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R Recensione

6,5/10

Adna

Run, Lucifer

Il debutto di Adna Kadic (“Night”, 2010), ventiduenne svedese di stanza a Berlino, era passato piuttosto in sordina alle nostre latitudini; il suo secondo disco, “Run, Lucifer” (coprodotto assieme a Simon Hagstöm), giunge dagli strappi di un precoce isolamento, riversato nell’emotività di una scrittura semplice. Folk dai toni dark e dream pop di fragilità senza pelle (Keaton Henson) e nevrosi ritmiche.

In questo senso spinge, Adna, verso dicotomie di rallentamenti (per piano e/o chitarra) emotivi, saturazioni gelide (i synth nordici) e muri frontali - la banale “Living” esemplifica. Spesso, però, i pezzi soffrono di un significativo scarto tra scrittura ispirata e cedimenti estetici, che quando premono su certi stereotipi strutturali (armonici e ritmici) rischiano di rovinare quanto di buono arrangiato.

Meglio nei momenti in cui la svedese trova una via più intimista, come nell’esordio: ad esempio attraverso chitarre spogliate (la circolarità di “Beautiful Hell”; “Outro/Somewhere”), o in splendide nordic torch song – si senta “Silent Shouts”. L’apice “Run, Lucifer” procede in questa direzione: decadente ninna nanna in minore, di passaggi spezzati da una brutale malinconia. Brano perfetto.

Anche il cantato (in scia, sovviene soprattutto Daughter) oscilla tra flessioni melodiche incantevoli e armonie totalmente preconfezionate – nella stessa “Lonesome”.

Ha da crescere e perfezionarsi, Adna: ma brani come “Run, Lucifer” (tra i pezzi dell’anno so far) fanno ben sperare per il suo futuro.

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