Kreatiivmootor
Irratsionaalne
Musica dell’Assurdo.
Direttamente, con furore dadaista, dall’Estonia.
L’Estonia?
Ma si, quello staterello ai margini dell’Europa, quello che ha Tallinn (o almeno credo) per capitale.
E che c’entra Tallinn con la storia della musica?
Beh, niente, o almeno, poco, per quello che ne so io.
Ma grazie a questo Irratsionaalne, dei Kreatiivmootor, capitanati dal filosofo Roomet Jakabi, anche questa parte del mondo potrebbe iniziare a venire citata nel librone della storia della musica.
Già a giudicare dalle presunte influenze, segnalate nel loro my space, si inizia ad essere soddisfatti, semplicemente accontentandosi delle prime citate: Can, Captain Beefheart, Frank Zappa, Cabaret Voltaire…Insomma, le basi sembrano essere promettenti!
E poi loro si descrivono così: “ Combiniamo dadatechno, lo-fi-industrial, folk isterico, free jazz, vocal deathmetal e hip hop, ambient da brividi, post-rock minimale (etc) e mixiamo il tutto per una musica altamente esplosiva”.
Al che bisogna assolutamente intraprendere l’ascolto.
La prima traccia è Irratsionaalne, nel vero senso della parola, irrazionale.
Accordi ovattati di chitarra elettrica fanno da sottofondo ad una voce in preda alla follia più demenziale che possiamo immaginare, intenta a emettere versi insensati, fastidiosi, spasmodici, e a ripetere maniacalmente nel ritornello, con un grugnito: “irr arr urr irratsionaalne”, o qualcosa del genere.
Insomma, è l’assurdo che commenta se stesso.
Se riusciamo ad ascoltare questo pezzo allora siamo pronti al resto dell’album.
Si passa quindi alla seconda traccia, una sorta di techno-dance da poveri, che sembra ispirarsi qui e là al collage zappiano, o comunque ad una fede dadaista delle più pure. Con tanto di ironia, perché il significato del titolo dovrebbe essere qualcosa come “il sole non splende nella sala da ballo”.
Procediamo con un folk tradizionale scarno ma convincente, dove si iniziano a far sentire i primi strumenti a fiato fare capolino, dimostrazione del fatto che i nostri non sono solo dei deficienti con una chitarra scordata in mano.
E così, con un assolo semplice ma azzeccato di sax, il pezzo si chiude per lasciar spazio al delirio pseudo-hardcore di Keedan Spagette, elogio per niente metafisico dei tipici pasti a basso costo degli universitari estoni.
La successiva traccia si presenta, con nostro sommo stupore, come un misto azzardato tra una musichetta tropicale alla Gal Costa e un jazz elegante, e la cosa è decisamente spiazzante, assurda, priva di senso. O meglio, scopro che in realtà si tratta di un classico pezzo parodistico, il cui tema è la critica della musica commerciale, proprio quella scimmiottata alla perfezione dai nostri “motori creativi”.
Ancora prese per i fondelli per tutti con WilliamjaMary, un improbabile hip-hop demenziale composto da rime sincopate a prima vista composte da un infante confuso, e sorretta da una “possente” ritmica vocale ai limiti del comico.
Neanche il tempo per rendersi conto di cosa stia accadendo ed ecco che parte un pezzo elettronico strumentale, minimalista e conciso, ma solido nella sua voluta forma artigianale.
Sünteetiline Suhe, dalla durata di sei minuti, mette ora in gioco un’elettronica spartana e buoni elementi free jazz, evocati per i primi minuti dalla voce demenziale del cantante. Un valzer mutilato e zoppicante si fa strada quindi attraverso versacci, rumorini, effetti surreali e un mare di solare auto ironia e appena velata satira musicale.
Cosa manca a questo punto?
Non lo diremmo mai, ma mancherebbe un po’ di ambient.
Ed eccolo con Sume: un ambient etereo, raffinato, quasi poetico, stranamente, e volutamente, austero rispetto all’umore dominante dell’album.
Tutto è così programmaticamente irrazionale…
Il resto è costituito da sette pezzi che smantellano e riassemblano gli elementi fin qui proposti, per proseguire in una spietata decostruzione musicale e in una caustica presa di posizione in stile dada contro ogni tradizione e ogni convenzione musicale fino ad oggi conosciuta.
Industrial, techno, metal, folk, rock, psichedelia, vengono svuotati di ogni serietà e depredati di tutto l’orgoglio che si poteva pensare si potessero portare dietro.
Anche se,andando oltre la più superficiale apparenza, capiamo che la violenza intellettuale in questo senso è spietata, in grado di nullificare mille diversi credo in una sola volta.
Ma c’è chi dice che per costruire qualcosa di nuovo prima bisogna sbarazzarsi del vecchiume.
Insomma, si può intendere come si vuole questo dissacrante lavoro, ma è molto difficile non accusare il colpo e non cogliere la feroce provocazione lanciata da questo gruppetto di estoni illuminati.
Solo il tempo però, non noi, potrà svelare a pieno il valore di questo album.
Aspettiamo quindi, io sono pronto a scommettere.
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