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R Recensione

6/10

Manyfingers

The Spectacular Nowhere

Chi si ricordava più di Manyfingers? Dopo il 2006, anno di uscita del secondo lavoro del compositore e multistrumentista Chris Cole (a suo tempo nei Movietone, poi con Matt Elliott e Third Eye Foundation) era stato, se non il vuoto, quasi. Solo a partire dal 2012 il nostro intensifica le collaborazioni, arrivando oggi a licenziare il suo terzo album come solista. Un post-rock, quello di Cole, particolarmente legato al prefisso “post”: i brani sono quanto di più distante si possa immaginare dal rock, piazzandosi a metà tra i collage folktronici dei The Books e le astrusità strumentali in stile David Grubbs, con in più un tocco visuale da soundtrack music.

Oggi, nel 2015, le qualità cinematografiche del sound Manyfingers trovano un ruolo di primo piano. In “The Spectacular Nowhere”, infatti, la vena orchestrale di Chris Cole rivendica uno spazio finora mai tanto ingombrante. Sembra di avere a che fare con le partiture di un Yann Tiersen paranoico in brani come “Le Problème de Charbon” e “Triplets”, o addirittura di un Neil Hannon nella prima, sontuosa, “Ode to Louis Thomas Ordin”. Tutto evoca spazialità, per un susseguirsi di condimenti orchestrali da associare ad immagini inesistenti, provenienti da un “nulla spettacolare”. La tavolozza è varia e non mancano le sorprese: spiazzante la prova di cantautorato di “The Dump Pickers of Rainham”, sorta di industrial folk dai richiami Elliottiani (ma ci sono anche certi This Heat, volendo); altrettanto affascinante la spirale onirica di “Erasrev”, dove si fanno incontrare gusto classico e raffinati tentativi di dream pop modernista. Senza un preciso filo conduttore si prosegue tra ibridazioni elettro-cameristiche (l'ambient di “No Real Man”, la sampledelia di “Alone in My Bones”, i breakbeat e l'effettistica stretchata di “Go Fuck Your Mediocrity”), esperimenti di chamber-pop colto (“It's All Become Hysterical”) e curiose deviazioni post-punk (fatto alla maniera dei Moonshake: la bella “70”).

Ricapitolando: una cornice disordinata e frastagliata, dove ogni brano sembra rivendicare egoisticamente un proprio spazio -seppur come frammento- all'interno dell'opera. Non sembra voler procedere in nessuna direzione particolare questo “The Spectacular Nowhere”, correndo il rischio di risultare estemporaneo e poco comunicativo. L'essere slegati dal contesto -e dal tempo- è cosa buona quando si superano le aspettative, quando i tempi si precorrono. Qui invece sembra proprio che Cole sia rimasto invischiato in una sorta di loop, di déjà vu. Gli ingredienti ci sono, gli stimoli anche (la collaborazione con il supergruppo hip hop Numbers Not Name deve avere fornito parecchie idee). Mancano però la poesia del primo “Manyfingers” e la compiutezza di “Our Worn Shadow”. Mancanze non da poco.

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