verso alle tonalità calde e abrasive di James Brown, al falsetto di Prince e Michael Jackson, ma soprattutto alle modalità ricercate e dolcissime di Sam Cooke. Il passo felpato di “Wishing Well”, il ritmo funky di “Dance Little Sister”, gli accenni gospel di “If You All Get To Heaven” e la melodia vagamente reggae di “Sign Your Name”sono tra i momenti più belli di tutto il mainstream pop anni ’80 e non solo. Terence scrive e arrangia tutti i brani (eccetto la cover di quella “Who’s Lovin You” scritta da William "Smokey" Robinson e portata al successo dai Jackson 5), suona la batteria, le percussioni, le tastiere, il sassofono. E canta divinamente: meglio di Michael Jackson, meglio di Prince, forse quasi come Sam Cooke stesso.  

Cavalcando l’onda del successo planetario di album come “Thriller” e “Purple Rain”, “Introducing the hardline according …” diventa un vero best-seller vendendo più di dodici milioni di copie, grazie anche all’ormai necessario ausilio dei video in heavy rotation su Mtv, nei quali D’Arby si dimostra anche abile performer ed eccellente ballerino, aggiungendo un tocco di humour alle movenze feline di Michael Jackson (“Wishing Well”) e riprendendo i passi più acrobatici di Prince (la spaccata nel video di “Dance Little Sister”) e James Brown (splendido il “palleggio” con l’asta del microfono, sempre nel video di “Dance Little Sister”).  

Il secondo album (“Neither fish nor flesh”) vede la luce due anni dopo ma non ottiene lo stesso successo del suo predecessore. Terence Trent D’Arby inizia a subire pesanti accuse di egocentrismo, di arroganza e di megalomania. Il trionfo, ottenuto tanto facilmente ed in maniera così celebrata, suscita evidenti invidie. Bisogna ammettere che il buon Terence ci mette del suo, tra dichiarazioni discutibili (“Se ciò che dici non offende nessuno vuol dire che non hai detto niente”) ed un disco straripante, pretenzioso fin dai titoli delle canzoni (“To Know Someone Deeply Is to Know Someone Softly”) ma anche coraggioso e ricco di spunti interessanti (il funk tiratissimo di “You Will Pay Tomorrow”, il pop zuccherino di “Billy Don’t Fall”). Secondo la biografia ufficiale del cantante, “Neither fish nor flesh” “per le sue peculiari sonorità viene usato ancora oggi in Giappone come strumento di terapie mediche per curare pazienti in coma o con danni cerebrali”.  

Il successo dell’ esordio non rimarrà l’unico per Terence Trent D’Arby. Per un momento, si riassapora qualcosa di quell’incredibile primo album nella terza uscita discografica del cantante americano: “Symphony or Damn” (1993) è di un nuovo un’opera a fuoco, piena di singoli efficacissimi come “She Kissed Me”, “Do You Love Me Like you Say” e sopratutto la delicatissima (ehm…) “Delicate”, in grado di riportare D’Arby ai fasti di “Sign Your Name”.  

Successivamente, la carriera di Terence Trent D’Arby subisce una netta involuzione. Prima un disco incolore (“Vibrator” – 1995), poi la definitiva rottura dei rapporti con la discografica Columbia Records misero Terence in un cono d’ombra. Dal 1996 al 2000 l’unica notizia che lo riguarda è la sua fugace sostituzione dello scomparso Michael Hutchence negli INXS per il concerto d’apertura dei giochi olimpici di Sydney.  

Nel 2001, in seguito ad alcuni sogni ricorrenti, Terence Trent D’Arby decise di cambiare il proprio nome in Sananda Maitreya per “preservare la sua vita e la sua carriera musicale”. Con il nuovo nome l’artista americano (nel frattempo trasferitosi a Milano) continua a produrre e registrare autonomamente la propria musica (da lui stesso denominata “Post Millenium Rock”), sfruttando la rete ed i social network come mezzo di diffusione. Il cambio di nome diventerà non solo artistico ma anche legale, con tanto di battesimo e registrazione all’anagrafe.  

Quindi, porcaccia miseria, ecco perché quel giorno, sotto la mole, Terence Trent D’Arby mi ha voltato le spalle ed è andato via. Perché non era Terence Trent D’Arby.      

Sito Internet: http://www.sanandamaitreya.com/    

 

Video:  

Sign Your name : http://www.youtube.com/watch?v=V1YkdCVg9Qs  

Who’s Loving You : http://www.youtube.com/watch?v=P7Bcs5kpETM  

Wishing Well : http://www.youtube.com/watch?v=K-Uz-dPANDY  

Dance Little Sister : http://www.youtube.com/watch?v=FcUmIRw0N5w  

Sananda Maitreya al concerto di natale del 2008, presentato da Mara Venier! : http://www.youtube.com/watch?v=PpbXhVAzaV8      

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target alle 10:34 del 14 settembre 2009 ha scritto:

Massì, il buon Terenzio. Mai preso un suo disco, ma "Delicate" e "Sign your name" sono ovvie (e piacevoli) canzoni della colonna sonora di chiunque sia cresciuto in quegli anni. Non sapevo di questo cambio di nome (in effetti molto à la Prince): se questo eviterà un suo ritorno post 50 anni per i soliti concerti nostagici, sarà un notevole punto a suo favore.

REBBY alle 11:23 del 14 settembre 2009 ha scritto:

Ho anch'io una copia di Introducing... e concordo

con Fabio che cantava "divinamente: meglio di MJ,

meglio di Prince". Poi però non l'ho più seguito,

pochè non era il mio "genere preferito" (forse per colpa di un presunto amico di nome Stefano

che anni prima mi aveva fottuto l'intera mia collezione di dischi rythm & blues/soul 60/70).

Non sapevo proprio che oggi si chiamasse Sanada

Maitreya, da quel poco che ho visto su youtube

non mi sembra molto cambiato.

Paolo Nuzzi alle 12:29 del 27 aprile 2015 ha scritto:

ahahahah! Grande Fab, eccellente articolo! Una rece però di Introducing the hardline, la farei, che dici?

fabfabfab, autore, alle 9:27 del 28 aprile 2015 ha scritto:

Dico di sì. Se la merita...