Simon Balestrazzi
The Sky Is Full Of Kites
Simon Balestrazzi è un sound designer parmigiano, classe ’62, che nella musica acusmatica ha trovato il suo modo d’essere artista. Il suo tocco è (post)industriale nel senso che il clangore della civiltà meccanica rimane il tratto distintivo della sua opera, di questa in particolare. Un artigianato elettronico fatto di nastri magnetici (quelli tanto cari a Marino Zuccheri!) e filtri digitali pone il buon Balestrazzi nell’orbita dei musicisti elettroacustici, già ampiamente sdoganata in Italia da Maurizio Bianchi, anche se i feedback sonori rimandano ad artisti più vicini a noi come Eraldo Bernocchi, Mario Bajardi e Philippe Petit. L’accademismo vero e proprio degli anni ’50, impegnato socialmente e con una notazione originalissima ma ben precisa, che in Italia aveva prodotto i vari Berio, Maderna e Nono, negli anni ’80 è diventato qualcosa di più popolare e di più vicino alle esigenze della multimedializzazione. Basti pensare che il primo progetto di Simon Balestrazzi risale al 1981 con la fondazione del progetto T.A.C., una band che sfumava i confini del rock nell’astrattismo letfield.
“The Sky Is Full of Kites” è composto da sole tre tracce, tutte molto lunghe per quasi un’ora di ascolto, come fossero la colonna sonora di un’installazione di videoarte. L’antipasto è servito con “Under Pressure”, e ci ritroviamo in una centrale a turbogas con sfiati, liquami, compressori, turbine e alternatori: il suono ferroso diventa mellifluo e ci colloca in un’eden di macchine in automazione, panorama rituale per la liturgia dell’industria, un’assolata catena di montaggio con zero presenza umana. Dopo l’antipasto è la volta di “Persistence of Memory”, un docilissimo esperimento per oscillatori che ci porta nei recinti metallici della fabbrica, in un susseguirsi di assemblaggio, logistica, rifinitura e magazzinaggio. Il dessert è la title-track stessa, e il clima si più atmosferico, spaziale, sino a divenire un’angusta area elettrificata in cui l’unico sentimento consentito è la claustrofobia.
In un’epoca in cui viene da più parti messa in discussione l’oggettiva importanza dell’arte figurativa del dopoguerra, additata come brutta ed elementare, anche la musica elettronica sperimentale paga il medesimo scotto e viene tacciata di essere una musica poco manuale, in cui la creatività dell’artista è nulla perché delegata alle macchine da lui utilizzate. Ma agli amanti del rock e delle sue derive va ricordato che la maggioranza delle musiche che ascoltiamo oggi sono state prodotte, almeno in parte, con mezzi elettronici, mediante i quali si generano e si elaborano i suoni della nostra era. Il dato di fatto, incontrovertibile, è che gran parte della musica d’arte è elettroacustica. Inoltre, il settore elettroacustico è oggetto di sempre maggiore attenzione all’interno della ricerca applicata, giacché lo studio di nuove metodologie per l’analisi, la sintesi e l’elaborazione del suono riveste la massima importanza non solo per le industrie del settore degli strumenti musicali elettronici e dell’audio professionale, ma anche per far sì che il concetto dinamico di musica sia sempre vivo e fluido.
Leggendo il curriculum di Simon Balestrazzi, tra le sue svariate collaborazioni a vario titolo, saltano subito all’occhio quelle con Maja Ratkje, Elio Martusciello e Z’EV nomi altisonanti per chi segue con l’impeto dell’audiofilo l’EmuFest, il Festival Internazionale di Musica Elettroacustica che ogni anno si tiene a Roma. Non a caso “The Sky Is Full of Kites” appartiene a questa grande famiglia e la sua pubblicazione riempie il cielo di aquiloni.
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