Magic Crashed
Perchè io lo sapevo
Chi è Magic Crashed? Cosa si cela sotto lo pseudonimo? All’anagrafe Fabio Soregaroli, classe 78 e una miriade di progetti ed esperienze precedenti all’attuale formazione, che è poi una one man band, perché come l’autore stesso tiene a precisare nel libretto, ogni singolo suono percepito (synths, piano, chitarra, basso e batteria ma anche sonagli, organetti, tavolino del computer, bicchieri, strumenti arabi indefiniti e molto altro) viene fuori dalle sue abili manine. Una strana indefinibile entità dai confini tutt’altro che netti, “un’area di spazio contorto e di radiazioni che va” come ama autodefinirsi nell’attacco techno di Spazio contorto, con un testo che è anche un manifesto in cui la strana creatura proveniente da spazi siderali si presenta saltando prefazioni e convenevoli e andando subito al dunque.
Accadono tante cose in questo disco, che snocciola idea dopo idea sul filo di ben 17 tracce , talmente tanto che i primi ascolti spiazzano e smarriscono un po’, è come un caos primordiale, un pastiche techno-punk-pop-no wave, un salotto surreale, pieno di cose, oggetti liberamente gravitanti e fluttuanti nell’aria, forme stravaganti, grottesche, minacciose, esilaranti, un circo fatto di strane creature mutaforma indomabili e indomite. Ma dopo il capogiro iniziale le forme appaiono più nette ed emerge chiara l’identità di questo lavoro, che paradossalmente è una non-identità, qualcosa di ibrido e camaleontico, perché l’intenzione di base, appare evidente, è di non cedere ad alcuno stile ed etichettatura.
Il pregio di questo lavoro è la continua ricerca di soluzioni sonore e di attitudini, dall’iconoclastia punk di Ahhhhhhhhh! all’electro apocalittica del Settimo sigillo con un intro epico che ti si salda all’orecchio, dalla furia techno-rave di Go machines go che ricorda certi attacchi psicotici alla Atari Teenage Riot alla tarantella suburbana di Walzer con mortaretti, per poi passare alla filastrocca dello Spaccalegna o al fantasioso divertissement dal piglio teatrale del Piccolo scoiattolo volante o ancora il virtuosismo pianistico in Coscienza di flusso, per concludere con Krackam, oscuro esperimento elettronico di matrice reznoriana.
Tutto questo e molto altro ancora accade in Perché io lo sapevo per 70 minuti complessivi di musica, visioni ed esperimenti, forse un po’ troppo, forse si sarebbe potuto limare qui e là e contrarre un po’ qualche episodio, come alcuni che superano gli 8 minuti di durata. Del resto va assolutamente lodata e incoraggiata la creatività e l’attitudine sperimentale che, lo si percepisce nettamente, viene lasciata fluire liberamente e senza briglie. Meglio, sempre e comunque, eccedere che risultare prevedibili e adeguati agli standard indie-style.
Il merito di tutto questo va ancora una volta a quella geniale etichetta che è la Snowdonia di Alberto Scotti e Cinzia la Fauci, come un eroe solitario e fiero, in un panorama sempre più asfittico e omologante, che con coraggio preferisce ancora investire sulle idee che non sul marketing.
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