Philippe Petit & Friends
Cordophony
Dopo la “Cardiophonie” di Heinz Holliger, la “Mikrophonie” e la “Oktophonie” di Karlheinz Stockhausen e la “Cyclophony” di Hans Kox, ecco a voi la “Cordophony” di Philippe Petit, ennesima produzione del fertile musicista marsigliese pubblicata dalla giapponese Home Normal. La cordofonia, evidentemente, è quella musica prodotta dal suono della vibrazione delle corde; non a caso in questo disco le collaborazioni sono svariate e quasi tutte hanno per oggetto di ricerca lo strumento a corde, sia esso l’arpa piuttosto che il violoncello, il violino o il pianoforte. Lo sto seguendo da alcuni mesi questo Philippe Petit e devo dire che il suo lavoro sulle origini del suono è incessante: in lui c’è un’ossessiva ricerca dell’ottimo sonoro, un piacere feticistico per il dettaglio, uno sguardo contemporaneo non ancora appagato. Gli amici che Philippe ha contattato per questa “Cordophony” sono venti, oltre a Nicolas Dick per il mastering e a Bas Mantel per l’artwork.
Il disco è pieno, i suoni colorati, e il concettualismo sottostante indirizza a conclusioni indefinite. Si può azzardare l’ipotesi che questo sia un esperimento – unico tra i molteplici possibili – durante il quale l’artista voglia sondare le caratteristiche e le potenzialità di una gamma ristretta di frequenze, in questo caso quella prodotta dagli strumenti a corda. Se analizziamo il primo pezzo, “Gli occhi freddi della vendetta”, troviamo Raphaelle Rinaudo che smorza con la sua arpa elettrica i sintetizzatori, mentre James Johnston e Reinhold Friedl si divertono, ognuno per la propria pertinenza, con armonica, piano preparato, organo e chitarra wah-wah. Ascoltando poi “Oneiromancy: a dream with a view”, ritroviamo il fido Hervé Vincenti che tra tastiere e chitarre varie, improvvisamente si dedica alle conchiglie, con Perceval Bellone che stuzzica la zanza (strumento a pizzico consistente in una serie di linguette di canna situate su un risuonatore; per il pizzico di solito si usano i pollici, pratica cha ha suggerito il termine di “thumb piano”) e il nostro Philippe Petit che processa al laptop suoni d’ambiente. Insomma, il disco è pieno zeppo di originalissime trovate strumentali, e quando sento gli strumenti africani associati ai computer, o il suono autogenerato delle campane eoliche alle più moderne tecnologie di analisi spettrale, vado in solluccheri. Ancora qualche esempio. In “Crépuscule” ci sono le ciotole sonore tibetane di Richard Harrison e i gong, il flauto e le percussioni, il basso e l’elettronica; in “The sunflower who does not like to turn to the sun” v’è invece il violinofono di Alexander Bruck (un violino meccanico che amplifica il suono attraverso una cassa di risonanza in corno e metallo) e le manipolazioni su vetro, il clavicembalo e la viola; in “Many-minds in many-worlds”, infine, possiamo ascoltare le dissonanze del contrabbasso e del pianoforte miste all’orchestra di palloni. La lucida follia che governa questo disco parte dal maestoso sinfonismo di Leóš Janáček per giungere alle assurde arie di John Stump, quel non-musicista che sul pentagramma segnava sì le note ma disegnava anche prati in fiore, vortici, palloncini colorati e ritratti.
Recensire un disco siffatto è un’operazione tanto facile quanto inutile. Non c’è un’onda sonora da apprezzare, non c’è una tecnica da definire, non c’è un artista da adulare. Più semplicemente, “Cordophony” è una creatura improvvisata da Philippe Petit assieme a degli amici, come quando andate a letto con una donna conosciuta da poco senza alcuna precauzione. È piuttosto probabile che nove mesi dopo, senza volerlo, vi ritroverete padri. La stessa sensazione che ha provato Philippe.
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