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R Recensione

8/10

Franco Battiato

Clic

Clic” è l’ultimo album di Battiato ascrivibile al genere prog in senso lato. In esso ci sono i primi pesanti germi dello sperimentalismo duro e puro, dell’avanguardia più eccentrica. Battiato dedica questo nuovo lavoro a Karlheinz Stockhausen, uno dei primi ad occuparsi di musica elettronica, che avviò il nostro allo studio della notazione tradizionale. Un altro musicista che ha influenzato Battiato in questo periodo fu John Cage, ma la sua influenza si sentirà maggiormente nei dischi successivi; qui il musicista siciliano prende in prestito da Cage l’arte del collage musicale. Nel disco c’è un solo pezzo cantato (“No u turn”) e sei strumentali tra cui “Propiedad prohibida”, per molti anni usato come sigla del TG2 Dossier.

Già ne I cancelli della memoria Battiato espugna la tipica forma-canzone italiana, contravvenendo a tutte le regole stilistiche. Modulazioni aeree di sintetizzatore, interludi pianistici figli del “Mantra” (1970) di Stockhausen, improvvise calate di basso, infine follie rock ancorate al progressive più ortodosso. Questo brano fu recuperato anni dopo per fare da base al monologo di Giorgio Gaber “Situazione donna”, inserito in “Polli d’allevamento” (1978) spettacolo per il quale Battiato e Giusto Pio curarono le orchestrazioni.

Arriva No u turn, in cui Battiato prende coscienza del cambiamento in atto. Nei successivi quattro anni egli smetterà di cantare i suoi pezzi dedicandosi ad una visione neoconcettuale dell’arte sonora. In questo brano afferma quindi che: «Per conoscere / me e le mie verità / io ho combattuto / fantasmi di angosce / con perdite di io. / Per distruggere / vecchie realtà / ho galleggiato / su mari di irrazionalità. / Ho dormito per non morire / buttando i miei miti di carta / su cieli di schizofrenia». Assistito da Gianni Mocchetti (basso  e chitarra), Gianfranco D’Adda (percussioni), Juri Camisasca e Pietro Pizzamiglio (effetti vocali) e dal quartetto del conservatorio di Milano diretto da Luciano Bianco, Battiato inanella una pièce a metà tra l’elettronica colta e il folklore: accanto al VCS3 c’è infatti la mandola e l’organo.

Il mercato degli dei, dolcissima, anticipa il lavoro pianistico che verrà svolto nell’epoinimo del ’76, mentre in Rien ne va plus: andante l’artista siculo celebra l’arte del collage. Campioni di musica classica, applausi, porte che sbattono, scalpitii, gioie e dolori, strumenti pizzicati, barocchismi, stupori e lamenti: il significato oscuro di questo pezzo lascia trasparire un’inquietudine verso i canoni della musica e al contempo fa capire che, dopo “Clic”, Battiato non sarà più lo stesso. Giunge qui il momento di Propiedad Prohibida, uno degli esempi più illuminanti di musica elettronica, quel genere che in Europa era già ampiamente consolidato grazie ai dischi dei Kraftwerk, di Vangelis, dei Tangerine Dream e di Jean Michel Jarre.

In Nel cantiere di un’infanzia torna il collage di cageana memoria: una fusione docile ma turbata tra la disciplina degli strumenti elettronici e la dimensione ludica dei cristalli e dei metalli, utilizzati da Battiato per stravolgere ancora una volta qualsiasi concetto accademico. Sferragliamenti, giostre in disuso, ossessivi girotondi bambineschi, hanno il compito di educare l’ascoltatore ai suoni del mondo circostante, svincolandolo dal rock che ormai aveva inebetito un’intera generazione e, sostanzialmente, aveva creato nuove divinità da adorare. Il silenzio, tanto caro a John Cage, viene qui proposto nella sua versione concreta: giacché per definizione il silenzio totale non può esistere, siete tutti invitati a recepire i suoni minimi che continuamente giungono alle vostre orecchie, gustando, riflettendo e analizzando la natura e la sorgente di dette sonorità. Un nuovo mondo che si schiude e l’interruttore del vostro cervello fa clic.

Quest’album termina nell’esilarante Ethika Fon Ethica, che alcuni critici fanno risalire alla “Gesang der Jünglinge im Feuerofen” (1956) di Stockhausen. La notevole differenza è che Battiato, a differenza del maestro tedesco, monta stralci sonori di diversissima provenienza senza mai utilizzare l’elettronica: vi sono marcette fasciste, dialoghi cinematografici, bande popolari, comizi politici, registrazioni televisive, ouverture militari, convegni e conferenze. Certamente l’intento dei due musicisti è lo stesso. Lì Stockhausen inaugurava la musique concrète, secondo quell’afflato verista che pretendeva che la musica fosse l’esatta riproduzione della realtà; qui Battiato inaugura invece il (dé)collage per dimostrare quanta musica vi sia attorno noi, una musica autogenerata dalla natura e dalle attività umane.

Clic si pone a metà tra il capolavoro visionario e la fanciullesca scoperta di nuovi mondi; certamente dimostra l’esuberante dinamismo di Franco Battiato, un artista che ha battuto ogni strada possibile, portandosi dietro, a mo’ di bagaglio, tutti gli esperimenti compiuti. L’alea la ritroveremo in “Campi magnetici” (2000), il minimalismo in “L’Egitto prima delle sabbie” (1978) e la musica concreta di Stockhausen in “Dieci stratagemmi” (2004). Ecco perché questo disco è così importante.

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Voto degli utenti: 8,5/10 in media su 9 voti.
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Lepo 8/10
B-B-B 8,5/10
Lelling 8,5/10
Vatar 8,5/10

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