A Quando i capolavori diventano inascoltabili

Quando i capolavori diventano inascoltabili

Capita spesso di sentire lodi sperticate attorno a dischi definiti meraviglie, capolavori della musica tutta, favolosi oltre ogni immaginazione. Capita ancor più spesso che approfondendo le indagini ci si imbatta in critici musicali che pongono come album fondamentali della musica (rock) dei dischi mai sentiti nominare, di scarsissimo successo commerciale o di pressochè nulla fama internazionale. Essendo l’uomo una creatura guidata dalla curiosità è inevitabile che l’amante della musica spinto da un minimo di iniziativa cerchi di indagare e scoprire sempre nuove sonorità, gruppi, artisti, canzoni. Penso di non essere il solo a essere partito con Beatles e Rolling Stones (i nomi “famosi”) ed essere finito al kraut-rock e ai Residents. Quante volte però è capitato di imbattersi in dischi “fondamentali” che sono risultati totalmente inascoltabili? Non sono poche.

Prenderò allora spunto da tre dischi da me ritenuti inascoltabili per avviare una riflessione personale che sia anche una concezione della musica in generale. I tre dischi in questione sono:

Metal machine music di Lou Reed (1975)

Trout mask replica di Captain Beefheart (1968)

Music for airports di Brian Eno (1978)

Metal machine music rappresenta l’apogeo del rumorismo: un disco in origine di oltre 6 ore, successivamente tagliato per ragioni commerciali e ridotto a un doppio, costruito interamente su un trionfo di distorsioni, amplificatori, cacofonie sonore prive di ogni melodia concepite per la pura estetica del rumore.

Trout mask replica segna un punto di incontro tra psych-rock e free-jazz e porta alla radicalizzazione il discorso intrapreso dai Velvet Underground con Sister Ray, ossia una registrazione in studio concepita come una jam-session in cui ognuno dei membri suona per sé, senza spartiti né direzioni precise, ognuno libero di seguire il proprio flusso interiore. A differenza dei Velvet Underground però l’improvvisazione personale tende a distruggere la canzone tradizionale disinteressandosi della melodia. Di fatto un atto di accusa ai canoni della musica melodica Occidentale.

Music for airports viene generalmente considerato il disco portabandiera della musica ambient, e più in generale di quella musica “discreta”, concepita da Brian Eno come sfondo alla vita quotidiana e realizzata appositamente in maniera minimale per “non essere ascoltata”.

Fatte queste brevi presentazioni la prima questione che va posta riguarda la loro effettiva importanza, ossia: meritano davvero questi dischi di essere definiti fondamentali per la musica? Hanno un effettivo valore? Hanno concretamente contribuito allo sviluppo della storia del rock (e in senso lato della musica)?

Assolutamente si!

La risposta può forse sorprendere ma trova spiegazione nella definizione della “musica”. Personalmente considero la musica (in quanto arte) come un nesso indissolubile di forma e contenuto. La forma rappresenta il lato puramente esteriore, quello auditivo, ossia il susseguirsi delle note una dietro l’altra così come arriviamo a percepirle con il nostro cervello. Il contenuto è un concetto più sfumato, rappresenta la struttura in sé e definisce il messaggio e lo stile della composizione. La forma definisce l’estetica, ossia il bello-brutto. Il contenuto permette di definire che un pezzo dei Ramones sia punk e non blues. Quando si trova un testo cantato all’interno della composizione il contenuto è il messaggio del testo, ossia la definizione del tema (una canzone può essere d’amore, di violenza emotiva, di politica). La forma del testo è la maniera di concepire se il modo in cui sia presentato il tale argomento sia riuscito oppure no (per esempio se il testo d’amore sia banale o degno di essere definito poetico).

Ora cercando di utilizzare questi canoni critici ai tre album sopra analizzati non sarà difficile spiegare la tesi iniziale, ossia che pur essendo dischi imprescindibili per importanza oggettiva, risultano di fatto quasi impossibili da ascoltare (al di là del gusto personale).

Metal music machine, Music for airports e Trout mask replica sono tre opere in cui ciò che ha carattere rivoluzionario non è la forma (trascurata quasi del tutto) bensì il contenuto.

Il contenuto di Metal machine music è l’esaltazione del rumorismo, assunta a estetica assoluta, scevra di melodie e logiche commerciali. Il disco (esaltato tra l’altro da un certo Lester Bangs proprio per questo aspetto) risulta però totalmente privo di forma. Non che sia fatto male in sé, ma totalmente altro rispetto ai canoni della musica rock tradizionale. Essendo un’opera unica nel suo genere (quale genere? Rock? Avanguardia? Forse andrebbe inventata l’etichetta di “Rumorismo” solo per quest’album) è impossibile poterne giudicare la forma. Per farlo occorrerebbe che ci fosse almeno un altro disco “rumorista” per poterne fare un confronto. Non essendo così non rimane che un improponibile confronto con il modello melodico musicale tipico dell’Occidente che vede nell’armonia delle parti e nella melodia i suoi capisaldi. In questo contesto e con la nostra attuale mentalità sarà impossibile apprezzare esteticamente un disco che invece a livello concettuale è indubbiamente un’opera mirabile.

Trout mask replica presenta la stessa problematica dell’attacco ai canoni estetici tradizionali. Dicevamo prima che il disco è ai limiti del jazz. In realtà l’operazione di Don Van Vliet e compagni è di rivoltare come un calzino l’estetica del rock, radicalizzando la poliritmia fino a cacellare ogni traccia di un ritmo tradizionale. A livello contenutistico si assiste a una poetica del disordine, del caos assoluto che sembra applicare il dadaismo al rock. L’anarchia viene posta a modello assoluto. In quella che vuole essere un’antitesi della musica rock tradizionale (fatta, ricordiamolo, di ordine razionale e melodia sonora) il contenuto va ad “ingoiare” la forma, sacrificandola del tutto al messaggio.

Music for airports non è un’opera corrosiva come le due precedenti, anzi si può dire che sia l’esatto opposto: il suo intento non è aggredire l’ascoltatore con un sonoro volutamente rivoluzionario. Il suo proposito è invece più subdolo: essere di supporto alla vita quotidiana, adattarsi all’ambiente, diventare tutt’uno con esso, in modo da mischiarsi indissolubilmente con la realtà. L’ascoltatore ideale in questa ottica non è più un’ascoltatore perché non si accorge nemmeno più della presenza musicale nell’aria. Il limite di questa concenzione è che la musica, che in termini generali ha il pregio di essere universale e di adattarsi a ogni luogo, viene qui confinata a determinate situazioni e luoghi particolari, l’aeroporto in questo caso. Il contenuto dell’opera viene pertanto a limitare l’opera stessa, al chè anche la forma ne viene limitata. Per poter giudicare correttamente la forma del disco diventa quindi indispensabile contestualizzarlo secondo la volontà dell’autore, ossia si può capire Music for airports solamente ascoltandolo in un aeroporto (fatto realmente sperimentato all’aeroporto LaGuardia di New York, pochi mesi dopo l'uscita del disco). Solo in queste condizioni l’individuo potrà formulare giudizi pertinenti sulla forma.

Abbiamo confermato con questa analisi che i tre dischi in questione sono sì fondamentali per la storia del rock, ma non per la loro qualità estetica (forma) spesso deprecabile, bensì per la loro componente fortemente concettuale (contenutistica), che li pone sullo stesso piano di autentici manifesti artistici (e non solo musicali).

Tuttavia un’opera musicale non si può limitare al mero contenuto, ma deve progredire allo stesso modo nella forma. Quando in musica si annienta la forma per il contenuto non si ha più un’opera musicale. Si ha un concetto, un’idea, una dottrina. Ma la musica non può essere solo un concetto. La musica per sua natura deve essere ascoltata e come tale ascoltabile. Se l’artista non dovesse riuscire a coniugare ad altissimo livello forma e contenuto (queste le componenti del vero capolavoro) sarà allora comunque di gran lunga preferibile uno sbilanciamento verso la forma piuttosto che verso il contenuto, fatto che consentirebbe comunque un ascolto accettabile. Inevitabile allora concludere affermando che i tre album presi in esame sono dei “capolavori abortiti”, e che dal mero punto di vista estetico-musicale sarà preferibile perfino l’ascolto più infimo della stagione, purchè di forma superiore.

Forse un paradosso, ma anche un'amara verità.

C Commenti

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DonJunio alle 17:36 del 2 ottobre 2007 ha scritto:

mumble mumble

Ti dirò.... "Metal Machine Music" non l'ho mai ascoltato tutto. Lo comprai da ragazzo, giovane fan dei Nirvana stregato da una frase di Cobain ("Me lo porterei su un'isola deserta, non ci sarebbe musica migliore per morire". Ma non sono mai arrivato alla fine. Con buona pace di Kurt, credo su un'isola deserta mi porterei qualcosa di più borghesemente accessibile. "Music for airports" lo trovo decisamente palloso, e non credo lo riascolterò ancora: su questo album ti do' ampiamente ragione. Per quanto concerne il Capitano.....benché sia di difficile approccio, credo il suo ascolto sia sempre una delle esperienze più entusiasmanti che possano capitare. Alle trote preferisco però il più ruspante e digeribile "Doc at the Radar station"...

Marco_Biasio alle 19:02 del 2 ottobre 2007 ha scritto:

Su Reed ed Eno non saprei esprimerti, ma ti straquoto alla grande sul Capitano. Coraggiosissimo, importantissimo, dannatamente sperimentale... ma inascoltabile, almeno per me. E per te Fra l'altro, davvero curiosa l'idea...

Peasyfloyd, autore, alle 22:10 del 2 ottobre 2007 ha scritto:

Si insomma

aldilà delle mie personali visioni (che sono più o meno opinabili e che rispondono inevitabilmente di giudizi soggettivi) dei tre dischi presi come esempio questo articolo l'ho pensato per cercare di precisare la mia personale visione critica musicale. Perchè è vero che quando si parla di musica il giudizio istantaneo bello-brutto conta tanto, ma io credo che oltre un certo livello ognuno di noi debba trovare un proprio metodo il più possibile "oggettivo" per effettuare il più criticamente possibile una valutazione del disco/artista/canzone in questione. Per questo io non intendo assolutamente imporre le mie visioni nè il mio metodo critico ma piuttosto spero che i pochi che leggeranno sta manfrina possano trarre spunto per farsi delle domande sul proprio modo di percepire la musica in maniera critica.

Perchè insomma chi scrive su questo sito bene o male questo fa: critica musicale. E non si può parlare di musica in maniera critica nella stessa maniera in cui se ne parla al pub con gli amici. Ecco insomma in definitiva il mio invito è: meditate gente, meditate. E magari fatelo con un cuba libre sulla scrivania. Non può che aiutare.

loson alle 15:33 del 3 ottobre 2007 ha scritto:

uhmmmmm

Non voglio entrare nel merito di cosa sia ascoltabile o meno, dato che in questo ambito la soggettività regna sovrana e quello che per te può apparire ascoltabile per me non lo è e viceversa (p.s. io considero Trout Mask un disco ascoltabilissimo, in certi casi sorprendentemente orecchiabile...)

Detto questo, scrivere che Trout Mask Replica è una"jam session in cui ognuno dei membri suona per sè, senza spartiti o direzioni precise" significa semplicemente non aver capito cosa sia quel disco. Di improvvisato in Trout non c'è NULLA. Se per te questa è improvvisazione, cos'è "Ascension" di Coltrane? Trout è un'opera assai più razionale di quanto si creda, studiata fin nei suoi più piccoli particolari. Ascolta come evolvono i brani e dimmi se per te i complessi cambi di tempo, metrica, ritmo, armonia e chiave sono improvvisati o se i musicisti andavano a casaccio. Ci hanno messo quasi un anno la Magic Band e il Capitano per perfezionare quei brani a tavolino (ossia scriverli). Le chitarre sono accordate in modo alieno e spesso l'accordatura cambia da brano a brano, ma le parti chitarristiche seguono geometrie precise: i due strumenti si trovano sempre, quando uno cambia "serie" (perchè Trout è un lavoro rigorosamente "seriale"), la cambia anche l'altro; quando uno disegna l'armonia, l'altro fa il solista. Caos dadaista? Ma quello mi sembra l'abbiano fatto i grandi Faust o gli stessi Residents più anarchici di Meet The Residents, non certo Beefheart.

Insomma, non è obbligatorio apprezzare Trout Mask Replica (ci mancherebbe ) così come è assolutamente lecito che qualcuno possa definirlo inascoltabile, ma per favore smettiamola col fornire informazioni sbagliate o analisi frettolose.

loson alle 15:45 del 3 ottobre 2007 ha scritto:

precisazione

Cmq, voglio che sia chiaro che il mio appunto riguarda esclusivamente l'analisi di Trout Mask Replica, non certo l'articolo nella sua interezza: quello è frutto di altre prese di posizioni che sono senza dubbio interessanti e pertinenti - anche se, come ogni ambito della critica, umanamente fallibili -

Peasyfloyd, autore, alle 21:16 del 3 ottobre 2007 ha scritto:

annotazione sacrosanta

in effetti c'è un grosso errore informativo. Purtroppo nella fase di reperimento dei dati sui vari dischi sono stato deviato da fonti che evidentemente non erano attendibili. Solo in seguito un mio amico ha evidenziato la stessa cosa che loson ha evidenziato. Trout mask replica è sato fatto su partiture ben precise e non su improvvisazioni. Ciò non toglie che per quanto mi riguarda la qual cosa resti assurda per vari motivi. Cmq mi scuso per l'errore. Purtroppo si cerca sempre di controllare tutto e di informarsi al meglio ma a volte capita di incappare in fonti sbagliate.

Cas alle 18:55 del 5 ottobre 2007 ha scritto:

condivido quasi tutto quello che hai detto ma faccio una considerazione personale... è ovvio che la forma ha una sua importanza, e che questa non debba essere trascurata. Ma per arrivare a certe forme bisogna che qualcuno prima rivoluzioni quelle precedenti lavorando sui contenuti. Per farti un esempio stupido: oggi la musica dance non esisterebbe se non ci fosse stato quel folle di Stockhausen con le sue opere del tutto (sul serio) inascoltabili. Tuttavia, il krautrock e tutto ciò che viene dopo di esso deve moltissima della sua forma a quel genio di Stockhausen. Lo stesso vale per Eno o per Beefheart. La musica è pensiero, diciamo che si "concretizza" in note...ma ogni pensiero per rinnovarsi ha bisogno di un'avanguardia che faccia piazza pulita.

Gabs alle 14:13 del 24 dicembre 2007 ha scritto:

tabula rasa?

Metal Machine Music è un trip nella parte più recondita della psiche, impossibile da assorbire al livello della percezione cosidetta normale; secondo me il progetto si umanizza solo con l'ausilio di droghe o l'alterazione dello stato della coscienza. E' una caduta nell'abisso. Assolutamente -non casuale- come potrebbe sembrare al primo ascolto, questo -rumore- raschia e provoca una sorta di dolore/piacere sadomaso. Trovo un'ideale e perfetto collegamento con -sister ray- dei Velvet, che è stata magistralmente tessuta anche dal genio di John Cale. Trout Mask Replica l'ho già commentato nella sua scheda e valgono qui le medesime considerazioni, ne più ne meno. Circa Brian Eno e la sua ambient music trovo il progetto interessante, un tentativo di marcare e nel contempo (ri)definire nuove tracce musicali.

Non sono tanto d'accordo sulla parte finale dell'articolo, non perchè fuori luogo ma quanto perchè troppo dicotomizzata a mio avviso.

Fa parte della nostra natura umana dividere (suddividere) tutto in categorie; il cervello lavora così, deve classificare per rendere riconoscibile quello che i sensi percepiscono...

E' appunto questo secondo me il -trabochetto-, proprio come l'appendiabiti di Duchamp inchiodato al pavimento, oppure la gabbietta con i cubetti di marmo e il termometro... Voglio pensare che non esiste solo un unico modo di vedere e sentire il mondo, e quello che ci sta dentro (intorno), così come questi lavori non andrebbero classificati con la dicotomia. Forse Lou Reed, il Capitano, Brian Eno hanno guardato attraverso un cannocchiale girato al contario... Capolavori abortiti o capolavori mai nati veramente? Sempre riferendomi a Duchamp forse gli autori hanno solo voluto definire... un margine, un perimetro, che non è solo quello delle partiture, per poi lasciare ad altri scavare nella traccia. .. Forse. Tabula rasa? Se ci penso direi di sì...qui hanno cancellato per riscrivervi sopra.

maracio alle 10:34 del 14 gennaio 2008 ha scritto:

Mi permetto di dissentire. Tutta la costruzione che fai parte purtroppo da un assunto che è errato (a mio parere, ovviamente): il concetto di forma così come lo hai espresso. Se consideriamo infatti il presupposto che la musica è soltanto una vibrazione che stimola i circuiti cerebrali di ognuno di noi, la forma è quella che la tua cultura dice di essere forma. Per la tua cultura occidentale un pezzo di musica popolare cinese è probabilmente privo di forma o almeno privo della forma che tu consideri tale. La forma di cui tu parli è indissolubilmente legata alla cultura nella quale tu sei inserito: nel caso di specie, quella del "rock tradizionale" che parte da Beatles e Rolling Stones e che tutti più o meno conoscono. Mutatis mutandis, ad un musicista di sitar indiano, un pezzo dei Ramones potrebbe apparire completamente privo di forma, della forma che appartiene a lui come musicista indiano che, magari, non ha mai ascoltato un pezzo punk.

La grandezza del lavoro di Beefheart sta nel fatto che, partendo da canoni tradizionali quali ad esempio il blues, lui sia riuscito nell'operazione di ristrutturare quella forma, rendendola apparentemente irriconoscibile e quindi creando qualcosa di assolutamente nuovo. In verità Beefheart è ancorato alla tradizione, ma la supera. Per questo è un genio.

La destrutturazione dei canoni formali (del rock o del blues) può creare qualcosa di "nuovo" che non necessariamente deve essere inserito in un altro canone formale per essere considerato opera d'arte. Di più: proprio l'impossibilità di inserire quel lavoro in un canone formale già conosciuto, cioè il mancato "sbilanciamento verso la forma" di cui parli, rende l'opera unica ed inimitabile innovando profondamente il "sistema". Se tutti i musicisti privilegiassero la forma come tu ti auguri, ci sarebbero soltanto un'infinità di Salieri e nessun Mozart oppure, sempre con rispetto parlando, un'infinità di Beatles e nessun Beefheart. L'operazione che va fatta, allora, se si vuole comprendere quell'opera, è appropriarsi del nuovo linguaggio, della nuova forma appunto. Ma spesso per ottenere questo risultato ci vogliono diversi anni.

Peasyfloyd, autore, alle 13:32 del 14 gennaio 2008 ha scritto:

rispondo alle varie notazioni

intanto ringrazio tutti per i commenti. Sinceramente non pensavo ci sarebbe stata tanta gente a leggere questo delirio personale. Ora cerco di stroncare le vostre notazioni (scherzo ovviamente)

X Cas: hai perfettamente ragione: l'avanguardia estremistica è fondamentale. Niente da dire su questo. ma infatti lo dico anche nell'articolo. Il problema è che l'avanguardia è quasi sempre inascoltabile, almeno per il sottoscritto. Non so mi citi Stockhausen e io giustamente sottoscrivo il suo genio e la sua importanza. Però ricordo quando ascoltai i suoi esperimenti di elettronica dei 50s ed erano una cosa che non aveva nè capo nè coda, eppure fondamentale per la musica a venire.

X Gabs: effettivamente questo è uno schema molto semplicistico ed elementare di visione della musica. Ovvio che in realtà nel momento in cui cerco di valutare un brano o un disco ci sono molte più sfumature e tenere un'atteggiamento dicotomico ortodosso può essere soltanto deleterio. niente è solo bianco o nero, su questo non ci piove. Questo della forma-contenuto vuole solo essere un tentativo (personalissimo) di analisi musicale da cui partire, non certo cui arrivare. Ripeto: è importante per un recensore avere uno straccio di metodo, per non ridursi al mero de gustibus.

X Maracio: la tua osservazione sulla questione della forma è interessante. In effetti io non nego di partire da un certo background culturale, che è fondamentalmente (per me) rock, ma in un concetto sfumato che comprende musicalmente generi e stili diversi come blues, rock'n'roll, punk, metal, jazz, funk, classica e elettronica. Ovvio che qui si parla di musica occidentale ragazzi. Non sarei mai in grado di recensire un disco di musica etnica tibetana perchè non saprei da dove cominciare. Io parto da un preciso punto di vista che è bene o male "occidentalecentrico". Questo non impedisce di poter apprezzare musica esotica (tò un Caetano Veloso ad esempio), o tribale (Youssoun'dor o come caspita si scrive) o compagnia bella. Certo li ascolto partendo da un personale concetto di forma e li analizzo in base ad esso. Io sono quindi legato alla mia cultura, su questo non c'è dubbio. E' importante però capire che la mia cultura, la nostra cultura, non è fissa, bensì in costante movimento, perennemente in evoluzione. Ecco perchè non parto solo dai canoni dei Beatles e dei Rolling Stones ma da una serie di artisti anche (e ribadisco anche) molto meno convenzionali come Amon Duul 2, Velvet Underground, Liars, Joy Division, Oneida e compagnia bella. Sicuramente le avanguardie sono fondamentali per questi cambiamenti di rotta della nostra cultura. Personalmente però preferisco quando un artista riesce a spostare l'asse culturale non stravolgendo completamente gli schemi ma spostandoli gradualmente. Tò per farti un esempio trovo che i primi Velvet Underground siano esemplari in tal senso: hanno ridefinito l'estetica di un certo rock senza uscire del tutto dall'estetica che la caratterizzava ma introducendovi tanti elementi nuovi al suo interno. Cosa che invece non fa il successivo Lou Reed con metal music machine che a mio avviso se ne frega altamente dei canoni estetici del rock. Tra le due non ho dubbi: scelgo mille volte i VU anche se riconosco il valore concettuale (e contenutistico) ma non formale dell'opera di Lou reed. Beefheart è un genio, non c'è dubbio. Ha creato dal nulla una nuova estetica, una nuova forma, smontando il blues. hai perfettametne ragione. Però posso dire che a me questa nuova estetica che ha coniato non mi piace? E' questo il punto. ne ammetto il valore e l'importanza ma non ne apprezzo a livello di estetica i risultati. E non vedo perchè la musica debba conformarsi interamente a un apporto del genere. Tenerne conto senza dubbio ma non conformarsi del tutto. Ribadisco: io non dico che gli artisti debbano privilegiare sempre solo la forma. Per me l'artista migliore è quello che riesce a portare nuovi contenuti tenendo conto della forma pre-esistente. Saper rielaborare il passato mantenendo un legame con l'ascoltatore. Perchè in fondo non dimentichiamoci che la musica VA ASCOLTATA! Per questo in un certo senso è più facile essere di avanguardia pura e stravolgere ogni regola che cercare di coniugare innovazione (contenuto) e forma.

Gabs alle 20:09 del 14 gennaio 2008 ha scritto:

il discorso si fa interessante...

...e il terreno si fa scivoloso...

Inizialmente quando mi avvicino ad un'opera artistica parto con la denotazione/connotazione.

Certo, l'aspetto emotivo ha la sua importanza, la sua valenza. Considero anche il contesto culturale e il periodo storico in cui l'opera è stata generata. Trovo spesso un denominatore comune, una sorta di riconducibilità; ed è questo l'aspetto che alla fine tranquillizza in un certo senso.

Poi mi lascio andare a ruota libera con i pensieri che scorrono in assoluta libertà.

Ognuno di noi vede, sente, legge, interpreta attraverso il filtro della propria personalità, preparazione, cultura...

Giusto per dire che dissento in pieno con quanto espresso riguardo Metal Machine Music.

All'epoca i più, così come la stampa, pensarono che Lou Reed fosse impazzito. Si scrisse che l'operazione era un vilipendio all'industria discografica (RCA nello specifico) e a quello che c'era dietro. Se io nell'ambito dell'ascoltabile produco e pubblico un disco inascoltabile creo un punto di non ritorno, e questo è un autentico suicidio commerciale per l'autore.

Lou Reed voleva questo?

Secondo me no!...

Se tiro fuori un vecchio Creem del 75 leggo che Lester Bangs scrisse che Lou Reed voleva così dimostrare di saper suonare bene il feedback dell'amplificatore come la chitarra... e che a lui piaceva questo disco perchè in fondo era un fanatico dell'insetticidio! Monolite o monotono questo Lou Reed?

Io trovo qui una stupefacente in/ideale prosecuzione con i Velvet più avanzati: del resto ho proprio citato come riferimento Sister Ray.

Chi dice che la musica in quanto tale vada solo ascoltata? Certo, come ideale destinazione d'uso il ragionamento è ineccepibile...

Iggy Pop una volta ha detto di avere metabolizzato fisicamente le vibrazioni degli altoparlanti così tanto da scriverne traccia nel proprio DNA...

Ma, tanto per restare nell'abito delle citazioni, mi viene da dire: Metal Machine Music è un simulacro che non nasconde alcuna verità? Oppure: è la verità che nasconde che non esiste? Certo è che il simulacro è vero!

Il buon William Burroughs avrebbe invece detto: niente è vero, tutto è permesso!

Sicuramente nella No Wave da lì venire questo disco ha influenzato molto e profondamente: penso al noise dei Mars per esempio... sono convinto che Sumner Crane aveva la sua copia in bella vista nello scaffale.

Mi passa via il ricordo di un vecchio amico che diceva che l'apocalisse è già passata ma pochi se ne sono accorti. Musicalmente parlando forse aveva ragione lui.

Truffautwins alle 18:36 del 26 dicembre 2008 ha scritto:

preferisco la masturbazione fisica a quella mentale. Grazie

ThirdEye alle 20:11 del 30 luglio 2009 ha scritto:

JHG

Mai ascoltato Earth 2 degli Earth?

fausap alle 23:12 del 18 agosto 2010 ha scritto:

beh anche Zero Tolerance for Silence (Pat Metheny) , è una bella impresa da digerire