A TOY @ Spazio 211 - Torino, 30 novembre 2012

TOY @ Spazio 211 - Torino, 30 novembre 2012

Per un attimo lo Spazio 211 sembrava essere stato spodestato dall'Astoria, che con la sua succosa proposta musicale (rigorosamente e orgogliosamente hipster) era stato protagonista -per un annetto buono- del rinascimento di San Salvario. Un peccato, in fondo, perché via Cigna veniva lasciata sola nei suoi tentativi (riusciti? Lascio la parola agli autoctoni) di riqualificarsi grazie a palazzoni e centri commerciali nuovi di zecca. Ora, via Cigna è lontana dal centro, la mia bici ha una gomma irrimediabilmente a terra e fa anche un freddo porco. Però insomma, per divertirsi ci vuole un po' di dedizione: non ho la macchina, ma ci sono pur sempre i mezzi pubblici (che costano un fottio, con il risultato -ma è solo un'impressione- che i conti della società peggioreranno invece di migliorare). Ma torniamo a noi: “i TOY valgono bene la fatica di un venerdì sera passato ai margini della movida torinese”, penso seduto sul tram che si addentra nella Torino senza luci e déhors di corso Giulio Cesare. Ed è bello tornare allo Spazio dopo il fallito tentativo di qualche mese fa con The Tallest Man on the Earth (tutto esaurito, accidenti).

Il locale è sempre quello, un'oasi nel nulla adiacente al parco Sempione, con la sua palla da discoteca che gira in mezzo alla sala. Sul palco c'è tutta la strumentazione della next big thing londinese. Prendo una birra e mi guardo intorno: un pubblico fatto perlopiù di trentenni, pochi ragazzini, buona parte dei quali fan dei giovanissimi Indianizer, duo neo-psichedelico formato da Riccardo Salvini (Foxhound) e Federico Pianciola (a loro il merito della bella cover di Take Pills di Panda Bear). Ed ecco che, a fine esibizione del gruppo spalla, escono dal camerino i TOY. La prima ad uscire è la tastierista Alejandra Diez, avvolta in un vestitino attillato che lascia tutti a bocca aperta, seguono gli altri quattro, che portano sul palco un revival sobrio dello stile edoardiano da Swinging London (eccetto il batterista Charlie Salvidge che sembra uno degli Europe e il bassista che assomiglia a lui).

Si ride, si scherza, ma il fatto è che i TOY sono davvero un miracolo, su tutti i fronti. L'esordio di quest'anno rappresenta già un punto fermo, obbligato, per gli sviluppi della scena britannica: un apice di inventiva, freschezza, abilità, una maestria assoluta nel rivitalizzare lo shoegaze traghettandolo, su direttive kraut e wave, attraverso cavalcate entusiasmanti ed epiche dall'alto contenuto psichedelico. L'attacco affidato a Colors Running Out è una botta che conferma in un attimo ogni giustificata aspettativa. Il gruppo è in forma smagliante, la precisione dell'esecuzione è esemplare, il batterista degli Europe (ok, la smetto) è un metronomo e non sbaglia un colpo, anzi, innesta (assieme all'abilissimo Maxim Barron) escalation ritmiche da lasciare a bocca aperta. Si prendano ad esempio gli incalzanti patterns della splendida Bright White Shimmering Sun, o il motorik precisissimo e chirurgico di Kopter (pezzo di chiusura, dispensatore di una coda psych da restarci secchi). Per non parlare degli interplay fenomenali tra Dougall e O'Dail, entrambi bravissimi a creare armonie stranianti, dominando e plasmando a piacere ogni timbrica e soluzione sonora, per una wall of sound frastornante ma dettagliato (Left Myself Behind ad esempio, dove si evita l'effetto impasto grazie alla raffinata intesa del guitar duo). Ma la vera sorpresa è la Diez. Non solo per il vestito attillato, ovviamente: a lei la funzione di legare le armonie, di fornire il collante melodico per completare ed impreziosire i brani, per un processo compositivo che non tralascia nulla. E allora è il caso di parlare di Lose My Way, dove gli strati di synth sono indispensabili e solenni (un'epica del tutto riconducibile ai Sound), così come nella incantevole My Heart Skips a Beat o nelle manipolazioni spaziali della strumentale Drifting Deeper. Un appunto infine a proposito della voce: Dougall non sarà un virtuoso, ma sostiene ottimamente il suo ruolo di vocalist monocorde a metà tra un Reed decadente e un Thurston Moore a riposo.

Un'oretta di esibizione (che bello sentire dal vivo l'incredibile Motoring) e la band lascia il palco per non tornarci, nonostante gli appelli del pubblico. Dietro le quinte però Dougall e soci accolgono i fan e si godono la permanenza italiana. Dopo Milano e Pordenone sarà la volta, lunedì 3 dicembre, di Roma. Il consiglio è ovviamente quello di non perdersi una band straordinaria.

Scaletta:

Colours Running Out

Bright White Shimmering Sun

Lose My Way

Left Myself Behind

Make it Mine

Dead and Gone

Drifting Deeper

Motoring

My Heart Skips a Beat

Kopter

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glenn dah alle 12:49 del 10 dicembre 2012 ha scritto:

visti (distrattamente e solo la parte finale) a barcellona due sere fa. mmmmmah, saranno stati i volumi e il posto, ma mi hanno detto veramente poco/nulla, considerando l'hype che li circonda. ma forse sono io che non ne posso veramente più di tutti i derivati dello shoegaze di questi anni.