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R Recensione

6,5/10

Qui w/ Trevor Dunn

Qui w/ Trevor Dunn

Di un disco che, senza preavviso alcuno, fa saltare fuori una – relativamente fedele – cover della “Ashtray Heart” beefheartiana cantata, per l’occasione, nientemeno che da King Buzzo (e con quell’altro sciroccato dell’ex Melvins Kevin Rutmanis alla slide guitar) non posso non pensare due cose: quando qualcuno di famoso disse “vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” si riferiva agli anni ’90 (il novanta vien di notte / con le scarpe tutte rotte…), oppure – ipotesi anch’essa assai novantiana – l’ascoltatore si trova al centro del fuoco incrociato di una gigantesca presa per il culo. Il profilo dei possibili perpetratori, peraltro, è solido: trattasi dei malandrini losangelini Qui, ritornati in pompa magna alle loro qui-squilie (ah ha), dopo un periodo di silenzio discografico, con una raffica di uscite sul formato breve e lungo al di là e al di qua dell’oceano. Poco prima dello split con i formidabili Ultrakelvin di cui si disse su queste pagine esattamente un anno fa, successe quest’altra cosa: un intero LP registrato per Joyful Noise (!) con il basso di Trevor Dunn in formazione (!!), sulla falsariga – a proposito di cerchi che si chiudono – dell’esperienza Melvins Lite che portò, nel 2012, al bel “Freak Puke” (!!!). E dal momento che del piatto ricco mi ci ficco la straordinaria Macina Dischi ha fatto uno stile di vita, rendendo oggi disponibile in formato cd il vinile originario, sarebbe perlomeno irrispettoso non approfittare dell’occasione.

Aldilà di ogni discorso particolaristico, il crossover dei Noughties si contraddistingueva per un paio di aspetti. Il primo, la tendenza a scaraventare in un unico cesto tutto quello che passava per la testa dei musicisti, in un melting pot ciclopico e centrifugo capace di partorire ibridi interessantissimi e solenni schifezze. Il secondo, da esso derivato, la propensione a giocare con gli stili anche a livello umorale, asfaltando assieme alto e basso, fondendo solenne e triviale, serioso e carnevalesco. Questa Gestalt freak – che, a forza di spostare più in là i confini dell’imprevedibilità, diviene perfettamente predicibile – è ancora la struttura espressiva preferita dei Qui, un clash perpetuo portato all’estremo con conseguenze a tratti esilaranti (il piano gospel polifonico di “Splinter Hole” sfregiato da dissonanti chitarre noise) e a tratti irritanti (la singhiozzante salmodia klezmer-core di “My Great Idea”, con chiusura incentrata sugli ariosi archi di Dunn, sembra solo scimmiottare certi Mr. Bungle). Quando il famolo strano non rinuncia ad una propria coerenza interna il disco convince molto di più: così il plastico rifferama di “Buon Giorno Nicolo”, tra Nomeansno e Scratch Acid, viene accarezzato da falsetti fonosimbolici, mentre la micidiale rasoiata Tomahawk di “Sexual Friend” indovina il ritornello da crooner e la conclusiva “Weirder Gender”, dove la chitarra di Matt Cronk viene travolta da un attacco di acida logorrea, è una passerella per l’impeccabile conduzione ritmica di Dunn.

Proprio Dunn, assieme ad altri frammenti della galassia melvinsiana (Dale Crover) e ad illustri reduci del rumore novantiano (Justin Pearson, Toshi Kasai), si unisce ancora una volta all’ideale successore di questa sgambata, il discreto “Snuh”, uscito quest’anno per Three One G e Antena Krzyku. Come il disco qui preso in esame, non è un capolavoro (forse i Qui non ne scriveranno mai uno), ma è onesto e divertente: e chi si accontenta, a volte, gode.

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