R Recensione

8/10

Pocahaunted

Island Diamonds

Bethany e Amanda, in arte Pocahaunted, hanno deciso di espandersi. Sentirle e vederle suonare non coinvolge solo il senso uditivo, ma anche quello cerebrale e fisico, entrambi in una pienezza di sensazioni a dir poco incredibile. Una catarsi. Una trascendenza che pochi hanno saputo stimolare in modo così totale, così pervasivo. Psichedelia certo, ma non solo. Sono rituali estatici, quelli delle Pocahaunted. Non meno metafisici e spirituali di quelli guidati da Timothy Leary e dai Greateful Dead. Riti che vedono le nostre due sacerdotesse e i rispettivi strumentisti sedersi in cerchio (da vedere i video della band, ottimo complemento dell’attività in studio) ed incominciare le loro litanie, invocazioni, vocalizzi, tutto quanto volto ad un distacco dal corpo, ad un abbandono sensuale all’intrinseco primitivismo celato in ognuno di noi. Una magia, una droga, un incantesimo. Un qualcosa che si cela sotto il nome di drone. Perché è il drone la nuova alchimia scelta da questi stregoni del suono, è il drone la nuova sostanza musicale per viaggi psichedelici surreali.

La carriera delle losangeline ha inizio poco tempo fa, nel 2006, grazie ad una cassetta oramai introvabile, dal titolo Mocassinging. Già allora si fecero immediatamente manifeste le caratteristiche del loro sound: una passione per i tribalismi degli indiani d’america, in particolare per quanto riguarda i vocalizzi, e un uso permeante di bordoni incessanti, derivati sia dall’ambient che dalla psichedelia. Ma mai, né nel 2006 né l’anno successivo, si era riusciti a creare atmosfere tanto evocative e metafisiche quanto quelle dipinte nel nuovo Island Diamonds. Si esplorano qui angoli remoti della psiche, si evocano fantasmi arcani, si sfoggia tutta la sensuale carnalità di cui una mente femminile può far sfoggio. Quattro mondi immensi, ecco cosa sono i brani che stiamo per ascoltare, quattro capitoli distinti di un unico libro. E allora analizziamoli separatamente.

Ashes Is White è introdotta da pochi secondi di silenzio, poi, d’un tratto, i primi rintocchi delle percussioni e dei sonagli. Segue il bordone che da qui in poi non ci lascerà più, un greve reiterarsi di un basso pulsante, echeggiante nella profondissima grotta di sibili oscuri materializzata dal brano. Una linea ancora più opprimente di synth accompagna la voce, subito impegnata in un delirio fatto di “yeyeeyeyee” ininterrotti. Un canto trascendentale capace di librarsi sopra una base molle, fluente, collosa, incapace di staccarsi dalla mente dell’ascoltatore, anzi, traghettandola con sé in una dolce incoscienza. Il tutto si fa molto più carnale nella successiva Gehetto Ballet, una vera e propria danza di guerra. La voce si fa più motivata, cavalcando furiosamente il solito straniante giro di basso, marchiato a fuoco dagli accordi brucianti e cadenzati della chitarra elettrica.

Nebbie tumultuose frastornano tutto l’incedere, bisbigli elettronici fanno da contraltare all’ordine che pensiamo di cogliere, al tempo che in realtà nelle composizioni delle Pocahaunted è il primo ad essere bandito. Riddim Queen abbandona per un attimo i bassi per una ritmica secca e pennate scheletriche di chitarra. Per fortuna grazie all’arrivo dei gorgheggi eterei gli spazi lasciati vuoti si riempiono inesorabilmente, il solito vapore alcolico torna a montare nella nostra testa, l’ipnosi brevemente interrotta ricomincia la sua azione vivificante. L’atmosfera passa qui ad essere decisamente più psichedelica: se con il primo brano si invocava la pioggia e nel secondo la battaglia, ora sono gli spiriti ad essere evocati: la trance più totale guida le corde vocali di Amanda.

La ritmica affidata ad una drum machine non stona affatto con il resto, riuscendo a fare dell’unione tra ancestrale e moderno qualcosa di affascinante e fecondo. Dark, come definire i toni di Follow I, incredibilmente in grado di unire Portishead e Valet, in un pezzo che raduna a sé ogni forza finora scomodata, in un’esplosione espressionista di intensità rimarchevole. Scie colorate ci girano nel cervello, sbuffi infuocati penetrano le nostre orecchie, sinistri fragori ci fanno sentire insicuri e destabilizzati minuto dopo minuto. Dobbiamo solo abbandonarci alle nude percezioni che gli eco amplificano e gli improvvisi vuoti in un attimo nullificano.

Il genio di queste ragazze però non si ferma a questo album rivelatore, in grado di svanire come una bolla di sapone ma di solcare a fondo la nostra memoria. Escludendo le due bonus track contenute nel formato cd di Island Diamonds (che poco aggiungono ai brani appena descritti),nel 2008 escono, sempre a nome Pocahaunted, altri due splendidi lavori: Peyote Road e Mirror Mics. Ma attenzione, la bellezza non traspare da semplici ascolti, bisogna volerla trovare, impegnandosi in uno scambio reciproco, non in un egoistico usufrutto. Fidatevi, non si può che uscirne arricchiti da questa impegnativa esperienza sonora.

V Voti

Voto degli utenti: 6,3/10 in media su 3 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
rael 5/10
REBBY 6/10

C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

TheManMachine alle 12:26 del 28 settembre 2008 ha scritto:

Che recensione splendida, Matteo! Il disco, da come ne parli, e mi fido di te, potrebbe valere un 9/10, e comunque mi hai incuriosito non poco: sto già cercandolo!

Peasyfloyd (ha votato 8 questo disco) alle 20:53 del 24 novembre 2008 ha scritto:

disco affascinante

ricordo incredibili incroci di psichedelia e dub. Incantevole davvero