V Video

R Recensione

7/10

Father Murphy

Croce

Come la croce è fatta da due assi, così pure i Father Murphy, dall’anno scorso, si costruiscono sulle sole traiettorie di Freddie Murphy e Chiara Lee. E su una dialettica tra due elementi, allo stesso modo, si struttura anche “Croce”, il nuovo album del duo trevigiano, eccezionalmente titolato in italiano malgrado l’uscita per The Flenser (USA) e la registrazione e il mixaggio perfezionati oltreoceano (rispettivamente da John Dieterich e Greg Saunier dei Deerhoof): da una parte l’ascolto sottopone all’industrial  lacerante del lato A, dall’altra alla possibile redenzione del lato B. Come sempre nei Father, la scelta del polo da illuminare (sacrificio vs elevamento) spetta a chi ascolta, ma la tavola più pesante da portare sulle spalle appare decisamente quella ossessiva e cupa, per un album forse ancora più violento dei precedenti.

Il lavoro sulle percussioni, tutte ormai riprodotte su macchina, rende “Croce”, a tratti, un disco più vicino a un’aura Vatican Shadow che ai consueti modelli dei Father Murphy (Swans in testa), anche se ormai la band ha sviluppato un linguaggio tutto suo, fatto di noise scioccante, mantra vocali sempre più concentrati ma proprio per questo disturbanti, organi graffiati e chitarre stravolte. Le linee scheletriche di “In Solitude”, in cui la chitarra è scartavetrata con maniacale cura, tra larsen e interferenze buie in crescendo, in una devastazione che però fuma di viscere profonde, sono forse il punto più basso del dolore e il punto più alto del disco, vera vetta del Calvario che i colpi durissimi di “A Purpose”, dopo l’intro più melodica – ma di una beffarda melodia – di “Blood Is Thicker Than Water”, avevano aiutato, a furia di grida strazianti e puntelli, a raggiungere.  

La musica dei Father Murphy è sempre più sciolta da ogni riferimento a un genere: è sempre più installazione sonora, cabaret virato all’horror, messinscena dark, opera concettuale. I pezzi sembrano stazioni di una sacra rappresentazione o di una via crucis per il teatro. Ci si ferma, si osservano lo sferragliamento e l’esposizione del dolore (“Long May We Continue”, “All the People Yelling Fire”), tra tonfi di beat e cori funebri, e si passa oltre. È il disco più sperimentale dei Father Murphy, e anche il più inattuale, ma che proprio questo tempo l’abbia fatto partorire fa paura e dà speranza. Al di là del terrore, infatti, il potenziale catartico c’è: “We Walk By Faith”, con tromba ad accompagnare la solenne recitazione (non più canto) di Freddie, rilancia verso dimensioni più alte e astratte, con la tensione strumentale a metà pezzo che tiene come sospesi.

Una salvezza privata è concepibile, ma accompagnata a un requiem collettivo (“They Won’t Hurt You”), come l’imponenza dell’organo a canne, nel finale, suggerisce, sicché l’incrocio della propria traiettoria con quella degli altri non sembra poter dare altre figure se non la croce stessa, concedendo però al singolo una dissolvenza leggera come quella accennata in copertina. L’ascolto, intanto, è più duro e ostico del solito. L’esperienza e il percorso complessivi dei Father Murphy sempre più ricchi e complessi.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5

C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

Marco_Biasio (ha votato 7 questo disco) alle 19:15 del 10 marzo 2015 ha scritto:

Non vedo l'ora di ascoltarlo. Già dal titolo si preannuncia epico. Ammirazione totale per il fatto che escano sulla stessa etichetta dei Kayo Dot. Recensione superbissima!

Marco_Biasio (ha votato 7 questo disco) alle 11:14 del 8 giugno 2015 ha scritto:

Ecco, sperimentale e inattuale. Sono d'accordissimo. Ci sono dei momenti assolutamente unici nel loro genere (la cantilena di Blood Is Thicker Than Water, So This Is Permanent, la conclusiva They Won't Hurt You), resi possibili, paradossalmente, proprio dalla formazione asciugata al minimo sindacale. Il fatto che vi siano alcune lungaggini (tipo We Walk By Faith, un po' pesante) è interpretabile semplicemente, a mio avviso, come principale effetto collaterale di questo nuovo assetto. Il disco precedente era complessivamente (molto) migliore, ma loro rimangono una delle anomalie più esaltanti dell'Italia oscura in note. Gran prova e gran recensione, ancora una volta!