A Tim Buckley - Monografia

Tim Buckley - Monografia

Dici “Buckley” e pensi subito a Jeff, un cantautore dalla voce angelica che ha inciso Grace, uno di quei dischi così diffusi in ambito rock da diventare ben presto inattaccabile. Molti di meno sono quelli che pensano a Tim, suo padre, che fu senza dubbio il più innovativo dei cantanti del Novecento, forse l’unico in ambito rock a dare una dignità allo strumento-voce pari a quella di un qualsiasi altro strumento. In realtà, con il rock Tim Buckley aveva poco a che vedere: probabilmente, fosse nato in Italia, avrebbe usato la tarantella per compiere i suoi viaggi stellari. Il genere musicale, infatti, contò sempre poco e sempre meno nel corso della sua carriera, che può davvero essere definita una parabola, con un picco massimo ineguagliabile e l’ineluttabile morte per droga. Buckley cominciò come folksinger, ma dilatò la sua arte fino a compiere degli studi sul canto che possono essere inseriti tra le massime conquiste della musica (di tutta la musica) del secolo scorso: anche in questo caso è emblematica una frase poi molto utilizzata, pronunciata da Lee Underwood, un suo collaboratore: “Buckley fu per il canto ciò che Hendrix fu per la chitarra, Cecil Taylor per il piano e John Coltrane per il sassofono”, disse il chitarrista.

Nato nel 1947, Tim Buckley cominciò a farsi le ossa a Los Angeles, dove era solito frequentare i folk club della città. Già dagli anni del liceo condivise la propria vita con due futuri collaboratori: il poeta Larry Beckett e il bassista Jim Fielder, con i quali diede vita anche ad alcuni gruppi giovanili dediti soprattutto a cover, all’inizio, e poi anche a brani propri. Nel frattempo Buckley concentrò la propria attenzione – e i propri studi – sul canto (influenzato da Fred Neil, soprattutto), dato che la sua incredibile estensione vocale, mescolata agli esercizi sulla respirazione e sull’utilizzo delle corde vocali, gl’interessava molto di più del resto come mezzo espressivo, anche se questa attitudine sarebbe emersa meglio solo in seguito. In questi primi anni, infatti, a colpire erano ancora la particolare miscela di generi musicali e naturalmente la bella e imponente voce del cantante, che impressionarono Herb Cohen, famoso manager (di Frank Zappa, per esempio). Buckley aveva appena diciotto anni, e da lì a poco avrebbe pubblicato il primo ed omonimo album (1966). Tanto per non farsi mancare nulla, c’era stata anche una scappatella al liceo, dalla quale sarebbe nato suo figlio Jeff, venuto al mondo proprio nell’anno del debutto.

La personalità di Tim era agli antipodi di quanto richiesto dal rock e dalla musica di quegli anni: certo, faceva uso di droghe come molti colleghi, ma forse era uno dei pochi che le utilizzava per sconfiggere la propria insicurezza, la propria timidezza e la propria (reale) diversità; era lontano dalle agitazioni studentesche e sociali che attraversarono l’America dal ’64 in poi; era poco immerso nei cosiddetti “circuiti” che facevano capo a questa o a quell’altra scuola musicale e così via. Questa personalità, tuttavia, non emerge ancora chiaramente sul disco di debutto, che si avvale della collaborazione di strumentisti tra i migliori dell’epoca (tra i quali il chitarrista Lee Underwood, il tastierista Van Dyke Parks e l’arrangiatore Jack Nitzsche, fedelissimo di Neil Young), ma che ancora è privo di mordente. Un po’ di originalità emerge dagli arrangiamenti e da qualche ritmica, nonché da qualche singola canzone (Song Of The Magician, Valentine Melody), e dalla voce certamente particolare (seppur ancora insicura) di Buckley. Soltanto in alcuni passaggi (in Song Slowly Song, ad esempio) si può cogliere, col senno di poi, tutta la potenzialità del ragazzo. In questa fase, insomma, Buckley non è ancora se stesso.

Tutt’altro discorso per il secondo disco, Goodbye and Hello, per il quale chi vi scrive ha tra l’altro un affetto particolare all’interno della discografia di Buckley. Uscito esattamente un anno dopo l’esordio (dicembre 1967), il secondo album di Tim Buckley è invece già convincente, nonostante poi verrà oscurato dal resto. E’ ancora un disco di folk, sostanzialmente, ma l’influenza del dylaniano Blonde on Blonde ha reso il folk di Buckley (e tutto il genere folk) irriconoscibile e sfarzoso negli arrangiamenti. Nascono così brani come I Never Asked to Be Your Mountain, Hallucinations, Pleasant Street e, soprattutto, la ballata Morning Glory e la lovesong Phantasmagoria in Two. A gettare le basi per i capolavori, però, sono forse la già citata I Never Asked to Be Your Mountain e la bellissima title-track, perfettamente equilibrata nel suo particolare arrangiamento.

Non può meravigliare, dunque, che arrivi subito il primo capolavoro della discografia del cantautore: Happy Sad (1968). Buckley ha ormai acquistato una sicurezza espressiva che ancora mancava in parte nel disco precedente, e infatti la caratteristica principale del disco è la lunghezza dei sei brani, segno definitivo di un distacco dalla forma-canzone necessario al cantautore per lasciare libera la sua voce. Musicalmente, Happy Sad è già da un’altra parte rispetto al disco precedente, è giustamente considerato come più “buckleyano” di Goodbye and Hello e la sua immensa forza sta proprio in questo. La band si allarga a un vibrafonista e a un contrabbassista, oltre alle già presenti congas e alla chitarra: la strumentazione è in questo album totalmente funzionale alla voce di Buckley, che è finalmente libero di viaggiare con la propria voce su un tappeto (perdonatemi il termine abusato) ancora prevalentemente formato dal tessuto folk, mescolato a una buona dose di jazz (che fornisce la giusta percentuale di libertà nella forma). Il riassunto musicale di Happy Sad sta nella dilatata Gypsy Woman, durante la quale la voce di Tim Buckley detta legge stridendo, lamentandosi, contorcendosi come il sassofono di John Coltrane in A Love Supreme o come la tromba di Miles Davis nei vortici di Kind of Blue. Il brano in questione spicca all’interno di una serie di gemme di rara bellezza, tra cui Strange Feeling, “scarna ed essenziale” come si usa dire, Love From Room 109 At The Islander , quasi da camera, e poi la toccante Dream Letter, che è dedicata al figlioletto Jeff. Su livelli eccelsi viaggiano anche gli altri due brani, cioè Buzzin’ Fly e Sing a Song for You, che potevano anche stare sul disco precedente per atmosfera e composizione. Per essere il classico “album di transizione”, Happy Sad è già qualcosa di totalmente innovativo per gli esperimenti vocali e per la meravigliosa cura dei particolari, una cura che quasi contrasta con la bellezza libera e istintiva della voce di Buckley. Happy Sad arrivò, nonostante questo, solo al numero 81 delle classifiche americane, restando il disco di Buckley meglio piazzato nelle vendite; il rapporto con il music business fu da subito difficile per il cantautore, al tempo quasi mai considerato per l’infinito valore musicale.

Il disco seguente, Blue Afternoon (1970), è invece leggermente inferiore rispetto a Happy Sad. Lo stile è ancora quello riconoscibile di un folk-jazz libero e modellato per dar sfogo alle corde vocali di Buckley, il lavoro della voce è semplicemente stupefacente, ma il tono generale del disco è un po’ minore. Nonostante questo, i brani in cui Buckley attraversa praticamente ogni genere di tecnica vocale sono di eccellente qualità: forse da questo punto di vista è The Train il pezzo più significativo. Ci sono anche brani ripresi dal primo repertorio dell’autore (Happy Time), altri più jazzati (So Lonely) e poi la bellissima I Must Have Been Blind: quello che fa difetto è semplicemente, come detto, un minor valore generale del disco all’interno della discografia che va da Happy Sad a Starsailor. Ma in qualche passaggio dell’album non è difficile cogliere, ascoltando nemmeno troppo in profondità, ciò che verrà dopo.

Lorca (1971) è, infatti, il secondo capolavoro, cronologicamente e – per me – anche in un’ipotetica classifica delle opere di Tim Buckley. E’ un album formato da solo cinque composizioni, ovviamente dilatate all’infinito, e purtroppo viene spesso sottovalutato all’interno della discografia del riccioluto cantautore. Lorca non è invece meno intenso, catartico, struggente di Starsailor, solitamente acclamato come l’opera magna di Buckley. A trainare l’album è l’iniziale brano che dà il titolo al disco: dieci minuti suonati in 5/4 in cui la band sostiene la voce del cantante con una specie di mantra ripetuto all’infinito, agghiacciante e allo stesso tempo immensamente comunicativo. Su questo deserto di ghiaccio si coglie appieno la volontà dell’autore di navigare nel cosmo: Buckley in questi dieci minuti sembra in trance e canta come se non gli restasse null’altro da fare per restare vivo mentre è in volo nello spazio. Si tratta forse del capolavoro assoluto dell’artista, in cui si assiste quasi ad uno space-folk, se così si può dire. Analogamente dilatato in atmosfere cosmiche è Anonymous Proposition, anche se si tratta di un brano jazz, che tenta di aggiornare con le conquiste di Buckley il classico jazz lento e arrancante. I Had A Talk With My Woman è invece un brano decisamente più pacato e concede sei minuti di respiro prima di ritornare in atmosfere più tipiche dell’autore, essendo un folk-jazz ben ritmato e a tratti quasi sereno. Driftin’ torna al contrario su un terreno austero e malinconico: la chitarra accompagna lentamente un canto tormentato e nostalgico, che dal terzo minuto in poi comincia a crescere pian piano, quasi gentilmente. Chiude l’album il folk-blues eccentrico di Nobody Walkin’, con delle parti di piano elettrico davvero eccezionali. Il brano, ancora una volta esteso per sette minuti e mezzo, riprende un po’ le spirali di Gipsy Woman e lascia, come prevedibile, molto spazio alle modulazioni della voce. Lorca acquista maggior fascino se si tiene in considerazione il fatto che fu realizzato, in buona sostanza, per onorare gl’impegni contrattuali con l’Elektra Records, prima di passare alla Straight.

Il capolavoro più celebrato dell’artista fu però il successivo Starsailor (1971), che fu anche l’ultimo album davvero notevole di Tim Buckley. Accolto con entusiasmo solo da una rivista jazz (Downbeat), l’album sarà invece poco fruttuoso dal punto di vista economico e addirittura visto con scarso interesse dagli addetti ai lavori (impresari, produttori, critici musicali eccetera), dimostrando come il famoso detto secondo cui la storia non la fanno solo i vincitori possa essere esteso anche alla storia della musica. L’apertura del disco in cui Buckley salpò definitivamente per le stelle è affidata a Come Here Woman, che parte con un forsennato rhythm’n’blues per poi sfociare in una declamazione più austera nel finale, affidata ad un organo massiccio che sostiene la voce carica di pathos. I Woke Up riprende invece l’incedere di Driftin’, arricchito però da alcuni inserti di tromba e di percussioni che impreziosiscono il canto di Buckley. Monterey è, a mio giudizio, uno dei brani migliori della carriera buckleyiana. Si apre su un riff deciso di chitarra, semplice e ipnotico, sorretto da una batteria perfettamente jazzata: il tutto a sostegno di un cantato che cresce da frasi basse a frasi alte fino ad arrivare alle inevitabili urla finali, dove la voce viene contorta e quasi soppressa nella gola. La nevrosi viene spezzata da una serena ballata jazz, Moulin Rouge, intrisa fin dal titolo da atmosfere francesi; un brano tutto sommato trascurabile, ma molto piacevole da ascoltare. Song to the Siren, originariamente concepita come una ballata folk quasi innocente (su un testo di Larry Beckett), viene cantata da Buckley su una chitarra ondeggiante, voci celestiali di sirene e versi di esseri sconosciuti: il brano è struggente e poetico, e il 99 per cento della bellezza di questa canzone sta nell’interpretazione del cantante, nonostante i molti tentativi d’imitazione (riuscita, a mio parere, la versione dei This Mortal Coil con Lisa Gerrard al cantato). Jungle Fire parte col solito gioco degli strumenti che seguono la voce, già sperimentato nei brani lenti dell’autore, ma con un bel crescendo diventa dopo i due minuti e dieci una cavalcata rhythm’n’blues al confine con la danza tribale, sulla quale svetta la voce impazzita di Buckley. Starsailor è un brano più “tecnico”, dato che si tratta di un esperimento che sovrappone sedici voci in un susseguirsi di paurose immagini oscure. Può essere considerato il punto massimo del disco, per l’importanza della ricerca sulle tecniche vocali e sulla potenza espressiva della voce. A questo non-brano è attaccata anche The Healing Festival, che continua sul filone della follia mescolando ai vocalizzi dell’autore un analogo folle intreccio di fiati ed effetti assortiti. Un breve e battagliero assolo di tromba introduce la conclusiva Down by the Borderline, che poi passa ad un andamento più jazz-rock grazie ad un altro riff di chitarra ripetuto all’infinito, dipinto dai saliscendi della tromba e dal cantato disteso di Buckley, per poi virare verso un finale più appassionato.

Di fronte ad un monumento come questo, il mondo musicale – come abbiamo anticipato – non reagisce come Buckley aveva sperato, eppure le premesse di un certo successo c’erano tutte: dall’approccio più rock di qualche brano (Monterey, per esempio) al recupero della forma canzone, fino ad arrivare ovviamente alle parti che più ci interessano, ovvero quelle degli esperimenti sulla voce. Ma l’insuccesso e la droga (di cui Buckley aveva fatto sempre uso) lo allontanano sempre più dai vertici raggiunti con i suoi capolavori, tanto che Greetings from L.A. è una vera e propria delusione. Certo, avere questa voce e usarla come in qualcuno dei brani di quest’album (soprattutto Get on Top, Devil Eyes e poche altre) basterebbe a fare la carriera di un qualsiasi cantante soul/r’n’b, ma nel complesso Greetings è soltanto un album discreto. La parabola di cui parlavamo all’inizio continua a scendere col successivo Sefronia, che può vantare una canzone anche abbastanza piacevole come Dolphins, e con l’ultimo disco pubblicato, Look at the Fool (ancora più scarso). Su questi ultimi tre album c’è davvero poco da dire, purtroppo.

Dopo tanto navigare, lo scoglio sul quale si abbatte la nave del marinaio delle stelle arriva il 29 giugno 1975, quando Tim Buckley ha soltanto 28 anni, nei quali però ha avuto il tempo di partire, viaggiare e tornare da noi con un tesoro ricco di visioni, desolazioni e, soprattutto, le care e dimenticate emozioni.

Per approfondire: http://www.storiadellamusica.it

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SamJack alle 12:02 del 4 gennaio 2009 ha scritto:

strano, nessun commento per uno dei più grandi artisti dell'intera musica rock...anche se il termine rock è in questo caso riduttivo...Happy Sad, Lorca e Starsailor sono i capolavori assoluti di Buckley, pieni di una profondità d'animo praticamente quasi irraggiungibile...

FrancescoB alle 19:41 del 9 settembre 2009 ha scritto:

Beh, è un artista che ha significato talmente tanto per la mia vita ed esperienza musicale che mi riesce difficile parlarne...Una divinità della musica, possedeva un quid unico e personale, che non ho mai ritrovato in nessun altro artista. I suoi lavori migliori paiono sospesi nel vuoto, nello spazio...solo "Astral Weeks" mi evoca qualcosa di simile

bart alle 17:39 del 20 aprile 2010 ha scritto:

Grazie Tim!

Tim Buckley rimane un dei cantanti più grandi della storia della musica. Aveva iniziato con un album discreto di convenzionale folk; poi con Goodbye and Hello aveva migliorato notevolmente il suo stile, rendendolo più originale. Ma è con il poker d'assi Happy Sad, Blue Afternoon e soprattutto gli sperimentali Lorca e Starsailor che si definisce al meglio la sua poetica. Poi altri tre album di convenzionale soul-rock, che sarebbero degni di nota se li avesse fatti un qualsiasi altro artista, ma che per un grande come lui risultano superflui e dimenticabili.