Wilcome to Bologna

Un report dialogato e non richiesto. Estragon, 9 marzo 2012.
Mi piacciono i Wilco. Non mi piace aver dovuto attendere anni per vederli finalmente dal vivo. Non mi piace che i Wilco non piacciano a nessuno dei miei amici, e che per questo non abbia mai avuto la compagnia necessaria per affrontare un concerto in trasferta. Mi piace il fatto che quest’anno sia andato a sentire i Wilco, e mi piace esserci andato con Daniele, conosciuto proprio qui, su Storia. Alla faccia dei miei amici.
Il concerto è sold-out. Mi piace. Significa che c’è un sacco di gente in Italia che condivide il mio apprezzamento. Non mi piace, allora, chiedermi che amici mi sono scelto.
Mi piace fare il viaggio chiacchierando, ascoltando i Lambchop, inquinando meno e spendendo niente con un’auto a metano che a tavoletta fa i centodieci all’ora in autostrada. Non mi piace prendere regolarmente l’uscita n. 7 della tangenziale di Bologna, per poi dover fare il giro e tornare indietro verso l’Estragon. Mi piace pensare che un giorno imparerò a uscire alla 7 bis, anche se so che quasi certamente non succederà mai.
Mi piace andare in auto con Paolo, direzione concerti. Mi piace che durante i tragitti si parli di musica, vinili, trattorie, fotografia, libri, amicizie. Mi piace che non si parli mai di figa. Rara eventualità tra maschietti in età fertile.
(Eterosessuali, vorrei aggiungere. E comunque mi piace leggere che Daniele mi crede ancora in età fertile).
Mi piace che all’interno del locale, invece, si giudichi quella o quell’altra coppietta, che si convenga sulla necessaria decapitazione del tipo della tipa che ti sta davanti, quando al contrario alla tipa del tipo che ti sta davanti offriresti da bere, giusto per farla togliere dalle palle e permetterti di godere degli assoli di Nels Cline senza acrobazie in punta di piedi e torcicollo molesti. Mi piace aver superato i trenta e sentire gli acciacchi che dieci anni prima avrei scambiato per crampi da abuso di calcetto. Mi piace che ce li abbia anche Paolo, gli acciacchi.
A me no. Mi piace invece arrivare all’Estragon con sufficiente anticipo per: 1) mangiare un panino al crudo e bersi un birrone seduti su un gradino davanti al locale 2) entrare, andare a sputtanare i pochi soldi che abbiamo nei vinili disponibili al banchetto (solo The Whole Love, purtroppo), uscire per riporre gli acquisti in auto, rientrare nuovamente senza più pensieri che non riguardino il concerto (o, al limite, il furto dell’auto).
Non mi piace l’assembramento di banchetti con merchandise non ufficiale all’entrata del locale, ma solo perché non sopporto l’atteggiamento volgarmente arrembante dei venditori. Per la merce sui banchi, in fondo, nessun problema, anzi: non è che tutti hanno voglia di pigliarsi la maglia da 20 € in vendita all’interno. Ne trovo a meno in pregiato cotone organico in un negozio del mio paese. Durano una vita, mica tre lavaggi. E la scritta “Wilco”, sarà squallido, ma gliela faccio io, bella uguale. Ho i colori da stoffa, a casa.
Non so se mi piace essere interpellato da uno in cerca di qualcosa da fumare. Non capisco se mi scambia per un giovanotto o se nota in me i segni di una tossicodipendenza pluridecennale. Opto per la prima ipotesi, ché mi piace far l’ottimista quando ho qualcosa da guadagnarci.
Mi piace, per una volta, esserci fin dall’inizio. Significa ascoltare l’artista di supporto al gruppo, nello specifico la belga Scarlett O’Hanna, a me totalmente ignota, che tutta sola porta a casa la sua mezz’ora di voce, chitarra/tastiere e strati di loop registrati in diretta. Non fosse stata la settantesima versione in cui m’imbatto di siffatta one-girl-band, con siffatte idee di sghembo-folk circolare e drogato, condito da una voce caruccia, ma già appartenuta a troppe, e dal classico abitino da fatina che pare essere ormai l’unica indie-divisa approvata, non mi troverei adesso a dover dire che no, l’artista di supporto, seppur degna, non mi è proprio piaciuta.
Non mi piace, come già riferito dal collega, la folk singer di spalla, ancor meno la resa audio del suo set. Ho paura di non riuscire a sentire Tweedy scandire “if you still love rock and roll” a causa degli sbarbati qui accanto che, imbarazzati e un po’ alticci, ululano che “qui è pieno di vecchi”. Non mi piacciono gli sbarbati, io non lo sono mai stato e, ne sono quasi certo, nemmeno Paolo.
A me, poi, non piace attendere un’altra mezz’ora per vedere i Wilco arrivare sul palco. Va bene che il loro parco chitarre è più affollato di un centro commerciale il giorno dell’inaugurazione, ma io ho lavorato, ho fatto il viaggio, è venerdì, sono già stanco e il concerto deve ancora iniziare.
Terribilmente mi piace, mi emoziona e mi sorprende il silenzio religioso che ammanta l’Estragon nel momento in cui parte “One Sunday Morning”, l’acustico incipit in punta di piedi di chi non entra mai senza chiedere permesso. È bellissimo. L’acustica dell’Estragon è molto selettiva, e in un certo senso meritocratica: premia il talento e la bravura, affossa sufficienza e mediocrità. Il suono dei Wilco, ça va sans dire, è cristallino, una lama di rasoio, i sei sul palco hanno la coesione di un ingranaggio svizzero, perfezione chirurgica e caldamente artigianale. Non ho ancora deciso se mi piace che per la data odierna Tweedy e compagni abbiano scelto una scaletta così atipica: dovremmo sentirci onorati per la presenza di gemme come “When The Roses Bloom Again”, “Laminated Cat”, “A Shot In The Arm”, o delusi per l’assenza di monumenti quali “Jesus, Etc.”, “Ashes Of American Flags", “Misunderstood”? Ok, la non esecuzione di quest’ultima mi mortifica. Però “Impossible Germany”, l’assolo inumano di Cline, l’empatia sovrannaturale che crea col pubblico, ti fa dimenticare persino di essere vivo, riconciliare con il mondo, venire crampi a forma di pugni nella pancia e rospi gracchianti nella gola. Allora va bene, mi piace anche la scaletta, ché sono diventato cieco dall'emozione, mica sordo.
Piace anche a me, la scaletta. Certo, non è pensabile che in un repertorio che conta ormai un centinaio di titoli, scelgano proprio i venti che tu preferiresti. Però, cazzo, mica mi aspettavo che andassero a pescare da A.M., o addirittura dalla Mermaid Avenue Session. Coraggiosi, bravi. E due volte bravi per aver preso, dal “cammello”, solo la bella “One Wing”. Quel disco è l’unico che non mando giù. Fra i loro, ovviamente.
Daniele, all’andata, mi diceva che la sera prima, a Milano, la scaletta era stata abbastanza lunga da eguagliare, per numero di caratteri, il primo volume de “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij. La cosa mi piaceva, ma mi spaventava. E infatti, anche stasera, ‘sti americani innamorati pazzi della musica non scherzano: ventiquattro brani, sei dei quali eseguiti in zona “bis”, per due ore secche di musica, attingendo a piene mani dal già classicissimo The Whole Love sino, come già detto, al remoto A.M., tra momenti intimisti, gag esilaranti (quella sulla t-shirt farlocca la trovate qui sotto nel link a “Born Alone”), sfuriate elettriche. Tutto, sempre, a livelli eccezionali, e per esecuzione, e per partecipazione emotiva, loro e del pubblico, che li ama.
Loro amano l’Italia, dicono. Ma è facile, mica ci vivono. E mica erano i Wilco, se nascevano qua.
Scaletta:
I Am Trying To Break Your Heart
Spiders (Kidsmoke) (acoustic arrangement)
Laminated Cat (aka Not For the Season) (electric arrangement)
Capitol City
..
I'm The Man Who Loves You
I'm A Wheel
Tweet
Wilco Yankee Hotel Foxtrot
Wilco Sky Blue Sky
Wilco Wilco (the Album)
Wilco The Whole Love
Bologna Violenta Il Nuovissimo Mondo
Wilcome to Bologna
Godspeed You! Black Emperor live at Estragon
Wilco Wilco (the Album)
Wilco - Report da Berlino
Wilco - Live Report
Wilco Yankee Hotel Foxtrot
Wilco Sky Blue Sky
Bologna Violenta Utopie e Piccole Soddisfazioni
La Moncada Torino Sommersa
Amor Fou I Moralisti
Wilco The Whole Love
Buffalo Tom Three Easy Pieces
Low C'mon
Giant Sand Blurry Blue Mountain
Yo La Tengo Fade
Melvins Freak Puke
The Softone These Days Are Blue
Fog Ditherer
Mojave3 Excuses for Travellers
The National High Violet