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R Recensione

7/10

Moorder

Moorder II

A Sharp Jazzcore Experience. Se interrogherete il ghiribizzoso Alessandro Lamborghini sulla musica suonata dal suo particolare quintetto, questa sarà l'ambigua quanto emblematica risposta che otterrete: ambigua perché in fondo dice tutto e niente, emblematica perché effettivamente è sufficiente un ascolto superficiale all'ultima fatica in studio dei Moorder (Moorder II, Lizard Records, 2014) per comprendere che, nel vulcano in cui si viene catapultati fin dai primi istanti, nei pochi attimi di lucidità è proprio l'etichetta più adatta a definirli, per quanto ingenua e provocatoria possa sembrare.

Moorder II, successore dell'eponimo Moorder (Lizard Records, 2008), si snocciola in appena trentasei minuti di ottima musica registrati in presa diretta (assolutamente encomiabile in un'era in cui spesso gli artisti sembrano quasi divertirsi a scodellare album sorvolabili per un terzo pur di raggiungere i cinquanta minuti di durata) a cavallo tra jazz e velleità alternative rock con un pizzico di distorsioni metalliche e una spruzzatina di funk, in perenne equilibrio tra King Crimson, Talking Heads e John Zorn.

L'eccentrica formazione composta da Lamborghini alla chitarra, Michele Zanni al basso, Daniel Dencs Csaba dietro le pelli, Alberto Danielli alla tuba e Simone Pederzoli al trombone mostra gli artigli sin dall'opener Jesus Zombies Crew: un'apertura decisamente in medias res con forti distorsioni di forte impronta zorniana con in sottofondo un angoscioso tappeto di fiati conduce agevolmente al tema principale, un riff che ricorda neanche troppo vagamente il miglior Robert Fripp degli anni '70. È indubbio infatti che per tutto il lavoro il paragone (piuttosto ingombrante per quanto lusinghiero) più forte rimanga quello con i King Crimson a cui i Moorder si ispirano sfacciatamente nelle complesse e schizoidi trame dei loro riff e negli accompagnamenti di fiati che in più di un'occasione ricordano lo Schizoid Man frippiano. È però importante rimarcare che la musica dell'act ferrarese non scade mai in una becera imitazione del geniale combo inglese ma tende più che altro a fondere in un calderone diversi linguaggi musicali fino a giungere a un idioma proprio che (come vedremo meglio) per quanto a volte più che parlare farfugli, sorprende e delizia l'ascoltatore.

Non dobbiamo però considerare i Moorder soltanto una – per quanto felice – rielaborazione del sound crimsoniano: fanno capolino anche momenti funky debitori alla migliore new wave (la superba Disco in Ferro, probabilmente episodio più riuscito del platter, ne è un chiaro esempio), una psichedelia ubriaca (l'intro della non troppo riuscita Fiscia) e diversi momenti più roboanti che strizzano l'occhio al metal senza mai abbracciarlo in modo netto.

Non mancano all'appello lungo l'intero lavoro anche echi zappiani (come dimostrano i fini arrangiamenti dei fiati, a volte quasi vicini all'”orchestrazione”, per quanto scheletrica) e un tributo a quel tipo di musica dobbiamo ricercarlo nella delicata Beef Ice, dedicata al compianto Captain Beefheart al quale Pederzoli dedica un sentito assolo di trombone.

Dal punto di vista tecnico l'ensemble, lungi dallo scadere in sterili autoindulgenze, si dimostra lungo tutti i quasi quaranta minuti del disco estremamente compatto e versatile, capace di stupire e di entusiasmare con sterzate improvvise e fraseggi sempre freschi grazie a una sezione ritmica decisamente sopra le righe e le funamboliche trovate ora dei fiati di Danielli e Pederzoli, ora dall'instancabile chitarra di Lamborghini.

Nonostante il plauso generale purtroppo occorre segnalare che Moorder II non riesce a centrare perfettamente il colpo e a convincere completamente: a fronte di una qualità media decisamente alta il quintetto a volte sembra essere eccessivamente dispersivo, non riuscendo a spingere i brani verso nessuna direzione precisa, dandoci l'idea di essere più nel clima di una (sia pur eccellente) prova generale che di fronte a un lavoro compiuto. I troppi cambi di tempo e di atmosfera che a un primo, pigro ascolto possono risplendere e brillare, ad un'analisi più approfondita risultano essere senza un punto preciso, in un continuo moto centrifugo che rifugge qualsiasi momento “chiave”, in un magma sonoro che pur non scivolando mai nella masturbazione strumentale fine a sé stessa soffoca un album che avrebbe potuto rendere molto di più.

Malgrado questa nota di biasimo il lavoro scorre liscio e senza troppi problemi, lasciando comunque sperare che, affinando le composizioni e imprimendo loro un “senso” preciso, il diamante grezzo che sono i Moorder possa finalmente sfruttare appieno l'alto potenziale e regalare alla scena italiana uno dei suoi lavori migliori, ovviamente nella loro personalissima chiave “sharp jazzcore experience”.

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