A Pat Metheny - Live Report

Pat Metheny - Live Report

Pat Metheny all'Auditorium Parco della Musica di Roma (17/3/10)

There are two types of public: many of you will be wondering where I lost my mind, others will be rather curious about everything. I answer to the latter playing”.

Ai primi invece proviamo a rispondere noi. No, Pat Metheny non è andato fuori di senno - oppure lo è sempre stato e non ce ne siamo mai accorti - ha semplicemente recuperato un vecchio concetto di automatismo strumentale originariamente nato sull’organo da camera e lo ha applicato a tutti gli strumenti.

Ha creato una macchina perfetta mischiando tecnologia digitale a strumenti reali meccanici, con essa ci ha registrato un disco, “Orchestrion”, e ora si sta divertendo a portarla in tour. Roma è la quarta tappa della sua serie di concerti in terra italica e la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica, manco a dirlo sold-out, freme di veder quella macchina in funzione. I primi cinque pezzi hanno una funzione rassicuratrice. Metheny, solo sul palco, imbraccia in ordine prima una chitarra classica, poi un’acustica e infine la sua fedele costruzione chitarristica (un intreccio di corde non ben definibile) e fa quella che ha sempre fatto in maniera magistrale: il chitarrista jazz dalla tecnica straordinaria.

Poi pian piano cala giù il sipario sulla creatura meccanica: ai lati del palco due xilofoni, due organi, poi il pianoforte e sullo sfondo un muro su quale vi è smontata una batteria e vi sono inserite percussioni, tamburi, campanellini vari, una chitarra classica e un basso elettrico. Metheny suona l’intero disco e poi si lascia andare alle improvvisazioni. E qui arriva il bello.

La macchina avveniristica che farebbe gola al più futurista Brian Eno ruota come una giostra attorno ad un bambino riccioluto, passato dall’essere one man band a band, che divertito cavalca la sua elettrica, impartisce gli ordini, campiona batteria, pianoforte, organo e xilofono attraverso la sua sei corde, ci improvvisa sopra e con un’altra chitarra introduce un inserto di tromba.

Tutto perfetto, tutto meccanico, tutto umano. Il virtuoso chitarrista ci avrà pur abituato a tempi migliori sotto il profilo espressamente musicale, Orchestrion sarà anche inquietante e probabilmente moralmente preoccupante, ma vedere tutto ciò funzionare dal vivo fa passare tutto in secondo piano. Il vortice automatistico strumentale governato da mani, piedi e mente di Metheny travolge lo spettatore e lo trascina in un viaggio unico, in tre dimensioni, sotto un rinascimentale cielo jazz.

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