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R Recensione

8/10

The Knife

Tomorrow, In A Year

È obbligatorio premettere, in casi come questo, che la dimensione dell’ascolto puro non è in grado di rendere giustizia al vero significato del disco. Il duo svedese dei The Knife, giunto al quinto disco, si è reso famoso presso i fedelissimi del synth pop, in questi ultimi dieci anni, per il loro gelido approccio alla musica popolare. Canzoni sintetiche, scevre di qualsiasi orpello barocco o manierista che, da “Lasagna” a “Heartbeats”, passando per “Got 2 Let U” e “Marble House”, hanno colpito immediatamente l’immaginario degli amanti dello stile Kraftwerk. Nel caso di “Tomorrow, In A Year” la storia è invece assai diversa perché il disco nasce su commissione dei danesi Hotel Pro Forma, compagnia teatrale di balletto moderno, e vede l’importante collaborazione di Mt. Sims e Planningtorock. Questa è quindi un’opera elettronica e il suo senso va ricercato nella contemporanea performance dal vivo degli Hotel Pro Forma. Ecco il perché della premessa iniziale.

Il lavoro consta di due parti, tra loro simili ma autonome. La prima è un’ectoplasmatica vicenda musicale fatta di FX e rumorismi, suoni ambientali e reminiscenze liriche, tutti spunti tipici dell’avanguardia contemporanea europea. Dopo un’oscura introduzione entriamo nel mondo ancestrale dei The Knife con “Epochs”, “Geology”, “Upheaved” e “Minerals”, pezzi orchestrati con una maestria degna di Pierre Boulez, accentuando il lato dark e un po’ epico dell’impianto. Da “Ebb Tide Explorer” a “Schoal Swarm Orchestra”, transitando per “Variation Of Birds” e “Letter To Henslow”, il meccanismo sonoro degli svedesi si fa più etereo attraverso la dilatazione dei pad e con contrappunti noise che in molti casi disturbano il docile prosieguo dell’ascolto; sinusoidi ed altre forme d’onda son talmente stretchate da apparire irriconoscibili e, se ad esse aggiungiamo un cantato quasi mai convenzionale, diventa facile cadere nell’errore di premere stop. Solo attraverso un coraggioso sforzo si può accedere alla latente e minuta musicalità di questa prima parte d’opera.

Il secondo filone auditivo di “Tomorrow, In A Year” comincia con la romantica elegia del sublime di “Annie’s Box” e prosegue attraverso l’incessante digitalismo di “Tumult”. Finalmente, nella lunga ed entusiasmante “Colouring Of Pigeons”, scorgiamo l’inizio di un discorso ritmico strutturato in 4/4, che riporta l’ascoltatore ai tempi felici di “Deep Cuts” e “Silent Shout”; il sound è ancora una volta magnetico, ipnotico, e ci imprigiona con le dolci catene vocali di Karin Dreijer Andersson, in arte Fever Ray. “Seeds” arriva al momento giusto e permette ai musicisti di tentare nuove strade all’interno della tipica forma-canzone volksmusik, mentre con la title-track il discorso torna al percussivismo di matrice tedesca ed italiana che, a voler esagerare, facciamo convergere nel lavoro di Franco Donatoni. In fondo al disco troviamo l’unico pezzo radiofonico, in quanto a durata e melodia, intitolato “The Height Of Summer”, una traccia che ben sintetizza la carriera e la cifra stilistica dei The Knife ma che, a ben vedere, c’entra poco o niente con l’opera in questione.

A partire dall’attualissima figura di Charles Darwin, il fine di questo lavoro stava nell’indagine del DNA, visto come sorgente di somiglianze e diversità, di radici comuni a tutti gli esseri che divergono verso lidi impensabili ed ancora ignoti. L’obiettivo è raggiunto ma è troppo presto per comprenderlo a fondo. Forse domani, in un anno.

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Voto degli utenti: 6,6/10 in media su 5 voti.
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