A Speciale - Storia del metal degli anni 2000

Speciale - Storia del metal degli anni 2000

Centro di gravità terremotante - Il metal degli anni 2000

I – Le premesse

L’occasione di scrivere uno speciale di questo genere ce la offre Dave Condon, basso e voce del progetto black metal Altar Of Plagues. In un’intervista rilasciata a Rumore, parla in questi termini delle evoluzioni e dei cambiamenti subiti dalla sua etichetta negli ultimi tempi: “Sono un po’ stanco di come la ricerca della «pesantezza» sia a livelli stagnanti nella scena metal. Da anni la ricerca si svolge in una sola direzione: abbassare l’accordatura e utilizzare amplificatori più potenti. La vera sfida ora è risultare «pesanti» e aggressivi riuscendo a circostanziare il suono con un contesto che sia davvero meritevole dell’aggettivo, affascinante e misterioso”. Con poche parole, il bersaglio è stato centrato. Cosa di meglio dell’identificazione totale di un pensiero specifico ed interessato direttamente dalla questione, come quello di un musicista metal, con il sentire comune del grande pubblico? È questa, sostanzialmente, la percezione del metal oggi: la stessa che, trent’anni orsono, all’epoca della composizione di “British Steel” e “Killers”, portava a ritenerlo uno stile chiuso in sé stesso, liricamente e musicalmente, con la ciclica riproposizione di temi ed atmosfere di volta in volta coordinati su un asse sempre più possente, veloce e cupo. Il che, se si pensa al grado di pionierismo di quei dischi, poteva certamente assomigliare alla frontiera di turno, da imbrigliare e spostare all’estremo ovest per permettere l’esplorazione di nuovi spazi, magari non innovativi sotto una luce d’approccio e metodo, ma con il retrogusto della vittoria sul quesito impossibile, sulla richiesta titanica. Nel 2010, tuttavia, ogni strada di questo versante è stata ampiamente colonizzata e provare a ghettizzare l’attitudine in microsezioni entro i territori più eccessivi e truculenti del cosmo metallico suona come iniziativa ridicola: chi potrebbe prendere sul serio, ad esempio, gli ultra brutal death metaller Brodequin, versione compressa ed inintellegibile dei più conosciuti Cannibal Corpse, o le centinaia di band goregrind il cui unico scopo sembra trovare il doppio senso più sconcio, molteplice e blasfemo? Il parametro di “estremo”, oggi, è ben altro. Ma l’utente medio tende a non saperlo o ad ignorarlo, volutamente, forte di anni di preconcetti che hanno svalutato e ridicolizzato, agli occhi di tutti, prima il metal e poi il suo fruitore modello. Il lazo annodato da Condon, come quello di moltissimi altri, sarebbe dunque destinato a viaggiare per sempre, senza che nessuno lo decodifichi e lo sbrogli a dovere. Qualcosa, però, si sta muovendo in maniera decisa ed uniforme: iniziative, progetti ed aspirazioni dal respiro intenso e dalla validità indiscussa, che meritano un’analisi approfondita ed inserita in un insieme più generico. Dunque, riassumendo, la domanda ambiziosa per la quale ci muoveremo come piccoli Diogene informatici è: sotto che forme esiste il metal del Nuovo Millennio? O, meglio: quali suoi tratti distintivi hanno permesso di smarcarlo dagli storici stereotipi, riconsegnandone splendore ed unicità in autonomia?

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II – Le derivazioni

Sembra impossibile, dopo tutto quello che abbiamo detto, ma il primo risultato di quest’inchiesta o, perlomeno, il più evidente, è che la creatio ex nihilo, ovvero il fare genere a sé, è tanto più rara quanto si sposta in avanti la lancetta del tempo. Certo, di eccezioni ve ne sono, eppure la sensazione che prevale è quella di trovarsi di fronte ai “figli di”, piuttosto che a piccole scene ingozzate di artisti e fieramente indipendenti le une delle altre. Scarse sono le iniziative personali degne di tal nome: il tessuto connettivo da cui si parte, per giungere a risultati nuovi e stimolanti, è quello d’avanguardia e di estrema rottura intergenere che ha caratterizzato gli anni ’90, in particolar modo la loro seconda metà. Sarà utile una panoramica generale per riuscire, poi, ad entrare meglio nel discorso specifico.

Se volessimo indicare l’anno che ha aperto, con ogni probabilità, la diga della contaminazione e dell’esperimento all’interno del metal dovremmo preferire agli altri, forse, il 1993. Esordisce un quartetto americano con un proprio, inconfondibile stile, a metà tra i tecnicismi prog dei Dream Theater svuotati di ogni spettacolarità, le zampate death sviluppatesi con impeto nella loro Florida e la fusion anni ’70 dei Weather Report: loro si chiamano Cynic e “Focus”, oltre ad essere per sedici anni il loro unico lavoro in studio (bissato nel 2009 dal pessimo “Traced In Air”), sarà il faro che squarcerà le tenebre dell’ispirazione post-grunge per centinaia di gruppi simili, accomunati nel contenitore posticcio del fusion metal, come Atheist e Pestilence. Qui il metal cessa di essere pantomima di sé stesso, cantando di sogni proibiti, mostri, epiche leggende o amori smielati: su di una base gelida e mobile, in continuo ribollire, si intrecciano riflessioni filosofiche e metafisiche, l’edonismo e l’idolatria, estremizzando la già pregevole innovazione apportata dai Death di Chuck Schuldiner sul finire degli anni ’80. Cambiano anche i riferimenti musicali. L’estraniazione, in “Demanufacture” dei Fear Factory, è data non più solo dall’impatto, dall’assalto, dal machismo o dalla valenza fisica, ma anche e soprattutto da un’inclinazione psicologica che fa specchiare i riff, gli stacchi e le ritmiche nell’angosciosa spersonalizzazione dell’individuo, che avverte la sua omologazione ed è costretto a comportamenti al limite, fuori controllo per emergere dal mucchio. Grande peso lo ha l’uso isolazionista dell’elettronica industriale, rigirata come una trottola su sé stessa a sputare veleno sulle organizzazioni politiche e religiose, sul controllo mentale, sulle fallacie della società. Un esplicito sollevamento, che rende tetre le sfumature guerrigliere, sloganistiche e rivoluzionarie del crossover militante dei Rage Against The Machine e degli stridori della sei corde di Tom Morello.

È in questo contesto che si sviluppa il morbo degli svedesi Meshuggah, dove un’assoluta perizia strumentale viene messa al servizio di un nichilismo sonoro di rara efficacia, il solvente perfetto di tutte le convenzioni della forma canzone. Non hanno più senso le strofe, i ritornelli, gli assoli, gli stop&go, i bridge, i ricami strumentali: dalle chitarre esce filo di ferro contorto, futurista, investito di colpi da sezioni ritmiche che viaggiano su tempi dispari con il senso dell’inevitabile, dell’apocalittico. Cyber metal, come qualcuno ha provato a definirlo, alieno ed asettico, lacerante, a tratti inascoltabile. La colonna sonora ideale per una vana ricerca della propria identità, tra disperazione e vuoto interiore. Che, con esiti nettamente differenti, saranno un po’ i fili conduttori di due gruppi tanto eclettici, come Today Is The Day e Neurosis. La band di Steve Austin è davvero estrema, in tutto: nelle pose, nelle dichiarazioni, nelle liriche. E nei dischi, ça va sans dire. Metal solo lateralmente, vista la loro capacità di dar voce al grind più acuto, perforante e contaminato. Sciamani, disadattati, delusi dal loro tempo, sperimentatori, folli, satanisti, uomini: i Today Is The Day, così inafferrabili e lontani da uno stile univoco, non si ripetono mai e sviscerano una categoria di orrori quotidiani affilati su paesaggi di volta in volta acidi, tribali, selvaggi, cacofonici. L’avant al potere e la difficoltà intrinseca nel tentare un approccio semplificatore rendono vere e proprie esperienze opere complesse come “Temple Of The Morning Star” o il doppio “Sadness Will Prevail”. Se esiste il post metal, con tutti i suoi annessi e connessi, lo dobbiamo invece alla creatura di Scott Kelly e al suo insuperabile, immaginifico “Through Silver In Blood” del 1996, capostipite di una delle sottocategorie più prolifiche e sfruttate di sempre: nei tuffi introspettivi, nel grigiore plumbeo delle chitarre e nelle strazianti textures strumentali che, da qui in avanti, saranno ostinatamente flesse in crescendo esplosivi, caratterizzati dalla chiaroscurale alternanza di pieni e vuoti, i Neurosis hanno fondato una scuola di musica e pensiero raramente riscontrata altrove, senza il bisogno – sino ad allora primario – di esprimersi con fluidità mediante l’uso della parola.

I Faith No More, prima, importante occupazione del geniale e poliedrico Mike Patton, svelano al mondo le infinite possibilità di combinazione ed ibridazione del metal, nonché il suo lato più divertente e sardonico. Perché incasellarli in un solo genere, quando ne possono interpretare centinaia di diversi? Per le loro mani esperte passa di tutto: il funk meticcio, l’hip hop, il rock melodico, il folk, l’hardcore, uniti in un tonitruante e spettacolare impasto sul quale Patton si inerpica, vittorioso, con lo slancio premonitore di quella che sarà una carriera vastissima ed onnivora, tempestata di interessi ed esperimenti al limite del dada (Mr. Bungle, Fantômas, Hemophiliac, Moonchild, Mondo Cane). Una formula che legittima, peraltro, senza nemmeno il classico stacco temporale di metabolismo, lo strepitoso e meritato successo dei System Of A Down, capaci di rifondare da capo il nu metal per poi staccarsene all’istante, anche solo facendo valere il proprio contesto socio politico armeno. In un palcoscenico da cabaret marxiano, i quattro giocano con le rasoiate thrash, il folk della loro terra ed una schizofrenia mutante che parla il linguaggio caricaturale e beffardo dei Dead Kennedys: nascono così perle come l’omonimo esordio (1998) e ancor più il successivo, seminale “Toxicity” (2001), prima di un calo qualitativo e tensivo coinciso con il boom commerciale.

Dulcis in fundo, il quartetto metal, se vogliamo allargarci, più criptico ed innovativo di sempre. Così influenti e preziosi da riuscire, a dispetto di appena quattro dischi in 17 anni, a creare una spaccatura all’interno dell’allora rigido contenitore prog e a farne fuoriuscire il lato più malsano, cupo, autentico e devastante. La musica diviene una matassa nera ed aggrovigliata, priva di particolari virtuosismi, ma abilissima a farsi strada con eleganza ipnotica e cinismo alieno. Coagulata in frammenti di elevata abilità tecnica, la psichedelia si ispessisce, assume il colore della dark wave ed il rumore dell’industrial, allorquando non diviene solida ed impenetrabile nei continui cambiamenti di fronte, squassata da raffiche percussionistiche di potenza, maestria e concretezza fino ad allora mai sentite. Canzoni che sfumano sempre di più i loro contorni, evolvendosi in un unicum dove voce, chitarra, basso, batteria ed effettistica fissano, con determinazione, punti di non ritorno. I loro capisaldi rimangono “Ænima”, del 1996, inaccessibile e fosco sfiatatoio delle paure generazionali di un intero decennio, ma soprattutto “Lateralus”, di cinque anni successivo: il metal che si deumanizza e rifulge, come blob extragalattico, di una perfetta, esacerbata, tenebrosa geometria razionale, riflesso di una divinizzazione del terreno. Superfluo specificare, a questo punto, che stiamo parlando dei Tool.

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III – Fra tradizione ed innovazione

In molti storceranno il naso a vederli comparire qui, invece che nello spazio, più appropriato, delle “derivazioni”. Per certi versi a ragione, in quanto la loro fervida attività è perlopiù concentrata nella seconda metà degli anni ’90 e considerata, per qualità ed originalità, tra le migliori di ogni tempo. Eppure, inserire gli Opeth tra i gruppi che fanno attualmente la storia del nuovo metal è il tributo migliore ad una carriera ricchissima di passioni e soddisfazioni, trasversale anche nel livello compositivo, mantenutosi elevato attraverso gli anni a scanso di appagamento e stasi creativa. Domandate ad un loro distaccato ammiratore da che disco si dovrebbe partire. Meglio “Orchid” (1995) o “Blackwater Park” (2001)? Conviene puntare su “Still Life” (1999) o “Ghost Reveries” (2005)? Difficilmente la risposta sarà decisa e direzionata. Che la personalità del quintetto svedese capitanato da Mikael Åkerfeldt aleggi, con il suo spettro, sulle gelide frequenze della penisola scandinava (e, con il passaggio su Roadrunner, sul Nuovo Continente), è fuor di ogni discussione. Dimenticate improbabili aggettivi qualificativi da appiccicare all’effimero fenomeno di turno: la musica degli Opeth è, prima di tutto, elegante. Dacché citazionista: perché no? Figli della branca death scandinava più estrema, si caratterizzano per un tocco stilistico marcatamente prog nella costruzione dei lunghi pezzi, nell’elaborazione di sofisticati concept album, nell’amore per mellotron e Hammond. Ma sarebbe impossibile fermarsi qui. Nati da un contrasto apparente, tra le loro radici d’origine ed il background sviluppato negli anni della crescita musicale, si alimentano di esso, come in una spirale continua. Le sfuriate più violente, che vivono di forza tangibile e non pirotecnica, sono mitigate da interstizi acustici di stupefacente incisività, fraseggi jazzati, cascate blues e, specialmente negli ultimi lavori, incluso il deludente “Watershed” (2008), una passione insospettata per la fusion. A tutto questo è stato dato persino un nome, che può variare, di volta in volta, da melodic death metal a Scandinavian metal. Le etichette, però, non ci interessano. Ciò che conta è che la dicotomia sia sempre vincente, aldilà del muro di suono, profonda grazie alla superba conoscenza strumentale del gruppo e, in particolar modo, alla stupenda voce di Åkerfeldt, capace di passare senza sforzo da soffici ninne nanne a growl laceranti in pochi istanti. Il conflitto tra passato e modernità, tra anni ’70 e ’90, vertice dello sviluppo impetuoso del decennio precedente (si pensi al grunge) regala, in questo caso, ombreggiature decise alla compostezza accademica. Paint it black: il lato oscuro del prog. Una bilateralità così accentuata da costringere prima a separare le due anime del gruppo, melodica e metallica, in due dischi, i gemelli “Damnation” e “Deliverance”: in seguito, forse per causa dei Bloodbath, opinabile progetto parallelo old style del leader – nonché, a vederlo, sua valvola di sfogo adolescenziale fra un tour degli Opeth e l’altro – ad improntare lo stile del gruppo principale su maggiori reminescenze classic rock, inserendo le tastiere in pianta stabile nella formazione ed affrontando, assieme ad un livellamento della proposta, l’abbandono del batterista Martin Lopez e dello storico chitarrista Peter Lindgren.

Death metal come punto di partenza, dunque, per spericolate evoluzioni e nuove vibrazioni di intelligente contaminazione. Talvolta, addirittura, la sua adozione sistematica come identità folkloristica del Terzo Millennio. Coraggioso, sotto ogni punto di vista, l’esperimento degli Orphaned Land. Nomen omen scolpito nella pietra: nazionalità israeliana, intensi concept album incentrati su tematiche religiose – in “Mabool” la lotta metaforica fra i tre principali credi monoteistici –, sospensioni dell’attività dovute alla guerra. Ed i messaggi lanciati nei loro brani, senza aver nulla di retorico, portano sottesa l’arma della riconciliazione. Da perseguire con tamburi, flauti di Pan, bouzouki, sitar, banjo. Affiancati, naturalmente, a poderose distorsioni che passano attraverso trent’anni di metal: prog, death, doom, persino tracce di gothic, con archi sul fondo. Una sensibilità innata è il valore aggiunto che sgrossa la prolissità dal risultato finale e consegna lavori curatissimi e sfaccettati, tra cui il già citato “Mabool (The Story Of Three Sons Of Seven)” e il recente “The Never Ending Story Of ORwarriOR”. Servono tempo e concentrazione per affrontarne i lasciti, ma il fascino mediorientale che trasuda da tutti i pori è irresistibile ambrosia.

L’insostenibile leggerezza dell’essere. Karl Sanders non ha certo i tratti somatici tipici degli egiziani. Tuttavia, è con le armonie di quei fertili bacini che ha deciso di sposare l’istintivo e belluino brutal death metal dei suoi Nile. Complesso strano, atipico, abile a rimanere saldamente legato alle tumultuose sozzure dell’underground americano dei Nineties, pur cercando siti d’attacco e d’incontro con le zaffate etniche dell’Alto Delta. La strumentazione esotica è travolta da riff fittissimi, baratri orrorifici dal taglio teatrale e sventagliate di blast beat a velocità supersonica: riquadri d’ambientazione malsana s’incastrano uno nell’altro. La formula, nel tempo, rimanendo sempre e comunque invariata, ha finito per perdere interesse. Consigliamo, ciò nonostante, a chi fosse dotato di una buona resistenza sulla lunga distanza, l’ascolto di “In Their Darkened Shrines” (2002), riuscito e variegato anche nei frangenti di pressante cacofonia metallica. Ma il brutal non è certo riserva esclusiva di degenerati perditempo o appassionati viscerali di storia antica. C’è chi, invece della pura sovrapposizione di stili, preferisce intervenire direttamente sulla forma, una delle meno plasmabili e portabandiera di ogni ridicola bruttura si possa dire sul più ampio contenitore metal. Rimaniamo in America, dove i Gigan di “The Order Of The False Eye” (2008) si proiettano in avanti attraverso sghembe traiettorie chitarristiche, laceranti fendenti di basso, la consueta gragnola di colpi dietro le pelli. Cosa di nuovo, ci si chiede? È la lezione dei Cephalic Carnage e del math-core che entra, a gamba tesa, sul risultato finale. I Gigan risultano mostruosi e talentuosi, cattivi e psichedelici nella compressione di tre minuti come nella strumentale di ventuno: appesantiti dai cannabinoidi, ma letali e silenziosi, ninja visionari che rimestano nel buio e saturano l’ossigeno di scorie anfetaminiche.

Sino al 2004, gli Isis erano la “solita” next big thing dell’oceano post-core. Fra i primi ad intercettare le scoliotiche ruvidità dei precettori Neurosis, unendole però agli strappi formali dei Melvins ed allo sludge politicizzato degli EyeHateGod, si erano segnalati per un esordio financo apprezzabile, nella sfacciata contemplazione altrui (“Celestial”, 2000) ed un seguito che rompeva già il cemento armato dei robusti distorsori, cercando di mettere a fuoco una propria idea di psichedelia (“Oceanic”, 2002). “Panopticon” è un fulmine a ciel sereno, un devastante sisma che sovverte le gerarchie e permette al gruppo del Massachusetts di guardare le file dei loro cloni (Cult Of Luna, Callisto, primi Minsk, Mare) dall’alto in basso. Le chitarre sono arrotanti più che mai, vere e proprie barriere d’acciaio che ronzano all’unisono con i gemiti rabbiosi del cantante Aaron Turner. Eppure, come accade nello shoegaze, basta un accenno, una pista melodica e la canzone si apre in due, schiudendosi in tornate di arpeggi che, minuto per minuto, si elevano torreggianti a ricostituire l’unità dissolta. D’altra parte, sul finire del Settecento, era chiamato Panopticon il modello ideale di istituto detentivo, dove tutti i carcerati erano sorvegliati contemporaneamente da un unico custode, grazie alla disposizione semicircolare dell’edificio. Qui l’ascoltatore ha motivo di seguire ogni movimento del brano e notare la perfetta armonia fra gli opposti, che si avvinghiano progressivamente ed esplodono in una zanzariera di feedback. Un capolavoro che fungerà da passepartout per gli Isis: nascerà l’etichetta personale, Hydrahead, cominceranno a stringersi collaborazioni importanti con Tool ed Aereogramme, fioccheranno progetti paralleli di qualità eccelsa come i plumbei Battle Of Mice, i folli cybergrinder Agoraphobic Nosebleed e gli altrettanto indispensabili Red Sparowes, responsabili di un post metal strumentale dalle tinte cosmiche. Il tempo, però, è tiranno, ed esige sempre il suo tributo. Così, dopo due dischi minori ed il prepotente ritorno dei Neurosis, il gruppo si scioglie nella prima metà del 2010.

La psichedelia attraversa tutto il globo terrestre e plana in Australia, dove viene affrontata a muso duro e chitarre liquide. Balzellano tra i generi, gli Alchemist, come i canguri sotto Ayers Rock. Il riferimento principale è, invece, nella Canterbury degli anni ’70 e nello space rock hawkwindiano. Complessi, stratificati, non sempre semplici da approcciare per la molteplicità di temi, sfumature ed argomenti testuali, spesso spiazzano con l’accostamento inusuale di strumenti e generi su una compatta base heavy. Attivi da quasi vent’anni, meriterebbero di venire riscoperti per il solo “Spiritech” del 1996 – composto niente male, vero? –, un gioiello di trascendenza buddista, levitanti cedimenti metallici, sospensione spazio/temporale e precisione balistica.

Un nome, mille speranze. Certificate, progressivamente, con una serie strepitosa di risultati sul campo. Chiudere questa sezione parlando dei Mastodon significa gettare un ponte tra presente e passato (con una buona ipoteca sul futuro, ci piace aggiungere). Ci avreste mai scommesso un cent? Meno di dieci anni fa, pareva non essere sufficiente l’aver incorporato, nelle proprie file, il tentacolare Brann Dailor, ex batterista dei Today Is The Day. Perché questi quattro ragazzotti suonavano senza sfumature, prestando attenzione solo ad aderire pedissequamente alle mode metalcore del momento e a confrontarsi, nel miglior modo possibile, con un nome così massiccio. “Leviathan”, nel 2004, si torceva spasmodico attorno al concept melvilliano di Moby Dick, picchiando durissimo nei tempi opportuni e dimostrando, in sequenze impossibili da prevedere, innalzamenti qualitativi e scelte di timbrica ed impostazione strabilianti per la stessa band del precedente “Remission”. Convincente a tal punto da finire sotto contratto con la Warner, il gruppo firmava nel 2006 “Blood Mountain”, aka il blocco eburneo e granitico del metal come forma a priori esposto al sole cocente dello strapotere creativo ed attraversato da centinaia di venature differenti. Tutti gli stili possibili ed immaginabili, nuvole settantine, Voïvod, accenni jazz, torrenziali spaccate blues, rimescolati in un modello metallico devastante e futurista. Lo stesso che viene meno, tre anni più tardi, in “Crack The Skye”, aumentando tuttavia il coefficiente psichedelico e dilatando i brani ben oltre i dieci minuti, come funambolici affreschi di incantevole bellezza. Giovani, eppure imitatissimi. Non faremo nessuna lista della spesa per dare un frammento di visibilità ad ogni band loro simile, ma è doverosa una citazione per i discreti Baroness, a tratti davvero sovrapponibili al quartetto di Atlanta sebbene, ad onor del vero, coltivino una maggiore attenzione alla musica del Delta ed all’unione teatrale dei componenti.

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IV – Ed il Verbo si fece carne

Per chi è appassionato di metal ibrido e meticcio come il sottoscritto, una continua ricerca delle fonti è carattere indispensabile nella formazione e nella redazione di speciali come questo. Ciò obbliga a raccogliere segnalazioni altrui, viaggiare sui MySpace più promettenti, osservare le pagine ad essi collegate e saltare di qua e di là, magari approfittando di YouTube o di qualche brano gratuito, lasciato inerme in mezzo alla rete. L’idea complessiva è orientata, certamente, a legare affinità e divergenze tra i vari complessi, in modo da compilare una mappa delle influenze quanto più fedele possibile.

Un discorso di questo genere cade completamente, laddove ci si imbatte – spesso per puro caso! – in formazioni come i maudlin of the Well (nessun errore, si scrive così). Il metro di giudizio utilizzato fino a quel momento perde, in assoluto, valore. Che cos’è questa roba? A tratti mancano quasi le parole per darne una descrizione che non scada, in assoluto, nella didascalia. La band, in prima persona, ha cercato di etichettare il proprio lavoro, per mezzo del geniale cantante e chitarrista Toby Driver. Lo definiscono astral metal, perché composto durante interminabili sedute di proiezione astrale, uno stato particolare dell’inconscio umano assimilabile alle fantomatiche esperienze extracorporee, da ottenere sotto uso di stupefacenti. La musica, dunque, non viene tanto composta, quanto “trovata” in una dimensione parallela. La sparata funziona, perché ben più che verosimile. Anzi, ad essere onesti, viene lecito il dubbio se, in condizioni normali, un essere umano abbia le facoltà di sfruttare appieno idee del genere. È destinato a fallire ogni possibile accostamento, ogni termine di paragone. Qualsiasi altro gruppo, sotto l’egida di dischi come “Bath” (2001), si eclissa mestamente. Dire che ecletticità sia la parola chiave per entrare dentro le loro opere ha lo stesso effetto placebo di riporli in un cassetto, ben chiuso a chiave, adducendo improbabili scuse di inascoltabilità. Pacifica lo spirito, ma non rende soddisfatti. I maudlin of the Well rinnegano a più riprese lo stesso concetto di metal, imbevuto com’è nelle atmosfere classiche (ma niente esibizionismo alla Malmsteen), nelle strutture jazz, nei giri acustici, negli squilibri ambient, nei deliqui death-core che spazzano via tutta la delicatezza così armoniosamente costruita. Manca completamente l’angoscia di affastellare genere su genere e di mostrare al mondo quanto si sa: è un unico flusso visto da diverse angolazioni, musica presa nella sua totalità e non scelta arbitrariamente secondo mode o gusti personali. Un amalgama indissolubile, così scorrevole e conseguente da parere, davvero, mano di una mente superiore. Manipolazione sonora continua al servizio di un immaginario onirico e fuori da ogni convenzione spazio/temporale. Gelidi e spietati nelle accelerazioni metalliche, fra le più trivellanti possiate sentire nel genere, morbidi e romantici sino alle lacrime nei frangenti di calma cosmica: ancora oggi nessuno è meglio di loro. Scioltisi nel 2003, per dare vita ai Kayo Dot, sono ritornati assieme l’anno scorso per un disco di mash-up e reinterpretazioni, “Part The Second”. Di loro, la cantante Maria Stella Fountoulakis disse: “I want to thank maudlin of the Well for its innovation and for making Metal a form of music worth listening to”. Non credo vi sia bisogno di traduzione.

Trovare costrutti innovativi e soluzioni di grande efficacia nel metal non comporta sempre, tuttavia, una ricerca così minuziosa del genio impossibile da incasellare. Si ha di che parlare, in questi mesi, di un inarrestabile riflusso d’interesse per il sax ed il free jazz sui generis, dentro vocabolari comunque autoctoni. Bene sarebbe capire donde sorge un imbastardimento di questo genere, di per sé già segnale della progressiva malleabilità acquistata dalla ferraglia così denigrata dal grande pubblico. Volendo (e volando), a Chicago troveremmo la risposta, senza dover racimolare improbabili pit stop verso la Grande Mela in direzione di casa Zorn, sottotitolo città nuda. Bensì, la potremmo leggere nella voce, nei tatuaggi, nei lunghi capelli sciolti di Bruce Lamont, frontman degli Yakuza. Tutto sembra incarnare, nuovamente, quello stereotipo di cui andavamo cianciando in apertura, sufficientemente rispettato nel loro esordio “Amount To Nothing”, trascurabile full-length datato 2001. Difettano ancora originalità ed ispirazione nel metalcore proposto, appena speziato da influenze orientali, eppure il successo arriva e, con esso, un contratto nuovo di zecca con la Century Media. Sottesa, una grande disponibilità monetaria, un lavoro minuzioso negli studi, la possibilità di utilizzare una più ampia strumentazione. Qui sta il busillis. Salta fuori che Lamont, oltre ad urlare sgangheratamente, è un sassofonista con base da Conservatorio (!). Indovinate un po’ cosa compare in “Way Of The Dead”, l’anno successivo? Esatto, avete risposto bene. Contorto in canzoni di potenza inafferrabile, tra grattugie a sei corde, tribalismi insistiti, atmosfere meditative, testi ispirati al buddismo, suite di 45 minuti, il sax fa capolino ovunque, donando un tocco mistico ai suoni e confezionando un capolavoro con tutti i crismi. Nasce il jazz metal: un fiasco commerciale (d’ora in avanti gli Yakuza incideranno per Prosthetic-Red) che consente al quartetto, ciò nonostante, di proseguire un elaborato percorso evolutivo verso l’aggressività nirvanica di “Samsara” (2006), le striature world del prog-death oriented “Transmutations” (2007), portando infine al recentissimo, e maggiormente complesso, “Of Seismic Consequence” (2010). Una carriera ormai decennale, che non conosce stop forzati e che alimenta il mistero di uno dei segreti metal migliori e meglio conservati di sempre.

Da qui, il morbo del jazz infetta irrimediabilmente tronconi e tronconi di formazioni incredibilmente innovative sotto un profilo linguistico e fisico, d’approccio alla materia. L’obiettivo dichiarato risulta quello di non perdere in ferocia, acquistando però, nel contempo, in spessore e raffinatezza. Scopo tutt’altro che semplice da raggiungere, viste e considerate le limitate prospettive in cui ancora ci si dibatte. Tendenzialmente, con il supporto della statistica, si nota nell’immediato come uno dei settori più reattivi alla nobile influenza esterna sia il black metal stricto sensu: forma d’arte nata, in origine, proprio come movimento ultraconservatore, ora sottoposta invece alle mutazioni più interessanti ed eterogenee. Il rischio di risultare ordinari è dietro l’angolo, perciò limitiamoci ai progetti più importanti, trascurando quindi quelli di secondo piano, non tanto per la qualità, quanto per il rilievo.

I Nachtmystium vedono il black primigenio come deposito d’armi. In quanto tale, è solamente un belligerante punto di partenza per conquistare altri approdi, la psichedelia prima di tutto. Gli scream, la doppia cassa, le atmosfere lugubri sono infatti polarizzate da glaciali striature floydiane, che aumentano il senso di estraniazione ma, come gradito effetto collaterale, donano un fascino lugubre ad una tecnica compositiva senza paragoni nell’attuale scena. Assente qualsiasi fiato, le strutture dei brani talvolta si avvicinano a soluzioni melodiche, sulla stregua dei Catamenia o degli Arcturus: altrove, invece, si creano tappeti jazzati, preda di muri di suono quasi shoegaze. Un ascolto distinto, ma non particolarmente ostico, specie nelle sensibilità dell’ultimo “Addicts: Black Meddle II”. È richiesto un coefficiente maggiore di resistenza, al contrario, per i maestri di sciabola del Sol Levante, i Sigh, ideali stendardi dell’evoluzione complessiva del loro tempo. Negli anni d’oro dell’esplosione black venivano contrapposti ai Mayhem, in una guerra di continenti, come loro replica nipponica. Ad ascoltare le loro recenti movenze – accompagnate da una conturbante fanciulla al canto e al sax, Dr. Mikannibal – sembrerebbe, invece, di aver di fronte una versione zingaresca e mefistofelica dei System Of A Down: fra le impenetrabili barriere chitarristiche e le coltri di ringhi, invero fermi (o quasi) ad uno stadio embrionale, si inseriscono stilettate di musica etnica, brandelli di estrosità gitana da banda di paese, giocosità ska, addirittura passi di flamenco. Divertenti, ma sospesi nel limbo fra l’ottimo risultato e la pessima intenzione. Indecisioni bandite dal tonitruante assetto degli Shining, combo norvegese nato da un’idea di Jørgen Munkeby, un tempo sassofono alto dei Jaga Jazzist. Nessuna possibilità di sbagliare, all’inizio come ora. Quale la differenza? Il salto, repentino quanto instabile, dalle atmosfere acustiche di inizio millennio ad un mostruoso ctonio ribassato industrialmente e centrifugato in un prog metal ruvidissimo dalla scorza inevitabilmente, invariabilmente -core. Sbalordisce uno scarto così netto, ma non deve trarre in inganno nemmeno il titolo dell’ultimo “Blackjazz” che, a dispetto dello strano accostamento, vive soprattutto di acide scartavetrate fatte rifugiare in una fusion aguzza e spietata. Minacciosi e solidi, sino alla fine. Rabbia e sarcasmo, l’urlo ed il ghigno. A ben vedere, si intenderebbero a meraviglia coi Negură Bunget, alfieri rumeni di un’inossidabile fisionomia incrociata con i modelli del folk transilvanico, i sincopatissimi Behold… The Arctopus (fusion-core with Warr guitar, possibile?) e gli abissali Portal, fautori di un’allucinante idra death/black che raggiunge livelli di nullismo e agghiacciante brutalità senza doversi muovere più di tanto. “Swarth” (2009) è uno dei dischi metal, in questo senso, terminali degli ultimi anni, dove la muscolatura si contrae allo spasmo, evitando di oltrepassare il confine dell’esibizione fine a sé stessa, con la concessione (infernale?) di una tecnica spinta sugli incastri insistiti del math-core di Converge e Dillinger Escape Plan.

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V – Quando il troppo stroppia

Il precetto che impone la misura del buonsenso, all’interno della galassia metallica, non nasce da pastoni salmodianti o crociate personali, bensì da una legge non scritta, da un imperativo morale che dovrebbe essere scolpito, con forza, nell’animo di ogni musicista. Individuarne ed esaltarne le diramazioni non può e non deve essere un pretesto per nascondere eventuali tumefazioni, imperfezioni, farseschi tentativi di spingerne più in là i confini, travalicando invece solo la sopportazione dell’ascoltatore. Si acquisisce la dimensione del metal targato Nuovo Millennio anche attraverso le iperboli, le esagerazioni gratuite, gli esperimenti andati a male, le tensioni estreme.

Punto numero 1, o dell’ampolloso esibizionismo. Né più mai vedremo le sacre sponde della virtuosistica sei corde di John Petrucci, deus ex machina dei Dream Theater. Lasciate perdere, per esclusione, anche il triste giullare di corte, Yngwie Malmsteen, ed il deprimente freddurista dell’ultim’ora, dottor Michael Angelo Batio, piano sesto, sezione inutilità. Appurato che una risata al giorno toglie il medico di torno, ci occuperemo, se non altro, di caratteri maggiormente… musicali. I più temerari ricorderanno, ad inizio panegirico, l’ampia digressione sul fusion metal, un movimento di massima rottura che, salvo influenze ed incroci vari, potevamo già dirsi estinto appena oltre la prima metà degli anni ’90. Oltre ad apparire, sui generis, fuori tempo massimo, gli Spiral Architect, con il loro primo (e unico!) “A Sceptic’s Universe” (2000), paiono solo una versione slavata ed ultratecnica dei maestri precursori. Già a rischio protagonismo nei suoi albori, qui la musica perde consistenza fisica e legami con il presente. Ogni strumento è a sé e costruisce un suo proprio disco: chitarra dissonante e gorgogliante, basso altissimo, indipendente e folleggiante, vocalizzi in falsetto, batteria scaraventata su ritmiche che fratturano la complessità dello stesso jazz. Sebbene possa essere considerato un ascolto stimolante e creativo, non incide in profondità per un’innata staticità di fondo, un terribile gelo compositivo ed una lontananza illimitata dal fruitore: l’impressione di assistere ad una tenzone di bravura tra i vari membri del gruppo rimane fortissima aldilà del tempo, delle idee, delle intenzioni e degli ascolti. Preso per quello che è, ovvero lo sforzo di ritagliarsi uno spazio non indifferente in una scena inalterata, può essere giustificato: in altri contesti richiede, se non altro, un minimo di adattamento.

Punto numero 2, o del minimalismo come undicesimo comandamento. Pare impossibile fare così tanto casino in due, chitarra e batteria. Pare impossibile, anche, annoiare in questa maniera e così a lungo in due, chitarra e batteria. Mike Patton avrà l’occhio lungo su tutto, siamo i primi a confermarlo, sed errare humanum est e, con tutti i beneplaciti del mondo, granchi se ne possono prendere nonostante esperienza ed abitudine. Mick Barr e Joshua Blair formano gli Orthrelm. Non perdete tempo a sillabare il loro nome: è totalmente privo di senso. Analogamente, ma con un pizzico di cattiveria dovuta, si potrebbe estendere il consiglio alla loro musica. Meglio: all’accozzaglia di suoni noise-metal che hanno fatto andare in un brodo di giuggiole il patron della Ipecac. Che si vada da “Asristir Vieldriox”, 99 segmenti di pochi secondi l’uno per un totale di 12 minuti, oppure la sociopatica compiutezza di “Iorxhscimtor”, non si hanno difficoltà a capire come le mezze misure siano abolite da principio. Addirittura, per descrivere “OV”, unica macro-traccia di 45 minuti che dà il nome all’album del 2005, sono stati scomodati Steve Reich e Terry Riley, il jazz elettrico, i pattern elettronici ed il minimalismo. Tutto ciò che sentirete, nel nome indefesso dell’avant, sarà invece una tornata infinita, ipnotica, circolare di shred martellati di tamburate che variano, sì e no, cinque volte per tutta la durata del pezzo: un paio di contorsioni distorte, delle scale, un accenno di armonia. Il problema non sta certo nel suo essere, volutamente, inaffrontabile. È difficile reggere, però, una compiaciuta lezione di chitarra, registrata in presa diretta, che porta ben presto alla rottura di nervi e all’esaurimento l’ascoltatore. Gli si potrebbe attribuire una qualche funzione catartica, che pure si avverte quando gli strumenti finalmente tacciono: ciò nonostante, è davvero troppo poco, di fronte agli evidenti limiti – uno fra tutti, la sostanziale finalità a sé stessa dell’opera – che un’esplorazione del genere comporta. Potrete goderne, ma il binario su cui i due americani si sono involati è morto sul nascere.

Punto numero 3, o della contaminazione indiscriminata. Non stupitevene. Le note (e quante note!) più dolenti giungono proprio dalla sconsiderata estremizzazione del pregio esaltato a dovere negli spazi debiti: l’ibridazione. Saper suonare, in questi frangenti, si stacca nettamente dal voler far vedere di saper suonare. Ed un onesto impiegato di catering, con a disposizione gli stessi ingredienti d’alta cucina di uno chef affermato, non riuscirebbe a reggere un eventuale paragone: categorie diverse. Similmente, non sempre mischiando un genere con l’altro si ottiene una buona pietanza: si abbisogna di un certo grado di dimestichezza per creare qualcosa di valido. Ora, non vogliamo sminuire le capacità di complessi come UneXpect o Diablo Swing Orchestra, ma ridimensionarne le aspettative a fini più tangibili, meno rivoluzionari. Partiamo dai primi, mini-collettivo di sette elementi con iniziali velleità black orchestrali (le stesse che potreste sentire in un disco dei Solefald, pompate però all’ennesima potenza), metamorfizzatosi in una steroidea e serissima interpretazione avant metal nelle cui canzoni finiscono brandelli di tutto, dal prog al folk, dal doo-wop all’elettronica al death. “In A Flesh Aquarium” del 2006, in particolare, è un famolo strano in piena regola che, nonostante la dedizione e l’evidente ricerca di una stratificazione ad effetto, suona privo di consistenza, artefatto, forzato. Canzoni dentro canzoni e suite interminabili che non vanno da nessuna parte, poiché manca un forte collante in grado di amalgamare le varie influenze disposte, così, solamente a catasto. I DSO, se non altro, sono più simpatici e goliardici. Conoscono i loro limiti e si divertono nel riarrangiare le cacofonie del crossover in chiave jazz e swing. Fin qui tutto bene, ma la giostra comincia a girare con difficoltà quando l’approccio scherzoso viene sostituito da una maggiore serietà di intento e la lunghezza dei brani cresce pian piano. Sebbene non vi sia il pericolo di un esito scadente, monta la noia e la candela brucia in fretta, facendo evaporare il divertimento. Onde evitare importanti ricadute, quindi, meglio limitarsi a qualche episodio singolo: suggeriamo “A Tap Dancer’s Dilemma”, dall’ultimo disco “Sing-Along Songs For The Damned & Delirious”.

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VI – Feeling never dies: i vecchi draghi

E la vecchia guardia, come se la passa? L’aver trattato, per la maggiore, di gruppi recenti o nati da poco, non deve però far dimenticare l’altra parte della barricata, quella altolocata e storica che ha contribuito a costruirla e che tutt’ora è attiva nel Nuovo Millennio. Non parleremo della varie reunion, compiute per dover di portafoglio e non per la passione primigenia che ne animava le gesta. Da tenere in considerazione, quantomeno per dovere di cronaca, che i cammini dei grandi maestri non sono finiti con il loro periodo d’oro. Nella maggioranza dei casi è, però, un male. I Metallica, dopo l’infimo livello toccato dall’arrabattato nu-metal di “St. Anger” (2003), decidono di rispolverare i cimeli del passato ed incidere la bolsa autocelebrazione di “Death Magnetic” (2008), squallido coacervo di riff thrash old style spalmati su brani interminabili, senza capo né coda, che rimarcano con forza, anziché celarla, la senilità avanzata del gruppo. Simile destino aspetta i Megadeth. Gli Slayer, volenti o nolenti, non si sono mai piegati al volere esterno ed hanno perseverato nel suonare, sempre uguali a loro stessi. In questo caso, la mancanza di esiti è dovuta ad una ferrea coerenza e ad una formula ormai usurata, sebbene la tortura psicologica dell’ultimo “World Painted Blood”, nella sua insufficienza globale, abbia comunque fatto dimenticare l’imbarazzante fisicità del precedente “Christ Illusion”. Financo quello degli Iron Maiden è un cadavere da tempo in putrefazione, che chiede solamente degna sepoltura, in onore della memoria storica e dello zoccolo nutrito di fan in giro per il mondo. Larghi pasticci prog come quelli dell’ultimo, indecente, “A Matter Of Life And Death” (2006), ne rinviano invece ogni forma d’esequie. “Vecchietti” appagati, ormai consegnatisi alla leggenda. Che dire, allora, dei nonni Motörhead, ancora in grado di ridicolizzare compagini ben più scattanti e sbarbate con il solo raschiare della voce rauca di Lemmy o, in alternativa, con platter della coesione e del tiro micidiale di “Inferno” (2004)? Si ricade nel solito problema: youth or old age? La risposta è, ieri come oggi, la stessa: remaining young in old age! Ciò detto, ben presto si rivela assai più interessante scoprire quale ascendente abbia lasciato lo stile del passato sulle nuove leve, forgiando un suono che la critica specifica ha già inserito nel calderone del cosiddetto metal neo-con. Il discorso, amplissimo e difficile da seguire in ogni sua strutturazione, verrà qui accennato.

Aspettatevi di tutto, dagli High On Fire, ma non la raffinatezza, tanto meno il tocco delicato. Difficile chiederlo ad un complesso heavy non solamente nel suono, guidato dall’ex Sleep Matt Pike. Sembra, a volte, di risentire in loro un “Ace Of Spades” immerso nella melma doom di metà anni ’90: una bestia ringhiosa ed impantanata, che urla per fuggire. Passi cadenzati, chitarre sporche, slabbrate spaccature marziali e un tocco melodico, quasi da power trio, marcatamente sbocciato nel deludente “Snakes For The Divine” (2010): è la guerra che attira e non fa prigionieri. Non male, nel particolare per chi ama in partenza gli assunti di base: l’originale, tuttavia, ha il fascino primordiale che l’esigenza della pulizia e della tecnologia moderna di queste produzioni non possono falsificare. Assenti ingiustificati, nell’impasto degli Sword, sono il mordente e la convinzione. Da anni conquistano le prime pagine dei giornali settoriali, ed a sentirli ci si chiederebbe il perché: noialtri, onde evitare di riproporre nell’ennesima salsa il problema d’apertura, non ci cureremo di loro, ma guarderemo e passeremo. A nulla servono, se non a divertirsi spassionatamente o a trastullarsi, con minuzia, nel giochino delle analogie indovinate-sovrapposti-a-chi. In più di un frangente il loro suono va così a ritroso nel tempo da ritrovarsi proto-metal: e l’imbarazzo, qui, emerge palese. Provate ad imbarazzarvi, invece, con i piccoli figli degli assassini californiani, i Municipal Waste. In una ventina di minuti, alla velocità della luce, sballottati fra scudisciate thrash e accettate hardcore, vi ritroverete a scuotere la testa senza rendervene conto. Bello ritornare ragazzini: waste ‘em all! Bando alle ciance: vi interessa, a dispetto di tutto, approfondire? Pensate che Priestess, Saviours, Black Tide e compagnia facciano al caso vostro, trent’anni in avanti a parte? Il recente saggio di Ian Christe, “The Sound Of The Beast”, fa al caso vostro.

Chi dice, tuttavia, che il buon vecchio heavy debba essere per forza sinonimo di salvaguardia contra omnes degli antichi stilemi? Si potrebbero citare moltissimi nomi che, radicati con fermezza in un background storicamente e musicalmente saldo nella coda degli anni ’70, riescono a completare un cammino di importante evoluzione senza, per questo, dover smuovere un genere dietro l’altro. Dare rilievo, in ultima, a due formazioni come Nevermore e Volbeat, agli antipodi per attitudine, latitudine ed esperienza, può aiutare a rendere l’idea del fenomeno complessivo. Non c’è più niente da dire sul gruppo di Warrel Dane e Jeff Loomis, nati dalla passione per Edgar Allan Poe (lo pseudonimo è tratto da una sua poesia, “Quoth – The Raven”) e fabbri di un’intercapedine prog estremamente possente e malinconica, che non sia già stato espresso nel corso degli anni. Piace sottolineare come la vena creativa, col passare del tempo, abbia ritrovato nuovo vigore e nuova linfa, anziché disperdersi precocemente: esemplare il vigore di “This Godless Endeavor” (2005), marmorea architettura dal centrato rifferama e dalla particolare varietà conclusiva. Non molti sono, invece, a conoscenza dei colleghi danesi, attualmente in pole per la palma di nordici più r’n’r del pianeta. Tanto semplice, straripante e pugnace la loro maglia metallica, quanto particolare e coinvolgente il fuoco incrociato venutosi a creare con le varie commistioni di blues e rockabilly. Elvis che si lancia in un pogo sotto il palco degli Ac/Dc, i Metallica che duettano con Johnny Cash e un bel paio di pugni di canzoni bellissime, con ritornelli da singalong ed improvvise accelerazioni. Anche qui: il successo della formula ha portato ad una sua iterazione eccessiva – considerata anche una discografia non sterminata –, ma il piacere di ascoltare “Rock The Rebel / Metal The Devil”, da soli o in compagnia, in sottofondo per una festa o in un mangianastri, davvero non ha prezzo.

VII – Conclusioni

Sì, lo so: pochissimi saranno giunti al termine del nostro tortuoso percorso, e la stragrande maggioranza di quelli che l’avranno fatto saranno pronti a recriminare. Già mi immagino ogni singola obiezione… “Dove l’hai lasciato il drone?”. “Ti pare che i Sunn 0)) non valgano niente?”. “Non ho trovato traccia degli Electric Wizard”. “Incompleta, mancano un sacco di gruppi!”. Ma non valgono a molto le recriminazioni. Questo articolo non si propone d’essere tesi, né enciclopedia: non vuole esaurire l’argomento in poche righe, né banalizzarlo con secchi commenti. Abbiamo visto che la forza del metal del Nuovo Millennio sta nella contaminazione, allorquando non venga portata a punti degenerativi di sola andata. “Estremo”, oggi, riesce ad esserlo solo chi sa fare a meno di termini di paragone, sottraendosi dall’occhieggiare il risultato in fieri per plasmarlo nella maniera più bizzarra possibile. Cambiano le forme di comunicazione, si espande l’etere. La musica deve adattarsi ad esigenze e pressioni del mondo esterno. Superfluo inabissarsi nella sociologia, ma valga un discorso per tutti: chi si ostina a parlare in un unico idioma è destinato ad essere prevaricato dal plurilinguismo di molti avversari. Vale, certamente, per il mondo metallico, come per tutti gli altri. Tracker e programmi p2p hanno aperto l’etere alla curiosità di generazioni di fruitori: ciò che serve è alla mercé di tutti. La creatività guadagna più terreno e ribatte, colpo su colpo, allo stereotipo. L’unica differenza tra i due risiede ancora nel diverso grado di visibilità di cui godono, ma i parametri sono ormai decisi dagli utenti: perché non approfittarne?

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VIII – Discografia essenziale

Parte II

Cynic – Focus 8/10

Death – The Sound Of Perseverance 9/10

Fear Factory – Demanufacture 8/10

Rage Against The Machine – Rage Against The Machine 9/10

Meshuggah – Destroy, Erase, Improve 8/10

Today Is The Day – Temple Of The Morning Star 8,5/10

Today Is The Day – Sadness Will Prevail 9/10

Neurosis – Through Silver In Blood 10/10

Faith No More – King For A Day… Fool For A Lifetime 8,5/10

System Of A Down – System Of A Down 9/10

System Of A Down – Toxicity 10/10

Tool – Ænima 10/10

Tool – Lateralus 10/10

Parte III

Opeth – Still Life 9/10

Opeth – Damnation 7,5/10

Orphaned Land - Mabool (The Story Of Three Sons Of Seven) 8/10

Nile – In Their Darkened Shrines 7,5/10

Gigan – The Order Of The False Eye 7,5/10

Cephalic Carnage – Lucid Interval 8/10

Isis – Celestial 7/10

Isis – Panopticon 9/10

Minsk – With Echoes In The Movement Of Stone 7/10

Red Sparowes – At The Soundless Dawn 8/10

Alchemist – Spiritech 8/10

Mastodon – Blood Mountain 9/10

Mastodon – Crack The Skye 8,5/10

Baroness – Blue Record 6,5/10

Parte IV

maudlin of the Well – Bath 10/10

Yakuza – Way Of The Dead 9/10

Yakuza – Transmutations 8,5/10

Nachtmystium – Assassins: Black Meddle, Part I 8/10

Sigh – Scenes From Hell 6/10

Shining – Blackjazz 7/10

Negură Bunget – OM 7/10

Behold… The Arctopus – Skullgrid 8/10

Portal – Swarth 8/10

Converge – Jane Doe 9/10

Dillinger Escape Plan – Miss Machine 8,5/10

Parte V

Spiral Architect – A Sceptic’s Universe 5,5/10

Orthrelm – OV 4/10

Solefald – In Harmonia Universali 8/10

UneXpect – In A Flesh Aquarium 5/10

Diablo Swing Orchestra - Sing-Along Songs For The Damned & Delirious 6/10

Parte VI

Metallica – Death Magnetic 3/10

Megadeth – Endgame 4,5/10

Slayer – World Painted Blood 5/10

Iron Maiden – A Matter Of Life And Death 3/10

Motörhead – Inferno 8/10

High On Fire – Death Is This Communion 7/10

The Sword – Gods Of The Earth 4/10

Municipal Waste – Waste ‘Em All 7/10

Nevermore – This Godless Endeavor 8/10

Volbeat – Rock The Rebel / Metal The Devil 7/10

 

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Peasyfloyd alle 19:18 del primo luglio 2010 ha scritto:

oh mamma mia che lavorone immenso! Non oso immaginare quanto tempo, sangue e sudore ti sia costato Marco! Sei un mostro di sapienza, passione e bravura! (appena finiti gli esami approfitterò per spulciare questo articolo e finalmente anche quello sull'hypnagogic di Los e Target)

Emiliano alle 15:49 del 11 luglio 2010 ha scritto:

Complimenti davvero.