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A Charlie Parker

Charlie Parker

Classe 1920, Charlie Parker fu una figura emblematica nell’evoluzione della musica jazz nella prima metà del secolo scorso. Suo primo grande maestro (involontario) fu Lester Young, ma Bird (questo il soprannome di Parker) elaborò presto una personalissima, unica grammatica per il suo sassofono. Superò tutti i maestri e ruppe con forza prodigiosa con il passato; Parker avrà così una enorme discendenza al netto di un ascendenza quasi introvabile. Il suo folle stile, disarticolato, schizofrenico, romantico e antiromantico, sconnesso ma a suo modo elegantissimo, impostò un nuovo standard di qualità emotiva nel jazz, una lezione di cui terranno conto sia spericolati bestemmiatori come Coleman e Ayler, sia cervelluti avanguardisti quali Braxton, che lucidi casellatori come Rollins, e via dicendo – tutto questo Parker lo ottiene con tanto blues nel sangue e senza alcuna preparazione teorica (malus quest’ultimo che lo limiterà dal punto di vista dell’ambizione). Non ultimo, Charlie Parker è l’artista bebop per eccellenza, assieme a Dizzy Gillespie (con cui spesso collaborerà assai fruttuosamente), l’uomo che (con Gillespie) storicamente incarna la rottura con lo swing verso nuove individualiste frontiere. Le tracce notevoli che ha registrato sono molte, nonostante la morte prematura (soli 34 anni) e uno stile di vita assai sregolato – tracce come Groovin High (con Gillespie) o Ko Ko, o Yardbird Suite o… Come spesso accade con artisti vissuti sostanzialmente prima dell’era degli album, il modo migliore per conoscerlo è una buona raccolta, e Yardbird Suite (uscita nel 1997) è certamente una delle migliori. Thelonious Monk aggiunge sale su Bird and Diz (1950), un altro ottimo prodotto del sodalizio Parker/Gillespie.