Traffic Free Festival - Nick Cave and The Bad Seeds + St. Vincent

A chi non piace la pizza? Pomodoro, mozzarella, basilico. Semplice, calda, fumante, profumata. Come per tutte le cose però, non bisogna esagerare. Il troppo stroppia, dicevano una volta. Poi vai a capire il significato della parola "stroppia". Io sono uno che pizze ne ha mangiate tante, forse troppe. O più probabilmente ha mangiato troppo di tutto. Ieri sera, ad esempio, ho mangiato una pizza di troppo. Mi aggiravo tra i vialetti della rinnovata (e bellissima) Venaria Reale, osservando la piazzetta di fronte alla Reggia (tornata a splendere dopo 10 anni di lavori e un investivemento di 200 milioni di euro) e godendo del fantastico paesaggio offerto dal vicino Parco della Mandria. Fatto sta, dopo una mezz'ora di contemplazione di tali bellezze artistiche e naturali, vuoi perchè spesso la pancia prevale sulla testa, vuoi perchè su tutto aleggiava un pungente odore di discarica (ma da dove arriva? ma quante sono queste maledette discariche? e se è sempre la stessa, quanto è grossa?), mi sono infilato in una pizzeria ed ho chiesto una birra Moretti e una margherita.
Dopo aver consumato l'improvvisato pasto, mi sono diretto verso l'area concerti del Traffic Free Festival con l'intenzione di osservare dal vivo il nuovo fenomeno torinese Paolo Spaccamonti, one man band che aveva suscitato impressioni molto positive con il suo recente lavoro "Undici pezzi facili". Il sole illumina senza distinzione il bel prato verde così come l'enorme traliccio d'acciaio che sorregge l'impianto luci del palco. Solo che il palco è vuoto e qualcuno sta portando via la sua chitarra e altra attrezzatura che da lontano non riesco a distinguere: è Paolo Spaccamonti.
Mi viene quasi voglia di tornare a casa, solo che lo speaker annuncia St. Vincent. Lei è molto più che una promessa, aveva già convinto con l'esordio "Marry Me" del 2007 e si è riconfermata alla grande con il recente "Actor". La breve scaletta predilige proprio i brani di quest'ultimo, spesso sorretti da beat marziali e quadrati creati per spingere melodie aggraziate quanto nervose. Annie Clark (vero nome di St. Vincent) è un folletto magrissimo e dall'aspetto fragile. In realtà è una chitarrista dalle possibilità praticamente infinite, capace di affrontare il pubblico da sola con un blues asciutto per sola voce e chitarra, oppure di dirigere la sua mini-orchestra (basso, batteria, seconda chitarra, tastiere, clarinetto, sax, flauto) con fare risoluto e deciso. Insomma un mostro, in grado di alternare esperimenti pop-orchestrali ("Save me from what I want"), elettro-rock ("Actor out of work") e funk ("The marrow") trasfigurando le influenze del mentore Sufjan Stevens con una sensibilità blues quasi Hendrixiana.
Nick Cave arriva praticamente urlando sulle note di "Papa won't leave you, Henry". E' decisamente su di giri, si è tagliato i baffi e dimostra subito di essere uno dei pochi frontman in circolazione. Nick Cave è uno che tiene il palco con lo sguardo, e nel frattempo si agita, sbraita, ammicca. Nei primi cinque minuti spacca due microfoni, poi infila una serie di canzoni da mandare a gambe all'aria una mandria di bisonti: "Deanna", "Tupelo", "The Whipping Song", "Red Right Hand", "Stagger Lee" sono fiumi di lava sputati sulla platea e intervallati solo da una piccola pausa chiamata "Henry Lee". Io, come al solito, sono quasi in lacrime già a metà di "The Mercy Seat", e nulla può scalfire la mia sensazione di profondo benessere. Neanche il ricordo di una pizza disgustosa e di una birra che sembrava "Moretti", invece era "Morena". Prima o poi proveranno a taroccare anche Nick Cave. E non ci riusciranno.
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