A Storia di Misirlou, dalla Grecia a Capossela

Storia di Misirlou, dalla Grecia a Capossela

Rare volte accade che una melodia racchiuda in sé la cultura e la storia di un popolo; la sua musicalità, il suo respiro, la sua impronta, senza sbiadire negli anni. Sono ancora più rare quelle melodie mai alterate e abbruttite dallo scorrere del tempo, il quale facilita la dimenticanza e rende logore e giallognole note divenute inconsuete, soppiantate dal nuovo che avanza e che ingloba. Questa rarità e questa bellezza appartengono però a “Misirlou”, antica canzone folkloristica greca, rimasta affascinante nonostante i lustri e le rivisitazioni. Come un whisky, che migliora mentre riposa nel legno di rovere.

I Greci avevano già abituato a creazioni artistiche che in qualche modo abbracciassero i valori di un popolo, di una terra, di una lingua: ci erano riusciti con i poemi omerici, l’Iliade e l’Odissea, imbevuti degli aromi della cultura ellenica, oltre a essere grande testimonianza storica, pur nella loro patina letteraria. E le teorie più diffuse vogliono che il padre di questi poemi non fosse Omero, o meglio che non fosse lui solo: gli esametri greci, nel corso dei secoli, avrebbero subìto aggiunte e modifiche di altri sconosciuti autori. Ma non è, questa, una meravigliosa prova di come i poemi fossero l’emblema e l’insieme della tradizione di un popolo? Non rimase intatto il significato profondo di queste opere, nonostante le tante e diverse mani che li arricchirono?

Per Misirlou fu lo stesso: prima che Michalis Patrinos la suonasse ad Atene nel 1927 (per poi inciderla a New York tre anni dopo), il brano aveva conosciuto vari aggiustamenti nel suo incedere, nella sua rotta, nel suo cammino. Sì, un cammino, perché quella di Misirlou è anche storia di un’emigrazione, un passaggio, un cambiamento. E’ la storia di un viaggio che ne ha plasmato inevitabilmente le sembianze. Lo stesso Patrinos era uno dei tantissimi esuli costretti a rifugiarsi in Grecia agli inizi degli anni ’20 del Novecento: era fallito il tentativo greco di annettere la regione turca di Smirne, una zona dell’Asia Minore dove risiedevano popolazioni ortodosse di lingua e cultura greca. Stava lentamente fallendo l’utopia di creare la “Grande Grecia” (Megali Idea), l'aspirazione di ridar vita alle ceneri di quello che fu lo scintillante Impero Bizantino.

E’ un esodo, quello che va dalla Turchia all’Ellade, che tuttavia idealmente fa un salto su un altro anfratto del Mediterraneo, facendo tappa nelle lande afose e musulmane dell’Egitto. Misirlou, infatti, non significa altro che “ragazza egiziana” (dal turco misirli e dall’arabo misr, che è proprio l’Egitto): la voce canta il suo amore sconfinato per questa donna esotica, dagli occhi neri, pendendo dalle sue labbra di miele; un sentimento che trascende nella pazzia, tra suoni sbilenchi e tipicamente balcanici. Con il vocabolo Misr – che peraltro ha la stessa radice etimologica del mais – gli ottomani solevano definire i loro possedimenti del Nord Africa, dove proliferava appunto il granturco, a quel tempo alimento basilare dell’uomo. Granturco fonte di vita, come la ragazza egiziana in Misirlou, colei che con i suoi doni sfama e tiene in vita l’uomo che la desidera.

Dopo Patrinos, Misirlou subisce numerose rivisitazioni, e dal piccolo perimetro greco evade fino a toccare coste lontanissime. Nel 1941 Nick Roubanis la rielabora in chiave jazz, senza parole; nel 1944 Clovis El-Hajj, un libanese, la riadatta per una versione araba, l’unica; un anno dopo in America diventa una celebre danza; nel 1962 Dick Dale la spoglia del testo e la impenna in un trascinante e virtuoso assolo di chitarra, con la Stratocaster che colora tinte surf-rock tendenti al western; nel 1994 Tarantino corrobora la fama di Misirlou, in verità molto cambiata, inserendo nel suo Pulp Fiction proprio la versione di Dale.

Si giunge così, dopo altre riproposizioni più o meno felici, al 2012, al poliedrico Vinicio Capossela, che – inquieto e curioso come ogni grande artista sa essere – si dirige in Grecia, ne incamera il dna, imbraccia il buzuki, riscopre e assorbe il “rebetiko”, la tipica musica ellenica, “che non invita a essere migliori, ma solo a essere se stessi”. Riscopre soprattutto “il gusto del simposio e del sacro”, o “il rizitiko, la musica epica che racconta l’inizio del mondo”. Capossela si perde nelle taverne, dove c’è gente che si ostina a mettere al centro la propria vita, “a fare comunione con la musica”, a ricevere le note come fossero eucarestia, nel fumo che pare l'incenso di una chiesa. Qui riscopre Misirlou, la storia di questo amore remoto e impossibile, un sentimento universale che abbraccia il sentimento di una comunità, di una cultura, di un’epica. E quella ragazza egiziana, così ambita e così lontana, è forse il sogno di un popolo (quello greco), oggi piegato, ma che fu grande. E’ il sogno, la speranza, che serpeggia nei porti di Atene, Salonicco, Creta. La speranza di rialzarsi e mostrare ancora l’autentica bellezza della sua gente, della sua terra, della sua lingua, della sua musica. La bellezza di una canzone. Di Misirlou. 

http://www.youtube.com/watch?v=Yl2sMoU_xGU

http://www.youtube.com/watch?v=-y3h9p_c5-M

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