A Pre-Raphaelite fruitcakes: gli Shelleyan Orphan e il lato romantico del dream pop (Monografia)

Pre-Raphaelite fruitcakes: gli Shelleyan Orphan e il lato romantico del dream pop (Monografia)

In occasione dell’uscita, prevista per giugno, del boxset in edizione limitata pubblicato da One Little Indian/Audioglobe contenente i primi tre album del duo (più un dvd e una corposa raccolta di b-side, demo e bonus track), è il caso di tornare sui passi leggeri di Jemaur Tayle e Caroline Crawley.

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Creatura ineffabile, quella dei Shelleyan Orphan. Uno dei tanti gruppi di culto che hanno fugacemente -e senza far troppo rumore- calcato le scene indie nella seconda metà degli anni Ottanta, pubblicando due dischi tra il 1987 e il 1989, più un ultimo nel 1992 (senza contare l’estemporaneo quarto lavoro, frutto di una reunion prima della scomparsa di Caroline Crawley nel 2016).

Un gruppo di culto, si diceva, perché fuori dagli schemi, sempre e comunque: folk romantico e chamber e, in seguito, dream-pop contaminatissimo, il tutto interpretato secondo toni classici e forbiti (a partire dal monicker, omaggio al tanto amato poeta romantico Percy Bysshe Shelley), nel riuscito tentativo di integrare in un discorso pop una strumentazione insolita, ingombrante, composta da violoncello, clarinetto, corno, oboe, tambura, fagotto. Una mosca bianca nel panorama indie di quegli anni, dunque. Chi abbia mai affrontato l’ascolto del loro primo “Helleborine”, però, non può che essere rimasto folgorato dall’aura magica del duo di Bournemouth.

- Gli esordi (1980-86)

Tayle e Crawley si conoscono nel 1980 nella loro Bournemouth, cittadina della costa sud dell’Inghilterra. L’idea, fin da subito, è quella di fondare una band, e di farlo nel nome del loro poeta preferito, Shelley. Detto fatto: i due scelgono di chiamarsi Shelleyan Orphan traendo ispirazione dal poema “Spirit of Solitude”, imbarcando nel progetto tutta l’estetica romantica e idealista che, fin dalle intenzioni, pone il duo come una mosca bianca nel panorama indie. Né post-punkgoth, i due potrebbero più facilmente trovare una qualche forma di parentela con i Cocteau Twins, oppure andando a scomodare gli esponenti più “arrangiati” della scena indiepop (si pensi, quindi, agli Everything But the Girl), anche se, per avere una più chiara idea -per quanto non ancora esaustiva- delle referenze di Crawley e Tayle, sarebbe più appropriato risalire direttamente agli anni Sessanta di Donovan e Curt Boettcher o ai primi Settanta di Tudor Lodge e Amazing Blondel (o perché no, ai primi lavori di Nick Drake).

Il loro suono è unico, a suo modo radicale. Lo si capisce dalle sessioni registrate nel giugno 1984 per la BBC, due anni dopo essersi stabiliti a Londra per dar gambe al progetto. Al posto di chitarra, basso e batteria, spiccano ricercati arrangiamenti di archi, il timbro insolito di un clarinetto, il grave bordone di un violoncello. C’è più musica rinascimentale e romantica, qui, che il modello di pop music che ci si sarebbe potuti aspettare in quegli anni (non a caso furono motteggiati sarcasticamente “the Pre-Raphaelite Fruitcakes”).

Eppure tutto risulta fresco, sbarazzino, in qualche modo al passo -ma sarebbe meglio dire al di fuori- dei tempi. Lo capiscono i Jesus and Mary Chain, che nel dicembre del 1984 vogliono proprio il duo di Bournemouth come loro supporto, così come lo capisce la Rough Trade di Geoff Travis, che nel 1986 pubblica il primo singolo ufficiale della band, “Cavalry of Cloud/Anatomy of Love”, anticipatore del ricco “Helleborine”, primo e ineguagliato grande traguardo.

- “Helleborine” e “Century Flower” (1987-89)

Registrato negli studi di Abbey Road potendo contare su di un’orchestra di diciassette elementi, “Helleborine” (prodotto da Haydn Bendall) va considerato, prima di tutto, un segno di estrema fiducia da parte della Rough Trade nei confronti di Tayle e Crawley, che in piena libertà arrangiano e scrivono ogni brano, confermando una padronanza incredibile della loro arte. Fiducia che oggi possiamo considerare ripagata, perché l’album -pur non rappresentando un prodotto dalle grandi potenzialità commerciali ed essendo trattato dalla critica, nel migliore dei casi, come una bizzarra manifestazione di eclettismo- rappresenta un gioiello senza tempo.

Interpretando lo stesso sentimentalismo pastorale degli Xtc di “Skylarking” in chiave chamber, la prima “Midsummer Pearls and Plumes”, fulminante caleidoscopio psichedelico, inscena un brioso agitarsi di correnti d’aria che, tra svolazzi d’archi, raffinati giochi di contrappunto, armonizzazioni vocali eteree, secco rintoccare di contrabbasso, non lasciano un attimo la presa, coinvolgendo immediatamente l’ascoltatore nelle intricate spire del brano. Nessun segno di strumentazione rock, come già detto, eppure le composizioni sono perfettamente intellegibili, per niente aliene, condotte secondo uno squisito e cristallino senso della melodia: “Epitaph Ivy and Woe” è un’ariosa ballata dominata da archi e clarinetto, “Blue Black Grape” è pop barocco dai riferimenti mitologico-pastorali, dipanati al passo di una docile marcetta avvolta da un ricco tappetto di arrangiamenti (come non notate le influenze dell’outro corale su “Illinois” di Sufjan Stevens?), “Cavalry of Clouds” è riproposta in tutta la sua magniloquenza, con il duo Crawley/Tayle più affiatato che mai, mentre i livelli raggiunti da “Southern Bess (A Field Holler)” sono l’ennesima dimostrazione del grande valore immaginifico della band (in più casi si ha l’impressione che qui covino i germi dei Cocteau Twins di “Heaven or Las Vegas”).

Difficile scartare un solo brano (dal breve duetto di oboe e arpa di “Helleborine” alle cadenze jazz-folk di “Jeremiah”): un disco completo, un esordio fulminante, destinato a una lenta decantazione, sebbene il talento di Caroline Crawley e Jem Tayle non lasci indifferente un’autorità del calibro di Robert Smith che nel 1989, affascinato dalle performance live con tanto di pittore annesso, decide di portare il duo -fresco del secondo “Century Flower”- e Marc Almond in tour con i suoi Cure.

Uscito con un anno di ritardo, il secondo lavoro dei Shelleyan Orphan abbandona i toni classici del debutto per avventurarsi in territori più “convenzionali” (anche grazie alla produzione di Dave Allen), ritrovando i legami con un'espressività più tipicamente rock e contemporanea (il sax della prima “Shatter”, una vera e propria sezione ritmica, la chitarra elettrica di “Timeblind”, che ricorda le sfibranti trame degli A.R. Kane, e di “Between Two Waves”, sorta di accenno a quanto faranno più tardi i Cardigans), integrando gli elementi da camera in un discorso che abbandona l’integralismo “arty” di pochi anni prima. Per quanto si tratti di un lavoro di tutto rispetto, la prima impressione è di stare ascoltando una sorta di “Helleborine” normalizzato. Non appena ci si inoltra nelle trame, però, si nota come le strutture siano tutto tranne che lineari, di come le composizioni raramente procedano con regolarità, preferendo abbandonarsi a flussi che assicurano la continuità con quanto fatto in precedenza, mantenendo dunque un’attitudine astratta e sperimentale. Tra i brani da citare, “Self”, ballata orchestrale ariosa e barocca, appena tinta di cadenze sophisti, “Summer Flies”, folk-pop smaccatamente anni Sessanta, “The Silent Day”, delizioso bozzetto che può ricordare i The Go-Betweens (si ascolti la loro “Clouds”), mentre “Amanita Muscaria” si affaccia su territori soundtrack music.

La maggiore accessibilità di questo lavoro sembra dare i suoi effetti: oltre all’importante riconoscimento del ruolo di spalla nel tour dei Cure, che accresce sensibilmente la notorietà della band, è proprio “Century Flower” ad aver lasciato una più calcata eredità sonora sui posteri (vuoi per diretta influenza, vuoi per la pervasività di un sound più comprensibile). Basti pensare, ad esempio, all’esordio dei Sundays, o al chamber pop anni Novanta (The Apartments, Belle and Sebastians, Tindersticks).

- “Humroot” e il primo addio (1990-92)

Nonostante la discreta notorietà acquisita, all’inizio degli anni Novanta le cartucce a disposizione dei Shelleyan Orphan sono prossime all’esaurimento. Non che manchino le idee (e “Humroot”, del 1992, dimostra proprio il contrario), ma sia Caroline che Jem sentono il bisogno di fare un passo oltre, di dedicarsi ad altro, di evolvere ciascuno secondo i propri canoni. “Eravamo fuori tempo massimo”, ammettono in un’intervista, segno di come esista una precisa consapevolezza della necessità di guardare avanti.

Così, “Humroot”, che dalla passata stagione eredita il batterista dei Cure Boris Williams, rappresenta il canto del cigno prima dell’addio alle scene. Il processo di semplificazione, qui, è ancora più accentuato, anche se il risultato si dimostra, in diversi passaggi, addirittura più intrigante rispetto al lavoro precedente. Siamo in territori pienamente dream-pop, tra chitarre elettriche riverberate e cristalline melodie pop, a metà strada tra Lush e The Innocence Mission. La freschissima apertura di “Muddied-Up”, la leggerezza onirica di “Dead Cat” e la grazia folk di “Fishes” rappresentano, ad esempio, quanto di più pop mai realizzato dal gruppo, mentre “Little Death” strizza un occhio alla scena alternative dance (si pensi ai Saint Etienne). Sono però i lenti, anticipatori del filone slowcore, a ricoprire un ruolo importante all’interno di “Humroot”: brani atmosferici ed espansi come “Sick”, con quelle chitarre twang lasciate ad aleggiare e vibrare, “Long Dead Flowers Dried Out in Summer”, fascinosa ballata chitarristica minimalista, o la lunga “Supernature on a Superhighway”, che con il suo placido sviluppo in crescendo e le sue scintillanti trame armoniche rappresenta l’ultimo vero capolavoro del duo.

Appena dopo la pubblicazione del terzo album la band si scioglie: Crawley si mette in viaggio per il mondo coltivando la sua passione per le arti curative e, nel frattempo, lavora al progetto parallelo dei Babacar, con Boris Williams e il bassista Roberto Soave (è del 1998 il loro album omonimo), mentre Tayle si dedica alla medicina orientale (rivelerà di aver massaggiato Johnny Depp e Thom Yorke). Passeranno sedici anni prima che i due decidano di tornare assieme per un fugace saluto, prima della fine.

- La reunion e il secondo addio (2008-2016)

Quando nel 2008 esce, per la One Little Indian, “We Have Everything We Need” (prodotto da Steve Evans), pochi si ricordano dei Shelleyan Orphan, ma -grazie a recensioni piuttosto positive e una dichiarata volontà di calcare nuovamente le scene- sembra che la creatura di Bournemouth si sia rimessa in moto, tornando sui palchi per un paio di anni. Il tempo passato, però, fa sentire il suo peso, e l’operazione nostalgia, ad oggi, non risulta granché appagante: i brani del quarto album non godono delle fortunate dinamiche dei lavori precedenti, risultando pallidi simulacri di quelle esperienze. Ci sono, certo, gli eleganti arrangiamenti Walkeriani di “Bodysight” e “Judas”, c’è un tentativo di aprirsi a linguaggi country-folk e hillbilly (“Something Pulled Me”, dove però si rasenta un formalismo non particolarmente entusiasmante), c’è la strizzata d’occhio a un avant-folk che tende la mano alle correnti in voga in quegli anni (“Host”), come non mancano gradevoli ed energici bozzetti indiepop (“Your Shoes”, “Bosom”) e psych-folk (la piacevole “Evolute”, tra echi di Donovan e Bert Jansch), ma nel complesso tutto suona spento e un tantino impostato. La profondità e l’estro del decennio precedente sono solo un ricordo, e i brani non riescono a trasmettere la stessa tensione creativa di un tempo. La magia è scomparsa, e i Shelleyan Orphan non daranno seguito al loro estemporaneo revival.

Sono purtroppo altre vicende a riportare l’attenzione sulla band: il 4 ottobre 2016 Caroline Crawley muore dopo una lunga malattia, a soli 53 anni, mettendo la parola fine a una delle esperienze più affascinanti del pop contemporaneo.

L’eredità dei Shelleyan Orphan, insinuatasi sottilmente nel corso di 40 anni di musica pop, ben lungi dall’essere esaurita, è però ancora tutta da raccogliere e da riscoprire.

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