R Recensione

8/10

Evangelista

Prince Of Truth

Riappare a sorpresa Carla Bozulich, semi-mitologica figura d’artista multimediale in lenta ma costante emersione dai più bassi gironi della musica underground, a solo un anno di distanza da Hello, Voyager, a suo tempo incensato, come si conviene, su queste pagine. E il ritorno reca almeno due buone notizie per la sua indefinibile cerchia di appassionati. La prima è che, dopo tante peripezie, alle sue spalle c’è nuovamente un gruppo fisso (lei, con la fida Tara Barnes, più il nuovo acquisto Dominic Cramp e un manipolo di collaboratori che ormai sono di famiglia: Shahzad Ismaily, Ches Smith, Lisa Gamble, Nels Cline), che prende il nome dall’album (Evangelista, appunto) che diede inizio al progetto, e una casa accogliente (la Constellation) in cui ha finalmente trovato tutto ciò di cui aveva bisogno (considerazione, motivazioni e musicisti di primissimo livello, innanzitutto). La seconda è che con Prince Of Truth la trilogia inaugurata nel 2006 da Evangelista e proseguita l’anno scorso con Hello, Voyager, acquista finalmente un senso compiuto e dona al tutto una metafisica visione d’insieme.

Infatti se Evangelista era l’inferno, meglio l’Ade, che gli uomini tentano di nascondere ogni giorno sottoterra, Hello Voyager, una purgatoriale terra di mezzo, Prince Of Truth completa questo manifesto ascensionale disegnando uno scenario che, sebbene lontano dall’idea tradizionale di un ipotetico nirvana o paradiso, rappresenta il culmine di uno straniamento atarassico dal tormento del mondo, il conseguimento di una più alta armonia contemplativa. La pace che segue l’Apocalisse, la dissoluzione dell’io nel grande nulla che rappresenta il tutto e l’altrove. Musicalmente questo gran elucubrare si traduce in un ampliamento dello spettro strumentale (violoncello, contrabbasso, autoharp, hammond a corrugare il taglio essenziale del classico assetto avant/noise) e in lugubri aperture da camera che trascendono i pezzi, sempre in bilico tra forma canzone di derivazione post-punk e le prolusioni di matrice ambientale, in una sorta di fervente liturgia gospel-noise. Proprio così, gospel-noise, avete capito bene, una contaminazione estrema, una coincidentia oppositorum che Storia aveva già messo in evidenza nel disco precedente e che - una volta tanto siamo contenti di azzeccarci anche noi - la stessa autrice usa, a quanto pare, per descrivere il suo approccio compositivo.

The Slayer, trait d’union con le due opere precedenti, apre su baratro ambientale di stampo noise e dronico, col basso minaccioso e soffocato, le chitarre infrante in mille schegge di feedback, mentre la voce di Carla filtra distorta dai flanger come quella di una medium durante una seduta spiritica. Dopo un paio di minuti affiorano le percussioni, in folate discontinue, improvvisate, inalveando il brano (che dura più di 7 minuti) verso il finale in una più coesa stretta tribal-core. Tremble Dragonfly si libra eponimamente nella totale assenza di ritmica, solo il pulsare intermittente del contrabbasso e le trame di archi e tastiere - oltre alla trasognata melodia, da nightclub, quasi, ma ben dopo l’orario di chiusura, che Carla biascica nella seconda parte del pezzo - ad aleggiare sulla vacuità sottostante.

 Melodia che prende il sopravvento, e diventa canzone vera e propria, nella successiva I Lay There In Front Of Me: gospel noir venato di country, sospinto dagli osanna dell’hammond sul tratteggio stilizzato della chitarra, i piatti e il rullante timidamente spazzolati, con la Bozulich che canta una via di mezzo fra Marianne Faithfull e Nick Cave. You’re A Jaguar sembra una versione evoluta e disossata delle tirate hardcore suburbane dei vecchi Geraldine Fibbers. Iris Didn’t Spell, decisamente più complessa, inala il tono dark e ferale dell’ouverture cameristica degli archi e prosegue sulle serpentine jazzate di basso e batteria espirando solennemente la salmodiante preghiera della voce e il controcanto dell’organo chiesastico, poi le due sequenze si ripetono e si alternano fino alla catarsi. Crack Teeth annega in una forma dub-jazz semi-improvvista, coi bassi subacquei, i battiti destrutturati e la voce prosciugata dal delay. Degna chiusura con A Captain’s Side inno “evangelista” che fluttua su una desolata estensione dronica di nove minuti abbondanti.

Erede naturale delle grandi poetesse post-wave da Patti Smith a Lydia Lunch, Carla Bozulich si conferma sacerdotessa di un culto più unico che raro nel premeditato panorama odierno.

V Voti

Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 2 voti.
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rael 7/10
REBBY 6/10

C Commenti

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REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 8:51 del 11 novembre 2009 ha scritto:

Il nirvana di Evangelista: 7 incubi sciamanici,

uno per ogni giorno della settimana, da ascoltare

con trasporto mistico alla ricerca della pura

allucinazione sonora. Crack teeth (quello del sabato eheh) è il mio preferito.