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R Recensione

8/10

Grouper

Ruins

Le rovine di Grouper sono le scorie e le cicatrici di un amore finito, evocato durante un’unica sessione di piano e voce, registrata su un semplice quattro piste, ad Aljezur, in Portogallo, dove Liz Harris nel 2011 era temporaneamente ospite di una dimora per artisti. “Ruins” è dunque una totale fuoriuscita dai canoni musicali tra drone e ambient che da oltre un lustro, e con splendidi risultati, frequenta la compositrice americana: solo l’ultima traccia, “Made Of Air”, si reinserisce su quel solco, e d’altronde deriva da alcune sessions di un decennio fa. Tutto il resto splende in un’aura di cantautorato super-minimale, in presa diretta, catturato in bassa fedeltà, la voce appena intellegibile, tra i segni delle interruzioni di corrente e dei tuoni di una tempesta che, nel frattempo, imperversa fuori dalla casa.

Lo spazio, d’altra parte, è sempre stato il vero protagonista delle composizioni di Grouper. Era, nei dischi precedenti, uno spazio di fluttuazione, spesso astratto, se non cosmico (splendidi i risultati ottenuti con Tiny Vipers attraverso il moniker Mirrorring), dove si insinuava una vena terrigna solo remota, per mezzo di una deriva folk sempre più distinguibile nei lavori recenti. Qua invece lo spazio si chiude, tra quattro mura che proteggono e che però non possono frenare l’incombenza detritica di ciò che sta fuori: mentre la Harris canta il proprio dolore, in un elegismo intimo e privato così lontano dai suoi standard, oltre il muro e il buio c’è un mondo che batte, prima minaccioso (“Made Of Metal”: la natura e un battito funebre) e poi di nuovo svaporato (“Made Of Air”, una delle perle più brillanti delle consuete lunghissime jam della Harris). Lo spazio è ancora, dunque, protagonista (la Harris: «I hope that the album bears some resemblance to the place that I was in»), ma è uno spazio diverso, da cui diversa appare anche la realtà (non a caso è lo spazio, sgombro per etimologia, della vacanza).

In mezzo tra il metallo e l'aria, sei pezzi di piano e voce disposti secondo una figura di chiasmo (“Clearing” e “Holding” in seconda e penultima posizione; “Lighthouse”, a risplendere, al centro), per mimare lo sprofondamento nell’abisso e poi la faticosa risalita. Sono panni inconsueti, si è detto, per Grouper, ma le spie melodiche già disseminate in “The Man Who Died In His Boat” testimoniavano di un’attitudine cantautorale che qua, in effetti, viene esaltata, soprattutto nella dolcezza dolente di “Clearing” e nella perla nera di “Call Across Rooms”, con la quale la voce fragile, quasi vicina a spegnersi, segue come in un breve pianto funebre («Our love is nohing») il sentiero segnato dalle note del piano. Quanto viene dopo (“Labyrinth”) non può che essere il disorientamento massimo, la mimesi della perdita di sé, in un vagabondaggio disperato ben reso dalle sincopi e dai balbettamenti di tempo attraverso cui, con uno sforzo doloroso, il pezzo (strumentale, e non poteva essere altrimenti) riesce a procedere oltre.  

Di là, sull’altro versante,“Lighthouse”, nella scala di note che cadono, è come un primo, indebolito, tentativo di risalire la corrente, mentre torna a filtrare il mondo “là fuori” nei gracidii delle rane intercettato dalla registrazione, e poi in una pioggia purificatrice (“Holofernes”, ucciso da Giuditta: la liberazione?). “Holding” completa la risalita con il vero capolavoro del disco, otto minuti costruiti attorno a un giro di piano che impiega un minuto per assestarsi, ma che poi si installa con una dolcezza e una vulnerabilità che lasciano inermi, cullando la voce della Harris, che arriva al punto di non ritorno («there’s nothing left to hold»), chiudendo un cerchio che nulla, appunto, abbraccia, se non un nuovo riflusso nell’indistinto dell’aria.

Probabile che i devoti di Liz Harris trovino “Ruins” un disco troppo “compromesso”. A me pare, nella sua estemporaneità, e forse anche didascalicità, un’opera, e non è poco, di grande bellezza.  

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 7 voti.
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Cas 8/10
REBBY 6,5/10

C Commenti

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Cas (ha votato 8 questo disco) alle 10:17 del 6 novembre 2014 ha scritto:

è spettacolare come l'ambiente esterno si insinui nei pezzi fino a diventarne parte integrante. in Lighthouse, ad esempio, c'è questo sfondo di cicale (o rane? boh) che aggiunge un tocco magico ad un brano già di per sé splendido. in generale però tutto l'album, come dici benissimo tu, è pervaso da questa presenza dello spazio esterno, per una sorta di commistione ambient-pop/field recordings. mi pare che qui si chiuda il cerchio, arrivando a distillare le impurità ancora presenti nello scorso "The Man Who Died..."

hiperwlt (ha votato 8 questo disco) alle 14:25 del 6 novembre 2014 ha scritto:

Non conosco praticamente nulla della sua produzione precedente: ma questo disco sconvolge per quanto è puro e sofferto. Rapito dallo scorrere catartico dei movimenti di piano e dai suoi embrioni melodici, da questa registrazione sporca ma così nitida, dalla voce di Liz Harris ("Holding"!!!); da queste ombre e dalla luce che ogni tanto le deforma. Grazie Francesco, la recensione è illuminante.

AndreaKant (ha votato 8,5 questo disco) alle 13:51 del 8 novembre 2014 ha scritto:

Struggente e bellissimo.

FrancescoB (ha votato 7 questo disco) alle 16:25 del 9 novembre 2014 ha scritto:

Un ottimo lavoro, toccante, minimale, vaporoso. Ma di grande impatto. Recensione splendida.